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Proud to be a democrat
post pubblicato in diario, il 11 novembre 2012





Che il fatto della settimana sia stato la rielezione di Barack Obama alla Presidenza degli USA credo sia un dato certo e condiviso. Al risveglio di mercoledì mattina, apprendere la riconferma del Presidente Democratico è stato un brivido ulteriore, per certi versi pari a quello di quattro anni fa al momento dell'elezione. A questo, poi, aggiungerei la bellezza del discorso del vincitore (http://www.partitodemocratico.it/doc/245940/discorso-pronunciato-al-mccormick-center-di-chicago-da-barack-obama.htm).
Un discorso caricato, forse anche un po' artificiosamente, di speranze e di nuove sfide: nelle parole del ri-eletto Presidente si percepivano non solo la giusta soddisfazione, ma anche un grande senso di responsabilità e di determinazione a continuare nel solco già tracciato.

Come ha sottolineato anche Andrea Sarubbi in un suo post (http://www.andreasarubbi.it/?p=8205), c'è un aspetto che più di tutti valorizza quel discorso: è il profondo senso di comunità e, al tempo stesso, di famiglia con cui Obama ha deciso di rivolgersi all'America da vincitore della sfida elettorale e da Presidente confermato.
In questo senso di comunità, di società, di gruppo sta, a mio modesto parere, proprio il concetto chiave dell'essere Democratico. Partecipare alla Politica attiva di un paese o del Paese ha proprio questa valenza di Servizio alla Comunità, qualunque ne sia la scala (locale, nazionale o sovranazionale).
Qui sta per me il senso ultimo della mia esperienza politica precedente (da Segretario di Circolo e da Assessore), associata ad una convinta adesione al Partito Democratico e al suo progetto di governo, sia locale che nazionale. Accettare una sfida di Amministrazione della Comunità è stato un mettermi al Servizio della comunità stessa - ancorché senza risultati particolarmente eclatanti o ottimali.

Non me ne voglia il succitato Sarubbi e quanti come lui ne condividono la scelta per le prossime Primarie, ma in continuità con quanto appena detto, la mia scelta sul candidato da sostenere nella corsa per la candidatura a Presidente del Consiglio nel 2013 è caduta su Pierluigi Bersani.
A scanso di equivoci, non sto dicendo che se avessi scelto di sostenere Matteo Renzi avrei, per così dire, "tradito" quel dualismo Politica-Servizio in cui credo profondamente: non dubito affatto che chi (e sono tanti gli amici e i compagni di tante esperienze politiche precedenti) abbia scelto il Sindaco di Firenze, possa essere animato da quel medesimo senso del servire.
Ma scegliere Bersani ha, per me, una particolarissima connotazione di collegialitàpopolarità (ben diversa da populismo, sia ben chiaro!), società. Questo non tanto a livello programmatico - anche perché, in tutta onestà non credo che la base programmatica di due candidati provenienti da uno stesso partito possa contenere progetti tanto discrepanti - quanto, piuttosto, a livello di visione d'insieme.
In Bersani scorgo la medesima attenzione alle radici e alla comunità locale come agli orizzonti e alla comunità europea. Da un lato la campagna elettorale che inizia nella natia Bettola (PC), muovendo dal distributore "di famiglia", dall'altro il dialogo aperto sul fronte internazionale coi leader progressisti europei per costruire insieme una piattaforma programmatica su scala europea. Nell'uno e nell'altro caso, dunque, stanno la comunità e i suoi legami: tradizionali e famigliari, come futuri ed europei.

Vorrei, poi, aggiungere una considerazione ulteriore a tutto ciò, considerazione che conferma sia la mia profonda adesione al Partito Democratico e ai suoi modelli di governo, che alla candidatura di Pierluigi Bersani.
Se mi soffermo, a titolo di esempio, su quanto accaduto negli ultimi mesi nell'Emilia tra Modena, Reggio e Ferrara - mi riferisco al dramma del terremoto, con tutto ciò che ne è conseguito - credo ci siano riconferme e motivi di orgoglio rispetto a tutto quanto scritto poco fa. Mi riferisco non solo alla reazione forte e determinata della popolazione (emblema di una risolutezza caratteriale e "imprenditoriale" di cui siamo capaci noi emiliani), quanto, piuttosto, alla esemplare gestione dell'emergenza di cui gli amministratori locali di questi territori hanno dato prova, dal Commissario straordinario e Presidente della Regione Errani a ciascuno dei Sindaci delle comunità colpite. Questo è un modello di amministrazione e di governo locale di altissimo profilo, autentica espressione, a mio modo di vedere, del portato valoriale del Partito Democratico, una forza di governo capace di profonda abnegazione per la sua gente (intesa non come iscritti, ma come comunità amministrate). Ebbene, se questo è un modello di buona amministrazione, e se questo modello è espressione, politicamente parlando, del Partito Democratico, allora il mio apprezzamento per quel modello non può che essere apprezzamento anche per il Partito Democratico e per il suo Segretario.

