.

6/7 maggio - il voto italiano
post pubblicato in diario, il 8 maggio 2012


E poi c'è il voto italiano. E qui si apre un mondo.
Gli spunti di riflessione sono, in pratica, numerosissimi - proverò giusto a darne qualcuno.

Ad una valutazione politica complessiva, appaiono evidenti alcuni trend: la sostanziale e indubitabile tenuta del centrosinistra nel suo complesso (a partire dal PD), l'altrettanto sostanziale sparizione del PDL, della Lega e del Terzo Polo, l'inatteso e preoccupante exploit dei grillini. Di fronte a questi dati, non per compiacenza partitica, ma l'unico a leggerli per quel che sono è stato Bersani: sul fronte PDL un imbarazzante tentennamento, dove non un proclama di importanti tenute in alcuni comuni (a Quagliariello, ad esempio, andrebbe data la sveglia nell'Italia post-voto e post-padrone-Berlusconi). Non pervenute le reazioni dell'UDC (che pure si aggiudica qualche importante ballottaggio), di altri del Terzo Polo. Solo Maroni, per la Lega, ha dato il senso di una reale batosta subita (eccezion fatta per Verona che, per altro, potrebbe essere motivo di un'ulteriore resa dei conti interna).
Prescindendo dalle letture partitiche dei voti, la sostanza è di una sonora bocciatura per la quasi totalità dei partiti e, in particolare, per quelli del centro-destra. 
Quali le ragioni? Per me che non sono politologo, alcune sono palesi. 
Innanzitutto, il PDL senza il più il capo-padrone è un partito smarrito, con una guida debole (quella di Alfano) e che, laddove pienamente responsabile del proprio sostegno al Governo Monti, non è percepita dalla base elettorale come attendibile. Insomma, un partito imploso intorno al suo segretario. Idem dicasi per la Lega: gli scandali delle scorse settimane, ripetuti e insistentemente agli onori (o disonori) delle cronache hanno causato una rovinosa e ingloriosa caduta del partito che, ad oggi, detiene ancora l'anzianità di presenza in Parlamento.

C'è, poi, il risultato del Movimento 5 Stelle. Un risultato che, indubbiamente, sancisce il loro balzo in avanti e un effettivo successo - forse, insperato anche per loro. Sarebbe, forse, troppo facile bollarlo come voto di protesta, ma tant'è. Non si vedono ragioni sostanzialmente diverse di un risultato tanto forte. Nei consensi dati a Grillo ci sono le delusioni politiche di molti transfughi dei partiti più forti e tradizionali: sarei pronto a scommettere che molti di quei voti siano stati espressi da leghisti delusi e da pidiellini in fuga. Ma ci sono anche tanti voti convinti, se ne può essere certi, ai candidati in sé e alla voglia di cambiamento che essi rappresentano e proclamano. 
Ora che il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un tale successo (un Sindaco eletto e un candidato al ballottaggio, più svariati arrivati al 3° posto o dintorni), è, però, il momento di vederli all'opera dell'amministrare le città. Nelle poche esperienze attuali, non risultano aver fatto la differenza né in positivo né in negativo: diciamo pure che dove fino a ieri compartecipavano all'amministrazione delle città, lo facevano in sostanziale ombra e silenzio. Da oggi, invece, sono chiamati alla proposta politica, al contraltare amministrativo ai partiti tradizionali: alla crescita dei consensi, deve corrispondere una crescita di idee e proposte, per dimostrarsi, quantomeno, capaci di reggere la sfida lanciata agli altri e ricevuta dagli elettori. 
Ma su questo, in tutta franchezza, sono molto scettico. Ma non voglio essere un eccessivo e intransigente detrattore. Staremo a vedere.