Ci tengo, però, a chiudere questo intervento, con una valutazione che è per me una convinzione autentica: le Primarie che stiamo preparando sono una sfida per individuare il candidato del centrosinistra alle Politiche del 2013, dunque, non Primarie congressuali per definire il modello di partito o di segreteria che vorremmo. Quindi, non solo credo sarebbe opportuno tenere toni e profili meno aspri, ma mi piacerebbe che non si scadesse mai troppo in personalismi stupidi e arroganti, lesivi soprattutto dell'unità del nostro partito. E ancora, spero di tutto cuore, che quanti usciranno sconfitti dalle urne del 25 novembre, sappiano in tutta onestà rimanere fedeli al progetto politico che questo centrosinistra saprà costruire per il bene del Paese: perché è esattamente questo il punto di vista da tenere in tutta questa corsa e, ancor più, dopo quella domenica.
Venti di cambiamento
post pubblicato in diario, il 4 novembre 2012


Indipendentemente dalla connotazione positiva o negativa, è innegabile che negli ultimi mesi il sistema politico italiano stia subendo un’enorme serie di cambiamenti e trasformazioni. In questo senso credo che, pur indirettamente, il discrimine sia la presenza del Governo Tecnico a Palazzo Chigi. È come se l’aver demandato ai Tecnici la responsabilità di gestione del Paese, stesse concedendo alla politica (intesa come insieme dei Partiti) il tempo di una rigenerazione e di un ripensamento. Certo, la contingenza dei tanti, decisamente troppi, scandali che hanno costellato negli ultimi mesi lo scenario politico nell’intero Paese, ha impresso una brusca e ardua accelerazione e una conseguentemente brusca e ardua reazione. Insomma, contingenze esterne più o meno volute e più o meno negative,stanno facendo sì che all’inizio della prossima Legislatura il Paese ci arrivi respirando un’aria politica nuova.

O meglio, come si diceva un paio di sere fa a margine di un incontro al Circolo PD, il contesto attuale di forte cambiamento offre anche alla politica numerosi spunti per una trasformazione profonda: in un certo senso, siamo nella transizione verso una “nuova era politica” che, quasi certamente, non può essere agita e interpretata secondo i canoni classici, ma comunque è (o sarà)nuova politica. Purtroppo, però, questa trasformazione, questa evoluzione verso il nuovo non sono percepiti dalla maggioranza dei cittadini: è come se questa fosse una percezione di pochi, pochissimi addetti ai lavori. Questo, ovviamente,è un problema enorme nella misura in cui il sentimento comune tra la gente verso la politica (in senso partitico ampio) sta diventando sempre più di fastidio e repulsione.

A questo proposito, la tornata elettorale siciliana della scorsa domenica ha suonato un campanello d’allarme fortissimo: il 52% abbondante di astenuti è un segnale gravissimo della disaffezione dei cittadini verso le Politica. Di fronte a questo dato, ancorché partiticamente giustificabili, a poco valgono le esultanze dei vincitori: la giusta soddisfazione di PD e UDC deve comunque farei conti con un consenso, è proprio il caso di dirlo, dimezzato. Si impone,dunque, anche per i vincitori una profonda riflessione e autocritica sia per capire le proprie responsabilità di questa disaffezione, sia per capire quali azioni si rendano necessarie per intercettare quei cittadini e il loro voto.
Questo vale tanto per l’elettorato siciliano che, soprattutto, per l’intero elettorato nazionale: sono mesi che i sondaggi circolanti segnalano che l’astensionismo e l’indecisione sono “partiti” ad altissima adesione nell’elettorato: quelle persone, quei voti, quei “sentimenti” vanno intercettati e carpiti. Nessun vincitore potrebbe dirsi tale se le percentuali di astenuti e indecisi dovessero rivelarsi significative (diciamo superiori al 10%).

Torno,dunque, alla mia tesi iniziale: è in atto un percorso di progresso ed evoluzione dei partiti politici che, ognuno nel suo campo e alla sua maniera,stanno veleggiando verso un nuovo assetto, sia interno che esterno. È evidente,però, che questo è in forte contrasto con la sfiducia maturata presso i cittadini: è una contraddizione? In un certo senso sì. Perché se davvero, come credo, i partiti stanno cercando una via nuova di essere attori politici, non è ragionevole il dato di astensione siciliano e non solo. Qual è, allora il passaggio intermedio tra questi due elementi?
Beh, il sentimento di disaffezione elettorale ha radici profondissime, viene da anni di politica malversante e volgarmente poco credibile; mentre il cambiamento è un “atto dovuto” di questi ultimi mesi, un cammino intrapreso da troppo poco tempo. In sostanza, il discrimine è perlopiù un fattore temporale:i cittadini che sono distanti dalla politica, lo sono da tempo e, anche se non è corretto dirla così, hanno trovato scandalo dopo scandalo seguaci sempre più numerosi. Urge, quindi, trovare il punto di raccordo: i pochi, pochissimi –come detto – che hanno contezza della trasformazione che è in atto all’interno dei partiti hanno “l’obbligo morale” di darne conto a quante più persone possibili,rendendo evidentemente perlomeno lo sforzo di cambiamento.

Ora,mi si potrebbe chiedere, giustamente, quali siano questi cambiamenti in atto. Beh,a destra eclatante, se andasse in porto, è la tornata di primarie interne al PDL per la determinazione del candidato premier: sarebbe la prima volta che nel partito padronale della destra italiana, i figli muovono passi in autonomia rispetto alle despotiche volontà del fondatore-padrone. Questo, di per sé, è un ottimo segnale di democrazia, un buon segnale di una crescita e maturazione indispensabili, se quel partito (o rensemblement di politicanti) vuole sopravvivere al suo stesso “creatore”.  Sul fronte centrista,poi, pare sia stato aperto un laboratorio politico nuovo, per la formazione di una lista civica nazionale che funga da spalla all’UDC, portandole in dote voti“vergini” rispetto ai posizionamenti politici fin qui tenuti dai casiniani. Infine,il centrosinistra con le sue Primarie di coalizione sta cercando di approdare ad una ridefinizione sia del campo politico d’azione sia dei programmi sia delle figure politiche cui demandarli.