Qualche analisi città per città.
Partirei da Parma, per vicinanza territoriale. Il ballottaggio tra PD e Mov5St appare come un risultato inedito e inatteso. Significativo, però, il bottino portato a casa dal candidato del centro-sinistra Bernazzoli: sulla città martoriata dal PDL e da Vignali, sacrificata sull'altare degli scandali giudiziari, non era scontata un'affermazione tanto netta già al primo turno. Ma il dato, a mio dire, più importante riguarda il già Sindaco e "padre politico" dello stesso rovinoso Vignali, Elvio Ubaldi: la sua ricandidatura, beffardamente arrivata sul finale delle presentazioni ufficiali, ha subito un inatteso tracollo, attestandosi su numeri troppo bassi per la rinascita promessa alla città. D'altronde, la lezione reggiana di Antonella Spaggiari avrebbe dovuto insegnare che i grandi Sindaci rimasti nella memoria politica cittadina come, appunto, memorabili, non hanno speranza di riaffermazione a distanza di tempo. Meglio sarebbe stata, per loro, una dignitosa ritirata che li tenesse gloriosamente nella memoria cittadina, come fulgidi esempi di buona amministrazione locale.
Passando a Genova, il commento è per me unico: è il caso fotocopia di quanto avvenne lo scorso anno a Milano. Il vincitore delle Primarie di coalizione, non candidato dal PD, ha assunto la responsabilità della coalizione stessa e ha incassato un sostegno convinto e forte dei vari partiti. E alle urne ha ottenuto il consenso degli elettori. Non esistono altre dietrologie politiche: il turbinio di opinioni sulle Primarie, sul PD che le lancia e le perde, sul fatto che SEL proponga propri candidati,  ... , non ha natura di esistere. L'esito, ancorché non definitivo, delle urne di ieri insegna, e insegna soprattutto che il PD sa giocare il proprio ruolo nelle coalizioni e sa portare frutti a questo gioco.
Il caso di Palermo è, per certi versi, una contraddizione a quanto appena detto. Ma il caso palermitano è, anche, un caso a sé, sul quale non sto a pronunciarmi per effettiva ignoranza mia di certe dinamiche politiche specifiche del luogo e dei personaggi.
Ci sarebbe, poi, il caso aquilano. Caso emblematico. Sia per il ballottaggio che si farà: PD-UDC, sostanzialmente. Sia per la totale sparizione del PDL, storicamente forte in questa città, che si attesterebbe al di sotto del 10%. Qua come in tante altre città. C'è, poi, tutta la valenza simbolica de L'Aquila che, come tale, meriterebbe una pungolatura al PD, in merito al sostegno forse non troppo forte o non troppo convincente (?) a Cialente, Sindaco della città terremotata e motore di una rinascita ancora tutta da compiere.
Si potrebbero poi attraversare le urne di altre città per insistere su un trend che, come detto, è comunque generale e, praticamente, sempre uguale a se stesso - con debite eccezioni, ovviamente. Ma non vorrei dilungarmi ulteriormente e rimando ad altre riflessioni il tutto.
6 maggio - il voto europeo
post pubblicato in diario, il 7 maggio 2012


In attesa di avere dati definitivi e chiari sul voto italiano (che già, però, presenta non pochi spunti di riflessione), vorrei fare qualche considerazione su quanto avvenuto ieri nelle urne aperte in Europa.

Parto da un dettaglio che viene dalla Grecia e che, ancorché contestualizzabile, ha evidenti segni di gravità e di preoccupazione. Mi riferisco non tanto all'eccessiva frammentazione partitica e alla sonora bocciatura di quanti già sedevano al Parlamento e, pertanto, sono stati identificati come responsabili della situazione drammatica in cui versa il Paese. Il dato preoccupante, allarmante e grave è l'accesso di "Alba dorata" al Parlamento greco, un partito di palese e acclarata ispirazione neonazista. Ora, ribadisco, il dato necessita di una contestualizzazione che tenga conto della delusione, della protesta e del disamore politico della gente: non farlo sarebbe un errore di valutazione madornale. Ma non si può non avere timore di un dato tanto pesante: un consenso del 7% (o simile) deve farci paura e deve far riflettere l'intero sistema politico europeo. Il clima di sfiducia e delusione che tiene in pugno la Grecia è un pericolo da non sottovalutare, soprattutto perché può avere ripercussioni altrove.
Un dato che, con opportune correzioni e proporzioni, va a braccetto col 18% ottenuto dal "Fronte National" di Marine Le Pen due settimane fa in Francia: gli estremismi di destra nuovamente serpeggiano in Europa e occorre aprire ben bene gli occhi per non rischiare di sottovalutarli.

Sul dato elettorale tedesco, pur non eclatante né troppo significativo, credo che la stentata tenuta della coalizione governativa della Merkel sia emblematica della crisi del modello ultra-rigorista che ha messo le briglie al Continente e alla sua economia. Un segnale buono che apre uno spiraglio di non poco conto nella politica europea in senso ampio.

Ovviamente, poi, fondamentale e storico è il dato elettorale francese: il trionfo di Hollande è quel "vento di cambiamento" che si aspettava da tempo in Europa e che tutti noi, a sinistra, salutiamo con una gioia immensa. La sconfitta di Sarkozy suona come una bocciatura sonora allo stesso rigorismo di cui sopra. L'apertura di credito al candidato Socialista è l'apertura di una nuova era politica, innanzitutto per la Francia, ma soprattutto per l'Europa: con il cambio al vertice della Francia possiamo, e dobbiamo, auspicare un'importante inversione di rotta nella guida dell'Europa. Da qui, dunque, dalle urne francesi soffia un vento nuovo che, è l'auspicio di quanti hanno salutato con entusiasmo i risultati di ieri, dirotterà l'Europa verso un nuovo clima di politica economica.
Da questo vento, poi, i vari partiti centro-sinistra sparsi nel Continente potranno e dovranno trarre i debiti insegnamenti e le giuste ispirazioni politiche per l'amministrazione dei loro territori - il PD per primo.
Ritorno alla Politica
post pubblicato in diario, il 27 aprile 2012


Quale che sia l'idea di ciascuno sul tema della politica, dei partiti, dell'antipolitica, è sufficiente la lettura del discorso tenuto dal Presidente Napolitano a Pesaro il 25 aprile (http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=2422) per capire a cosa il nostro Paese stia andando incontro.

Ora, se mi metto dalla parte di un cittadino che, magari anche distrattamente, segue quotidianamente i telegiornali e gli aggiornamenti di cronaca  politica, non posso non provare un generale senso di smarrimento e di ripudio di certe forme di politica. Bastano, ormai, i soli nomi di Lusi, Belsito, Lavitola, Rosi Mauro, Renzo Bossi, Formigoni, Orsi, Guarguaglini, per richiamare pratiche amministrative lungi dall'essere pratiche politiche pure.

Ma se mi metto dal lato opposto, quello del mondo politico che, sì variegato e inclusivo anche di (tante) mele marce, ha ancora dei buoni esempi di politica seria, competente, meritoria di sostegno, beh, da questa parte non potrei non sentirmi umiliato da quegli omuncoli di cui sopra né potrei esimermi dal voler dimostrare a qualunque costo di quanto la funzione politica sia indispensabile per il Paese e per la sua rinascita.
Oggettivamente, è molto difficile oggi stare tra la gente e tentare di "difendere" la funzione politica in uno stato democratico: è troppo grande la sfiducia, perché troppo grandi sono le delusioni giunte da tutti i fronti politici - alias, è la politica stessa ad aver fornito le "armi" per essere ripudiata dalla gente. E come negare ciò? Non è possibile, semplicemente perché non corrisponderebbe al vero; anzi, è urgente riconoscere l'errore politico che ha indotto la degenerazione prima e la disaffezione poi della/dalla politica.

Di fronte ad uno scoramento generale come quello che si percepisce oggi, quello che ad un buon politico (o a chi, come me, ancora vuole credere nella funzione politica) resta da fare è indurre una riflessione seria e profonda, sulla falsa riga di quanto ha detto proprio il Capo dello Stato a Pesaro. Ovvero, non esiste e non può esistere uno stato democratico in cui manchino i partiti: una cosa è la riforma dei partiti (magari, come va dicendo il PD da tempo immemore, nella piena attuazione dell'Art. 49 della Costituzione), un'altra cosa - ben diversa - è la rimozione o sostituzione o rinuncia ai partiti. Quest'ultima sarebbe un "suicidio politico" di portata drammatica, a dir poco.
Si rifletta, in questo senso, su quanto accadde negli anni 1919-1921: in un arco temporale brevissimo, si susseguirono poco meno di 10 Governi, alla guida di un Paese, il nostro, attanagliato da un'innumerevole sfilza di problemi. Ciò che ne seguì, dal 1922 in poi, è ben noto a tutti. In quel clima di tensioni sociali (gli storici definiscono "biennio rosso" quel periodo di costanti e ripetute manifestazioni di protesta sindacale nelle fabbriche), di sfiducia e disinteresse generale verso la guida del Paese, aggravata dal tributo di sangue pagato nella Prima Guerra Mondiale, trovò terreno fertile un antipolitico quale era, in principio, proprio Mussolini. Analoga potrebbe essere l'analisi sulla Repubblica di Weimar in Germania e sull'ascesa di Hitler. 
Ma il senso è facile da cogliere: ad una crisi di fiducia nella politica, ad un disinteresse generale e diffuso verso i partiti e la gestione democratica di uno Stato, non possono che venir meno proprio i pilastri fondamentali della democrazia e, dunque, della libertà di manifestazione e aggregazione politica.
Certo, siamo ben lungi da questi estremi. Non è questo l'orizzonte più prossimo. Ma il nostro Paese non può permettersi il sonno del disinteressato: non fosse altro che per l'urgenza di una rinascita economica e produttiva. Ma occorre vigilare contro queste derive e questi pericoli: la loro sottovalutazione facilita enormemente il dilagare di una diffusa ignoranza, quella stessa che si trasforma in un convinto supporto politico alla demagogia e al populismo di certuni (senza giri di parole, l'ex comico che ora fa soldi per sé facendo politica, Beppe Grillo) e che, alla lunga, diventa offesa anche per la memoria storica del Paese. 