Troppo poco per dire che sta cambiando il vento? Personalmente non lo credo, affatto.
19 luglio 1992 - via D'Amelio
post pubblicato in diario, il 20 luglio 2012


Riflettendo, nella giornata di ieri, sia sulle cronache di quei giorni di vent'anni fa che sulle cronache odierne, con le annesse polemiche, mi è tornata in mente una frase di Gesù:«La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).
Una frase che racchiude in sé una speranza grandiosa per il fedele e, più in genere, per l'uomo. Ma di fronte a questi fatti, a tutte le cronache e le polemiche che vi stanno intorno, assume il carattere di un anelito fortissimo, di un desiderio vivo che personalmente ho e che, credo e spero, tanti altri con me abbiano. 
Il desiderio, come già scrissi per il ventennale del 23 maggio, che la memoria di quelle stragi, di quegli eroi e servitori dello Stato sia una memoria quanto prima scevra di ogni malinteso, di ogni ombra, di ogni sospetto. Vorrei che prestissimo quei giorni della memoria di Giovanni Falcone e sua moglie, di Paolo Borsellino e dei loro uomini di scorta, diventassero giorni di una memoria puramente celebrativa (non nel senso retorico del termine, ovviamente) e smettessero di essere, come ancora oggi sono, giorni per riaccendere i riflettori su indagini inconcludenti e deviate, false e artefatte. 
Perché ciò avvenga, non so davvero immaginare quanto tempo ancora dovrà passare, ma posso immaginare quanti scheletri dagli armadi vadano rimossi.
Allora ecco perché è fondamentale non dimenticare mai quelle persone e, soprattutto, il loro grandioso e storico impegno. L'insegnamento incancellabile da trarre è proprio quello di non smettere di battersi per appurare la realtà dei fatti. Quali che siano le asperità da superare, è fondamentale che tutti noi cittadini, ma soprattutto tutti coloro che rivestono ruoli istituzionali e svolgono le attività preposte a ciò intraprendiamo la via della rimozione delle sozzure che oscurano la limpidezza della verità e, dunque, della libertà del ricordo di quelle persone. 
Quanto vorrei che chi oggi può farlo sentisse quello stesso anelito che ho io, di fugare ogni dubbio sulle responsabilità non tanto materiali, quanto morali di quei giorni e anni!
E, ci tengo molto a puntualizzarlo, vorrei percepire questo senso di ricerca spasmodica della verità soprattutto all'interno della mia parte politica e del mio partito. Non che siano mancate in questi anni denunce, proteste, prese di posizione. Ma ho come l'impressione - spero, ovviamente, di sbagliarmi profondamente - che non si voglia o non si riesca ad andare fino in fondo davvero. Un partito come il PD, forte di una tradizione storica ed etica di un certo tipo, basato su un portato valoriale di altissimo profilo, dovrebbe sentire come obbligo morale verso il Paese intero quello di andare a fondo a queste vicende, dichiarando ogni minimo sospetto e volendo smascherare fino in fondo i reali responsabili di quanto avvenne. A qualunque costo, anche quello di ammettere - se mai fosse così e, ripeto, spero vivamente di no - che qualcuno dei propri esponenti ne fu coinvolto. L'onestà intellettuale di cui siamo capaci deve emergere anche in questa vicenda.
Solo un autentico bagno di purificazione nel Lete, come per Dante prima di entrare in Paradiso, può permetterci di fare l'unica vera e onesta memoria di Falcone, Borsellino e di tutti gli altri eroi del nostro tempo. Solo un sogno? Forse. Ma non voglio smettere di sognare ...

Buon compleanno amore
post pubblicato in Letture, il 6 giugno 2012


Dedico questo sonetto di Petrarca al mio amore, a pochi giorni dall'essere sposa:

E Quando fra l’altre donne ad ora ad ora
amor vien nel bel viso di costei;
quanto ciascuna è men bella di lei,
tanto cresce il desio che m’innamora.

I’ benedico il loco e ’l tempo e l’ora
che sì alto miraron gli occhi miei,
e dico: Anima, assai ringraziar dei
che fosti a tanto onor degnata allora.

Da lei ti vien l’amoroso pensiero
che, mentre il segui, al sommo Ben t’invia,
poco prezzando quel ch’ogni uom desia:

da lei vien l’animosa leggiadria
ch’al Ciel ti scorge per destro sentiero,
sì ch’i’ vo già de la speranza altiero.

(F. Petrarca - Sonetto X)
Grilli per la testa: da Parma in giù
post pubblicato in diario, il 24 maggio 2012


Volendo commentare approfonditamente i risultati finali ed effettivi delle Amministrative 2012, occorrerebbe molto tempo per i tanti messaggi usciti da quelle urne.
Mi limito a rilevare, innanzitutto, la vittoria sostanziale del PD e del centrosinistra in genere (quello della "Foto di Vasto", per capirci) in un numero di città e paesi che non può dare adito al benché minimo dubbio da parte di chicchessia: dei 118 comuni al ballottaggio, 92 sono stati conquistati dal centrosinistra (che precedentemente ne governava solo 45). Questa lettura, semplice e inequivocabile, la facciano anche gli esponenti del PD: sto pensando ad alcuni commenti letti su Twitter di qualcuno (ad es. Debora Serracchiani) che ha pesato il dato di Parma come elemento per dichiarare una sconfitta, indipendentemente da quanto verificatosi altrove. Va bene essere "catastrofici", ma masochisti mi sembra troppo ...