A questo proposito, la rabbia che ha manifestato ieri il Segretario Bersani nei confronti delle offese di Grillo ai Presidenti Napolitano, Monti, Schifani e Fini, e verso i Partigiani, è stata anche troppo tenue rispetto a quanto gli andrebbe detto. Si sciacquasse la bocca prima di parlare, a qualunque titolo e in qualunque contesto, di Partigiani e di lotta di Resistenza! Se non altro perché loro, in quei giorni, scelsero da quale parte stare e decisero quale fosse il Bene per il Paese. Cosa anni luce distante dall'attività politico-propagandistica di Grillo e dei suoi compari.

In chiusura, una citazione che ritengo di fare per una risposta che il Consigliere Regionale Beppe Pagani si è trovato a dare ad una lettera di protesta di un elettore, evidentemente deluso e irritato dalla gestione dei "costi della politica". (http://www.giuseppepagani.it/2012/04/sui-costi-della-politica/) Forse nel merito letterale di quanto ho scritto finora, questa lettera non entra, ma è evidente - forse semplicemente anche per la conoscenza personale del Consigliere - lo spirito con cui Pagani scrive la risposta, in riflesso a quello con cui esercita un ruolo politico. Ecco, per parte mia, sono esempi come questo, spiriti di Servizio come questo a dover essere portati come argomentazioni a quanti vestono i panni dei dissidenti e dei demagoghi. C'è bisogno di gente così per ripartire dalla politica e salvare il nostro Paese.
Milano, agosto 1943 - 67° anniversario della Liberazione
post pubblicato in Letture, il 25 aprile 2012


Per questo 25 aprile prendo a prestito le parole del Premio Nobel Salvatore Quasimodo:

Milano, agosto 1943
Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
È morta: s'è udito l'ultimo rombo
sul cuore del Naviglio: E l'usignolo
è caduto dall'antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

Dedicato alla memoria del 25 aprile.
Dedicato alla Resistenza: a chi l'ha combattuta, a chi ci ha creduto, a chi le ha dedicato la vita.
Dedicato all'Italia: a quell'Italia che non ha piegato la testa e ha rialzato anche quella altrui.
Casse vuote, tasche piene
post pubblicato in diario, il 8 aprile 2012


Le cronache politiche di questi ultimi tempi, del caso Lusi prima e del caso Belsito poi, hanno solo i colori politici differenti, ma nella sostanza ci parlano esattamente dello stesso problema.
Un problema che, apparentemente, è facile da individuare, la corruzione, ma che nasconde, forse, molte declinazioni in sé non immediatamente coglibili.
Non mi pronuncio sulle persone in sé, anche perché la loro "storia politica" non è di certo tra quelle di maggior spicco nella storia della nostra Repubblica, né mai lo sarà, vista la ragione cui si deve la loro notorietà oggi. Credo, invece, sia più costruttivo (anche se arduo) commentare il contesto in cui questi due "ladri pubblici" si sono mossi.

Il primo punto da rivedere, tassativamente in tempi rapidi, è la legge che ha istituito i rimborsi elettorali ai partiti, fregandosene altamente del referendum del 1993 e di quel 90,3% di voti a favore dell'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Una legge varata solo qualche mese dopo quel referendum, tuttora valida ahinoi, che semplicemente ebbe l'ipocrisia di cambiare nome a quel flusso di denaro, senza cambiare affatto la logica costitutiva. Di fatto, ininterrottamente dal 1974, lo Stato elargisce alle organizzazioni politiche in Parlamento (e non solo) soldi dei contribuenti - che saremmo noi - in quantità enormi e, perlopiù, sconosciute ai finanziatori - sempre noi.
Ora, pazienza che nel 1993 qualcuno abbia pensato che noi italiani fossimo tanto fessi da non cogliere che la nuova legge, parlando di "rimborsi elettorali", fosse solo una frittata girata (in termini), ma non nei fatti. Però, ora basta! Ora che abbiamo scoperto nuovamente che anche in forme diverse, il male assoluto della corruzione personale e partitica esiste, ora che abbiamo riacquistato consapevolezza della "fragilità umana" - il tempo pasquale mi induce a leggere il tutto in spirito evangelico - di chi gestisce ingenti quantità di denaro nostro, è giunto il momento di svoltare definitivamente.
Da più parti, nelle ultime ore, si sono levate voci nel merito di una nuova legge che blocchi immediatamente questi flussi di denaro in uscita dalle Casse dello Stato, a favore di quelle dei partiti. Non so se fidarmi ciecamente, accampare ancora qualche dubbio sulla onestà di quei tali (Casini in primis, perché che ci si capisca subito), o non fidarmi affatto.

C'è, poi, un altro aspetto strettamente inerente al primo. La legge di cui sopra, tutt'altro che mal-pensata dai partiti per i partiti, ha una stortura logica in sé che la rende ancor più detestabile, secondo me, agli occhi di noi cittadini. Trattandosi di "rimborsi elettorali", quei soldi non vengono ripartiti unicamente tra quanti superano la prova del voto e ottengono accesso al Parlamento, ma anche a tutti coloro che abbiano semplicemente partecipato alla tornata elettorale. Non solo, questa elargizione di nostri soldi è stata maleficamente pensata per durare per tutti gli anni di una legislatura, anche laddove la legislatura (la XV, ad esempio, dal 2006 al 2008) termini prima della sua naturale scadenza. Una cosa semplicemente disgustosa. 
Un paio di esempi pratici che aiutino a capire. L'Udeur di Mastella: schierata nel 2006 con la coalizione di centrosinistra, fu la causa (o meglio, tra le cause) della caduta del Prodi II e passò immediatamente dalla parte opposta alle urne del 2008, ma non venne rieletta - e il suo leader/padrone venne, poi, eletto l'anno successivo Eurodeputato del PdL. Fino al 2011, ipotetico 5° anno della XV Legislatura, l'Udeur ha beneficiato dei rimborsi elettorali che spettavano dal 2006: i cambi di bandiera in corso d'opera, i fallimenti elettorali delle successive urne, i cambi di habitat del padrone non contano, quel che conta è esser stati presenti nelle schede elettorali. 
Idem dicasi per la Margherita, o quasi. Nel senso che qui all'obbrobrio della legge, si sommano la "furbizia" degli amministratori di partito. O meglio, anche la Margherita nel 2006 era presente come partito autonomo sulla scheda elettorale e, dunque, fino al 2011 ha beneficiato dei rimborsi. Lo ha potuto fare perché la disonestà dei suoi amministratori, come pure l'ottusità di quella legge, ha consentito che il partito, pur sciolto nella pratica politica per confluenza nel nuovo Partito Democratico, rimanesse formalmente costituito e "amministrato". Qui, dunque, alla stortura congenita della legge sui rimborsi, si aggiunge la malafede di chi, anziché chiudere definitivamente un'avventura politica, l'ha mantenuta in vita per godere dei benefici economici dello Stato.

Sommando, dunque, tutte queste cose, appare urgente anche un'ulteriore modifica dello stato delle cose. A fianco dell'abolizione o revisione totale della legge sui rimborsi, urge la costituzione di una nuova legge che imponga tassativamente e ineludibilmente ai partiti la trasparenza e la correttezza nei bilanci. La proposta del Segretario Bersani, ora accolta e riproposta anche da altri, è oggettivamente una buona soluzione per ovviare all'esplosione di nuovi casi politici Lusi/Belsito. Questo perché i partiti, indipendentemente che ricevano ancora o meno soldi pubblici, sono entità pubbliche, sono protagonisti della res-publica e, come tali, devono mantenersi al di sopra di ogni sospetto di malaffare e per noi, utenti diretti o indiretti, volontari o coatti, devono risultare massimamente trasparenti e insospettabili.