Ma mi interessa esprimere qualche pensiero sul voto parmigiano, appunto. Per vicinanza territoriale e per valore politico.
Innanzitutto, partirei da un'analisi disincantata del PD e del centrosinistra, responsabili anch'essi della sconfitta di Bernazzoli. Dico questo perché, inevitabilmente, la sconfitta non può essere imputabile al solo candidato, ma anche altri se ne devono assumere l'onere.
Ciò che, a mio modesto parere, il PD ha sbagliato è il fatto di non aver imposto a Bernazzoli le dimissioni di Presidente della Provincia: cioè, nel momento in cui, da vincitore delle Primarie, Bernazzoli è diventato il candidato sindaco per la coalizione di centrosinistra, PD in testa, sarebbe stato opportuno che lui spontaneamente si assumesse il rischio delle dimissioni, prescindendo dal risultato finale. Allorché questo passo non era stato fatto dal candidato, avrebbe dovuto essergli imposto dal suo partito, coerentemente con l'anti-poltronismo che spesso predichiamo, giustamente.
Questa cosa a molti elettori a Parma ha dato parecchio fastidio: l'impressione che se ne è avuta è che quel candidato, territorialmente noto da tempo come politico locale (già Sindaco a Fontanellato e due volte Presidente di Provincia), non fosse che l'ennesima figura "di lungo corso", con particolare affezione alla politica e al potere politico. Non, dunque, una faccia nuova completamente.
Su quest'ultimo punto, poi, urge un chiarimento ai tanti che continuano a sostenere che la sua sia stata una candidatura imposta dal partito a livelli più alti: ciò è quantomeno un assurdo politico, avendo egli partecipato alle Primarie di coalizione, alle quali peraltro concorreva anche il Segretario cittadino del PD, a dimostrazione che non fosse l'unico esponente democratico in lizza.

Fatta questa disamina, voglio spendere parole anche sul neo-Sindaco e su tutto il suo background politico.
Innanzitutto, ritengo un errore madornale la sottovalutazione che, generalmente si è fatta della portata di quest'onda lunga dei grillini, già percepibile dal primo turno: lo stesso Bernazzoli che, l'indomani del primo turno, ha tacciato Pizzarotti come "squadra di serie B", alias facilmente vincibile, ha evidentemente dato segno di una stolta sottovalutazione dell'avversario e del suo portato politico.
Errore che, credo, abbia commesso non solo il candidato, ma tutta la coalizione del centrosinistra a suo sostegno: avendo bazzicato Parma in quei giorni, non ho percepito un tam-tam massivo degli altri partiti a favore di Bernazzoli, se si esclude ovviamente il PD. Questo anche in termini di partecipazione alle urne: una lettura pur sommaria delle percentuali di domenica e lunedì scorso evidenzia banalmente un triplicarsi dei voti per Pizzarotti (dal 19,4% al 60% e rotti), mentre Bernazzoli è rimasto al palo, se non addirittura ne ha persi. Ciò significa, evidentemente, che Pizzarotti ha raccolto anche i voti degli altri candidati, in particolare del centro e del centrodestra.

Potrebbero esserci anche altre letture analitiche del voto dato a Pizzarotti, ma vorrei richiamare brevemente anche alcuni aspetti politici puri sulla vittoria grillina.
Innanzitutto, a mio modesto parere, l'aver vinto in una città capoluogo, pur piccola, ma significativa come Parma dà ai grillini e al loro Movimento una responsabilità politica non indifferente: ora dovranno dimostrare di essere capaci anche di mettere in piedi programmi concreti di governo locale, scevri da connotazioni espressamente polemiche e distruttive - in questo senso, l'annunciata chiusura dell'inceneritore di imminente varo e avvio sarebbe, oltre che una scelta sciagurata sul piano economico e gestionale del tema rifiuti, anche un evidente spreco di quanto investito in infrastrutture.
L'esser chiamati, poi, a responsabilità governative, li fa diventare ad ogni effetto un'istituzione politica: la denominazione e definizione di "movimento" cui tanto sono affezionati viene a perdere, credo, il suo significato originario - e, peraltro, ha un rimando storico tanto negativo che, forse, sarebbe meglio anche per la loro sopravvivenza politica svincolarsi da quel termine. L'iter di partecipazione politica alla vita amministrativa li inserisce in un dinamica che, notevolmente più complessa della semplice protesta di piazza, li eleva alla dignità, che per loro forse è un'onta, di partito politico. Peraltro, anche alla luce dell'emendamento votato ieri alla Camera che negherebbe i rimborsi elettorali a quanti non abbiano uno Stato di democrazia interna al partito/movimento, esattamente come loro, mi aspetto che in tempi ragionevolmente brevi intraprendano cammini costitutivi di un organo di partito.
Questa cosa, che detta in una discussione animata ad altri potrebbe sembrare una "bestemmia" contro il grillismo, potrebbe avere dei risvolti positivi per lo stesso Movimento 5 Stelle. A ben vedere, il fatto di darsi regole di democrazia interna, di individuare un Segretario e non un capo-popolo (cosa che mi fa sovvenire le cronache storiche di cui narra il Manzoni nei Promessi Sposi), è un beneficio sia per l'organizzazione nel suo complesso che, soprattutto, per gli eletti e gli elettori. Nel fare un cammino espressamente partitico, ci si garantisce una condivisione di idee e programmi di cui necessariamente beneficiano gli eletti in seno al Movimento: questa è una banalissima considerazione sul senso ultimo della politica e della democrazia, ben lungi da ciò che fanno loro. Per carità, il programma sarà anche stato declinato città per città dai candidati stessi e dai loro supporters, ma a tutt'oggi non si rileva una democrazia interna compiuta, quanto piuttosto un capo-popolo che fa e dispone dei suoi come e quando vuole. Tant'è che il neo-eletto Pizzarotti ha tenuto subito a precisare di essere stato solo "accompagnato" dal voto grillino, ma di essere stato scelto per la sua credibilità personale e come espressione del gruppo di cui era a capo, intendendo che Grillo fosse solo - testuale - un "megafono" delle loro idee: le cronache politiche di ieri e oggi, rilevano già sommosse interne per questa sonora e clamorosa presa di distanze.
In ogni caso, staremo a vedere quali saranno le vere dinamiche della nuova amministrazione parmigiana. Personalmente, nutro molto scetticismo sulla loro durata e sulla loro efficacia: spero, però per il bene della città, che questa mia percezione sia errata e che venga smentita dai fatti.
23 maggio 1992 - Capaci
post pubblicato in diario, il 23 maggio 2012


Il 23 maggio è, certamente, una di quelle date che, nel bene o nel male, fanno la storia di un Paese: nella fattispecie italiana, ahinoi, lo è nel male.
La strage di Capaci ha un portato valoriale, affettivo ed emozionale enorme per chiunque ne abbia memoria e per chiunque ne abbia contezza responsabile. Come tanti porto anch'io il mio ricordo personale di quella giornata e di come appresi la notizia: certo, a soli 7 anni, allora, non potevo capire ciò che avevo davanti, ma oggi quei piccoli frammenti di una giornata come quelli sono qualcosa che custodisco gelosamente perché crescendo ne ho appreso il senso drammatico e, al tempo stesso, eroico.

Ciò che stona terribilmente con la storia personale e civica di Giovanni Falcone, così come per Paolo Borsellino, è pensare che in tanti anni non siano ancora state acclarate le chiavi di volta negli iter giudiziari per individuarne colpevoli e mandanti.
L'impressione che ho, ma che immagino non sia solo mia, è che tante (troppe) volte ci si sia avvicinati alla verità oggettiva di quei fatti, ma che la si sia solamente lambita, senza agguantarla una volta per tutte. Depistaggi, falsi indizi e false indagini, errori macroscopici volutamente commessi. Tutto questo ancora oggi ci impedisce di capire quale fosse la ratio ultima di quei due attentati catastrofici.
Probabilmente tra i tanti che abbiano letto e si siano documentati, molti si sono fatti un'idea di ciò che, invece, non è stato appurato: tutte quelle persone, e io tra quelle, nutrono una sete infinita di conoscere a fondo una volta per tutte cosa avvenne e perché.
Questa mancanza di verità e di oggettività rende terribilmente sconsolante qualunque commemorazione, ancorché sincera e non retorica, di quelle date e di quegli eroi nazionali. Ancor più se pensiamo, e dobbiamo pensarlo, che quelle pagine di storia patria debbano essere raccontate alle nuove generazioni. Come possiamo raccontare loro cosa furono quei giorni e quegli anni? Come possiamo responsabilizzare le loro coscienze civiche, se nemmeno noi abbiamo punti fermi da cui partire?
E poi, soprattutto, quale memoria sincera e non retorica di Falcone e Borsellino può essere pienamente coerente con il loro alto e nobile esempio, se noi oggi siamo ancora all'oscuro delle verità fondamentali di quelle stragi (incluse quelle del '93)?
Troppi interrogativi restano irrisolti su quegli eventi e sulla storia a seguire: senza piena luce rispetto a questi aspetti, forse, non può esistere una onesta commemorazione di quelle vittime sacrificali.

A proposito del "fuor di retorica" di cui sopra, vorrei fare una menzione speciale al film di Claudio Bonivento prodotto da La7, "Vi perdono - ma inginocchiatevi": un'opera straordinaria per durezza e carica emotiva al tempo stesso. Una visuale, finalmente, diversa su quei fatti: raccontando la storia personale dei 3 uomini della scorta che morirono a Capaci a fianco del Giudice Falcone, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco di Cillo, il film apre un varco anche sulla storia personale di quei 3 uomini e sulla vita "border line" degli uomini della scorta. 
Menzione che ritengo doveroso fare anche per i documenti presentati a corredo del film da Mentana, il quale ha rinvenuto e riproposto straordinari video e interviste di quell'epoca, volte ad evidenziare il senso di profonda solitudine e amarezza in cui i due Giudici si trovarono ad operare in quegli anni.

A suggello della memoria di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, e dei 3 uomini della scorta Montinaro, Schifani e di Cillo, vorrei citare le righe conclusive del libro "COSE DI COSA NOSTRA" scritto dallo stesso Giovanni Falcone con Marcelle Padovani, parole profetiche ed autobiografiche al tempo stesso, direi:
Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. in Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.
Un cuore solo e un'anima sola
post pubblicato in diario, il 20 maggio 2012


La voglia di fare alcune considerazioni su questo weekend italiano ha trovato nel tweet di poco fa di Andrea Sarubbi un prezioso punto di partenza. La citazione di un versetto delle Letture della Liturgia odierna (Ef 4,4) mi ha dato il la a scrivere queste poche righe.
Le notizie che si affollano sulla prima pagina odierna sono, pur nella enorme diversità tra loro per tipologia, due immagini tristi e forti di un Paese che riscopre la sua debolezza. Ciò che unisce queste due tragedie (termine forte, ma esplicativo del disagio complessivo) non può essere solo la contiguità temporale. Deve essere, invece, quello spirito popolare che il versetto dell'Apostolo Paolo richiama alla Chiesa di Efeso.
Di fronte, insomma, a due eventi luttuosi e tragici, ciò che possiamo e dobbiamo sentirci dentro è proprio quel senso di unità e solidarietà che ci consenta di reagire, nell'un caso e nell'altro, non ripiegando nella sola paura, ma rialzandoci e rifacendoci popolo.

La tragedia di ieri, immane e deprecabile, ha innescato subito in tutti noi quella voglia di non piegare la testa, di riaffermare valori umani e civili fondamentali. Quelli che la barbarie di chi ha pensato e perpetrato quella strage hanno, forse solo per qualche minuto, prevaricato e cancellato. Un atto tanto vile quanto atroce ha scatenato una reazione di protesta civile, civica e pacifica attraverso tutto il Paese che si è mobilitato per dire "No. Noi non siamo così".
Quale che sia la matrice del gesto (mafiosa, stragista, terroristica, solitaria, seriale), è disumano quel che è accaduto. Ma al tempo stesso è tremendamente umano e confortante quello che si è generato di lì a poco: piazze piene in ogni parte d'Italia, scuole aperte oggi a Brindisi, risveglio di una coscienza critica nazionale. La prova, insomma, che il nostro Paese di fronte alle pagine più nere della sua storia reagisce non piegandosi alle logiche perverse di chi firma quelle pagine.

Ovviamente ben diversa è la natura dell'evento di questa notte - l'opera della natura non ha paragoni nemmeno lontani con la barbarie umana. Ma simile è, però, la reazione umana all'accaduto. La mobilitazione di solidarietà civile e operante delle popolazioni vicine è una straordinaria prova che il nostro popolo può dare. Certamente non può essere demandata alla spontaneità dei singoli, ma va ricondotta a chi (Protezione Civile e Vigili del Fuoco in primis) ne ha la competenza. Ma è la solidarietà territoriale, la cooperazione tra conterranei quello che ci fa essere orgogliosi del nostro essere italiani: capaci di esserci reciprocamente vicini, sinceramente sodali e fortemente com-passionevoli (nel senso latino del termine, quello del patire cum, provare l'emozione con).

Allora, davvero grande è la prova di popolo che stiamo dando e che dobbiamo continuare a dare. Una prova di unità e di solidarietà che ci aiuta ad attraversare le tragedie contingenti e che, alla lunga, ci rafforza come popolo, facendoci crescere e dandoci la spinta per attraversare il tunnel di questo periodo storico di crisi. 
Un solo corpo e un solo spirito.
6/7 maggio - il voto italiano
post pubblicato in diario, il 8 maggio 2012


E poi c'è il voto italiano. E qui si apre un mondo.
Gli spunti di riflessione sono, in pratica, numerosissimi - proverò giusto a darne qualcuno.

Ad una valutazione politica complessiva, appaiono evidenti alcuni trend: la sostanziale e indubitabile tenuta del centrosinistra nel suo complesso (a partire dal PD), l'altrettanto sostanziale sparizione del PDL, della Lega e del Terzo Polo, l'inatteso e preoccupante exploit dei grillini. Di fronte a questi dati, non per compiacenza partitica, ma l'unico a leggerli per quel che sono è stato Bersani: sul fronte PDL un imbarazzante tentennamento, dove non un proclama di importanti tenute in alcuni comuni (a Quagliariello, ad esempio, andrebbe data la sveglia nell'Italia post-voto e post-padrone-Berlusconi). Non pervenute le reazioni dell'UDC (che pure si aggiudica qualche importante ballottaggio), di altri del Terzo Polo. Solo Maroni, per la Lega, ha dato il senso di una reale batosta subita (eccezion fatta per Verona che, per altro, potrebbe essere motivo di un'ulteriore resa dei conti interna).
Prescindendo dalle letture partitiche dei voti, la sostanza è di una sonora bocciatura per la quasi totalità dei partiti e, in particolare, per quelli del centro-destra. 
Quali le ragioni? Per me che non sono politologo, alcune sono palesi. 
Innanzitutto, il PDL senza il più il capo-padrone è un partito smarrito, con una guida debole (quella di Alfano) e che, laddove pienamente responsabile del proprio sostegno al Governo Monti, non è percepita dalla base elettorale come attendibile. Insomma, un partito imploso intorno al suo segretario. Idem dicasi per la Lega: gli scandali delle scorse settimane, ripetuti e insistentemente agli onori (o disonori) delle cronache hanno causato una rovinosa e ingloriosa caduta del partito che, ad oggi, detiene ancora l'anzianità di presenza in Parlamento.

C'è, poi, il risultato del Movimento 5 Stelle. Un risultato che, indubbiamente, sancisce il loro balzo in avanti e un effettivo successo - forse, insperato anche per loro. Sarebbe, forse, troppo facile bollarlo come voto di protesta, ma tant'è. Non si vedono ragioni sostanzialmente diverse di un risultato tanto forte. Nei consensi dati a Grillo ci sono le delusioni politiche di molti transfughi dei partiti più forti e tradizionali: sarei pronto a scommettere che molti di quei voti siano stati espressi da leghisti delusi e da pidiellini in fuga. Ma ci sono anche tanti voti convinti, se ne può essere certi, ai candidati in sé e alla voglia di cambiamento che essi rappresentano e proclamano. 
Ora che il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un tale successo (un Sindaco eletto e un candidato al ballottaggio, più svariati arrivati al 3° posto o dintorni), è, però, il momento di vederli all'opera dell'amministrare le città. Nelle poche esperienze attuali, non risultano aver fatto la differenza né in positivo né in negativo: diciamo pure che dove fino a ieri compartecipavano all'amministrazione delle città, lo facevano in sostanziale ombra e silenzio. Da oggi, invece, sono chiamati alla proposta politica, al contraltare amministrativo ai partiti tradizionali: alla crescita dei consensi, deve corrispondere una crescita di idee e proposte, per dimostrarsi, quantomeno, capaci di reggere la sfida lanciata agli altri e ricevuta dagli elettori. 
Ma su questo, in tutta franchezza, sono molto scettico. Ma non voglio essere un eccessivo e intransigente detrattore. Staremo a vedere.

Qualche analisi città per città.
Partirei da Parma, per vicinanza territoriale. Il ballottaggio tra PD e Mov5St appare come un risultato inedito e inatteso. Significativo, però, il bottino portato a casa dal candidato del centro-sinistra Bernazzoli: sulla città martoriata dal PDL e da Vignali, sacrificata sull'altare degli scandali giudiziari, non era scontata un'affermazione tanto netta già al primo turno. Ma il dato, a mio dire, più importante riguarda il già Sindaco e "padre politico" dello stesso rovinoso Vignali, Elvio Ubaldi: la sua ricandidatura, beffardamente arrivata sul finale delle presentazioni ufficiali, ha subito un inatteso tracollo, attestandosi su numeri troppo bassi per la rinascita promessa alla città. D'altronde, la lezione reggiana di Antonella Spaggiari avrebbe dovuto insegnare che i grandi Sindaci rimasti nella memoria politica cittadina come, appunto, memorabili, non hanno speranza di riaffermazione a distanza di tempo. Meglio sarebbe stata, per loro, una dignitosa ritirata che li tenesse gloriosamente nella memoria cittadina, come fulgidi esempi di buona amministrazione locale.
Passando a Genova, il commento è per me unico: è il caso fotocopia di quanto avvenne lo scorso anno a Milano. Il vincitore delle Primarie di coalizione, non candidato dal PD, ha assunto la responsabilità della coalizione stessa e ha incassato un sostegno convinto e forte dei vari partiti. E alle urne ha ottenuto il consenso degli elettori. Non esistono altre dietrologie politiche: il turbinio di opinioni sulle Primarie, sul PD che le lancia e le perde, sul fatto che SEL proponga propri candidati,  ... , non ha natura di esistere. L'esito, ancorché non definitivo, delle urne di ieri insegna, e insegna soprattutto che il PD sa giocare il proprio ruolo nelle coalizioni e sa portare frutti a questo gioco.
Il caso di Palermo è, per certi versi, una contraddizione a quanto appena detto. Ma il caso palermitano è, anche, un caso a sé, sul quale non sto a pronunciarmi per effettiva ignoranza mia di certe dinamiche politiche specifiche del luogo e dei personaggi.
Ci sarebbe, poi, il caso aquilano. Caso emblematico. Sia per il ballottaggio che si farà: PD-UDC, sostanzialmente. Sia per la totale sparizione del PDL, storicamente forte in questa città, che si attesterebbe al di sotto del 10%. Qua come in tante altre città. C'è, poi, tutta la valenza simbolica de L'Aquila che, come tale, meriterebbe una pungolatura al PD, in merito al sostegno forse non troppo forte o non troppo convincente (?) a Cialente, Sindaco della città terremotata e motore di una rinascita ancora tutta da compiere.
Si potrebbero poi attraversare le urne di altre città per insistere su un trend che, come detto, è comunque generale e, praticamente, sempre uguale a se stesso - con debite eccezioni, ovviamente. Ma non vorrei dilungarmi ulteriormente e rimando ad altre riflessioni il tutto.
6 maggio - il voto europeo
post pubblicato in diario, il 7 maggio 2012


In attesa di avere dati definitivi e chiari sul voto italiano (che già, però, presenta non pochi spunti di riflessione), vorrei fare qualche considerazione su quanto avvenuto ieri nelle urne aperte in Europa.

Parto da un dettaglio che viene dalla Grecia e che, ancorché contestualizzabile, ha evidenti segni di gravità e di preoccupazione. Mi riferisco non tanto all'eccessiva frammentazione partitica e alla sonora bocciatura di quanti già sedevano al Parlamento e, pertanto, sono stati identificati come responsabili della situazione drammatica in cui versa il Paese. Il dato preoccupante, allarmante e grave è l'accesso di "Alba dorata" al Parlamento greco, un partito di palese e acclarata ispirazione neonazista. Ora, ribadisco, il dato necessita di una contestualizzazione che tenga conto della delusione, della protesta e del disamore politico della gente: non farlo sarebbe un errore di valutazione madornale. Ma non si può non avere timore di un dato tanto pesante: un consenso del 7% (o simile) deve farci paura e deve far riflettere l'intero sistema politico europeo. Il clima di sfiducia e delusione che tiene in pugno la Grecia è un pericolo da non sottovalutare, soprattutto perché può avere ripercussioni altrove.
Un dato che, con opportune correzioni e proporzioni, va a braccetto col 18% ottenuto dal "Fronte National" di Marine Le Pen due settimane fa in Francia: gli estremismi di destra nuovamente serpeggiano in Europa e occorre aprire ben bene gli occhi per non rischiare di sottovalutarli.

Sul dato elettorale tedesco, pur non eclatante né troppo significativo, credo che la stentata tenuta della coalizione governativa della Merkel sia emblematica della crisi del modello ultra-rigorista che ha messo le briglie al Continente e alla sua economia. Un segnale buono che apre uno spiraglio di non poco conto nella politica europea in senso ampio.

Ovviamente, poi, fondamentale e storico è il dato elettorale francese: il trionfo di Hollande è quel "vento di cambiamento" che si aspettava da tempo in Europa e che tutti noi, a sinistra, salutiamo con una gioia immensa. La sconfitta di Sarkozy suona come una bocciatura sonora allo stesso rigorismo di cui sopra. L'apertura di credito al candidato Socialista è l'apertura di una nuova era politica, innanzitutto per la Francia, ma soprattutto per l'Europa: con il cambio al vertice della Francia possiamo, e dobbiamo, auspicare un'importante inversione di rotta nella guida dell'Europa. Da qui, dunque, dalle urne francesi soffia un vento nuovo che, è l'auspicio di quanti hanno salutato con entusiasmo i risultati di ieri, dirotterà l'Europa verso un nuovo clima di politica economica.
Da questo vento, poi, i vari partiti centro-sinistra sparsi nel Continente potranno e dovranno trarre i debiti insegnamenti e le giuste ispirazioni politiche per l'amministrazione dei loro territori - il PD per primo.
Ritorno alla Politica
post pubblicato in diario, il 27 aprile 2012


Quale che sia l'idea di ciascuno sul tema della politica, dei partiti, dell'antipolitica, è sufficiente la lettura del discorso tenuto dal Presidente Napolitano a Pesaro il 25 aprile (http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=2422) per capire a cosa il nostro Paese stia andando incontro.

Ora, se mi metto dalla parte di un cittadino che, magari anche distrattamente, segue quotidianamente i telegiornali e gli aggiornamenti di cronaca  politica, non posso non provare un generale senso di smarrimento e di ripudio di certe forme di politica. Bastano, ormai, i soli nomi di Lusi, Belsito, Lavitola, Rosi Mauro, Renzo Bossi, Formigoni, Orsi, Guarguaglini, per richiamare pratiche amministrative lungi dall'essere pratiche politiche pure.

Ma se mi metto dal lato opposto, quello del mondo politico che, sì variegato e inclusivo anche di (tante) mele marce, ha ancora dei buoni esempi di politica seria, competente, meritoria di sostegno, beh, da questa parte non potrei non sentirmi umiliato da quegli omuncoli di cui sopra né potrei esimermi dal voler dimostrare a qualunque costo di quanto la funzione politica sia indispensabile per il Paese e per la sua rinascita.
Oggettivamente, è molto difficile oggi stare tra la gente e tentare di "difendere" la funzione politica in uno stato democratico: è troppo grande la sfiducia, perché troppo grandi sono le delusioni giunte da tutti i fronti politici - alias, è la politica stessa ad aver fornito le "armi" per essere ripudiata dalla gente. E come negare ciò? Non è possibile, semplicemente perché non corrisponderebbe al vero; anzi, è urgente riconoscere l'errore politico che ha indotto la degenerazione prima e la disaffezione poi della/dalla politica.

Di fronte ad uno scoramento generale come quello che si percepisce oggi, quello che ad un buon politico (o a chi, come me, ancora vuole credere nella funzione politica) resta da fare è indurre una riflessione seria e profonda, sulla falsa riga di quanto ha detto proprio il Capo dello Stato a Pesaro. Ovvero, non esiste e non può esistere uno stato democratico in cui manchino i partiti: una cosa è la riforma dei partiti (magari, come va dicendo il PD da tempo immemore, nella piena attuazione dell'Art. 49 della Costituzione), un'altra cosa - ben diversa - è la rimozione o sostituzione o rinuncia ai partiti. Quest'ultima sarebbe un "suicidio politico" di portata drammatica, a dir poco.
Si rifletta, in questo senso, su quanto accadde negli anni 1919-1921: in un arco temporale brevissimo, si susseguirono poco meno di 10 Governi, alla guida di un Paese, il nostro, attanagliato da un'innumerevole sfilza di problemi. Ciò che ne seguì, dal 1922 in poi, è ben noto a tutti. In quel clima di tensioni sociali (gli storici definiscono "biennio rosso" quel periodo di costanti e ripetute manifestazioni di protesta sindacale nelle fabbriche), di sfiducia e disinteresse generale verso la guida del Paese, aggravata dal tributo di sangue pagato nella Prima Guerra Mondiale, trovò terreno fertile un antipolitico quale era, in principio, proprio Mussolini. Analoga potrebbe essere l'analisi sulla Repubblica di Weimar in Germania e sull'ascesa di Hitler. 
Ma il senso è facile da cogliere: ad una crisi di fiducia nella politica, ad un disinteresse generale e diffuso verso i partiti e la gestione democratica di uno Stato, non possono che venir meno proprio i pilastri fondamentali della democrazia e, dunque, della libertà di manifestazione e aggregazione politica.
Certo, siamo ben lungi da questi estremi. Non è questo l'orizzonte più prossimo. Ma il nostro Paese non può permettersi il sonno del disinteressato: non fosse altro che per l'urgenza di una rinascita economica e produttiva. Ma occorre vigilare contro queste derive e questi pericoli: la loro sottovalutazione facilita enormemente il dilagare di una diffusa ignoranza, quella stessa che si trasforma in un convinto supporto politico alla demagogia e al populismo di certuni (senza giri di parole, l'ex comico che ora fa soldi per sé facendo politica, Beppe Grillo) e che, alla lunga, diventa offesa anche per la memoria storica del Paese. 

A questo proposito, la rabbia che ha manifestato ieri il Segretario Bersani nei confronti delle offese di Grillo ai Presidenti Napolitano, Monti, Schifani e Fini, e verso i Partigiani, è stata anche troppo tenue rispetto a quanto gli andrebbe detto. Si sciacquasse la bocca prima di parlare, a qualunque titolo e in qualunque contesto, di Partigiani e di lotta di Resistenza! Se non altro perché loro, in quei giorni, scelsero da quale parte stare e decisero quale fosse il Bene per il Paese. Cosa anni luce distante dall'attività politico-propagandistica di Grillo e dei suoi compari.

In chiusura, una citazione che ritengo di fare per una risposta che il Consigliere Regionale Beppe Pagani si è trovato a dare ad una lettera di protesta di un elettore, evidentemente deluso e irritato dalla gestione dei "costi della politica". (http://www.giuseppepagani.it/2012/04/sui-costi-della-politica/) Forse nel merito letterale di quanto ho scritto finora, questa lettera non entra, ma è evidente - forse semplicemente anche per la conoscenza personale del Consigliere - lo spirito con cui Pagani scrive la risposta, in riflesso a quello con cui esercita un ruolo politico. Ecco, per parte mia, sono esempi come questo, spiriti di Servizio come questo a dover essere portati come argomentazioni a quanti vestono i panni dei dissidenti e dei demagoghi. C'è bisogno di gente così per ripartire dalla politica e salvare il nostro Paese.
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