Attenzione, però, a non scadere in quella moda ferina di questi anni, l'antipolitica! Spesso evocata, anche da me nelle righe di questo blog, l'antipolitica è un "male assoluto" dei nostri tempi e della nostra società, ma è una finta evasione dal malaffare odierno.Certo, i partiti politici attuali, popolati da tanti Lusi, Belsito, Scajola, Bertolaso, ... , sono i primi fomentatori dello spirito dell'antipolitica, come lo sono i profittatori alla Beppe Grillo. Ma spetta a noi cittadini non lasciarci tentare dall'illusione di lasciare scorrere tutto verso una deriva qualunquista e "anarchica" (termine fuori luogo, certamente, ma di sicuro effetto).
Noi cittadini dobbiamo pretendere una riforma radicale dello status quo della vita politica italiana. Dobbiamo esigere noi per primi che la nostra Repubblica sia amministrata anche dai partiti, dai loro esponenti e, indirettamente, da noi militanti/elettori/sostenitori: questo, peraltro, è un dettame costituzionale (Art. 49) e, come tale, va attuato e rispettato. Lo dobbiamo esigere anche perché, in fondo, noi stessi cittadini dobbiamo sentirci responsabili del nostro Stato, dobbiamo sentirci coinvolti nel controllo della sua gestione e dobbiamo ritenerci autorizzati a chiedere riscontro di quel che fanno i nostri rappresentanti coi nostri soldi: sia quando si tratta di nostre tasse e dei rispettivi investimenti statali, sia quando si tratta di casse di partito e di "spartizioni" (non nell'accezione corruttiva del termine).

In chiusura, giusto due parole sul caso Lega. Quello che sta emergendo dalle cronache è che anche loro, notori avversari della corruttela da Prima Repubblica fin dagli anni della loro fondazione, ne sono rimasti "vittime". Un sistema di ruberie alquanto complesso e diffuso, da quanto mi par di capire, ben in contrasto con tutti gli slogan da sempre messi in bocca ai loro militanti. Come immagino abbiano già rilevato altri (anche più autorevoli del sottoscritto), la Lega è oggi il più vecchio partito dell'agone politico, forse perché mai travolta da scandali e conseguenti scissioni interne: le cronache giudiziarie di questi giorni, forse porranno fine a questa coesione politica e, allora, finirà anche l'avventura politica dei "nordisti" del Po. Ma con loro, questo sì, finirà anche la Seconda Repubblica, declinante già dallo scorso novembre con "la caduta" dell'impero berlusconiano, e oggi forse con l'eclissi del "partito anziano" del Parlamento.
Italiani si nasce o si diventa? (ex post)
post pubblicato in diario, il 9 marzo 2012


Di seguito un mio intervento che apparirà sul prossimo giornalino del locale Circolo PD sul tema della cittadinanza.
Un dovuto aggiornamento: nei giorni scorsi sono state depositate le firme raccolte e ... sono state conteggiate oltre 100.000 firme su entrambe le proposte di legge. Un ottimo risultato!!!

La campagna“L’Italia sono anch’io”, attraverso la raccolta firme per la presentazione di due leggi di iniziativa popolare, ha richiamato l’attenzione del Paese sui temi della cittadinanza e dell’immigrazione: si tratta, infatti, di due proposte di legge con le quali si andrebbero a cambiare i requisiti per l’ottenimento della cittadinanza italiana (sia per gli immigrati che per i loro figli) e si concederebbe loro anche il diritto di voto.

Un indirizzo molto forte su questi temi lo ha dato nientemeno che il Presidente della Repubblica Napolitano quando, lo scorso 22 novembre, durante un incontro al Quirinale ha, testualmente, affermato «un’autentica follia o assurdità quella dei bambinidi immigrati in Italia che non diventano cittadini italiani». Al seguito di queste parole, potremmo affiancare quelle pronunciate in vari contesti dal Ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione Andrea Riccardi, già fondatore della Comunità di Sant’Egidio, altro fautore della necessità di nuovi atteggiamenti e nuovi approcci su questi temi.

Il senso del dibattito tra la legislazione vigente, le proposte avanzate, … , si dipana nelle accezioni di jus sanguinis (in sostanza l’attuale approccio per la concessione di cittadinanza, basato sulla discendenza “di sangue”), jus soli (l’impianto delle proposte di legge, basato sulla territorialità della nascita), jus culturae (una possibile mediazione, sostenuta fortemente tra gli altri dal Min. Riccardi). Più che entrare nei dettagli di questi impianti giuridici preferirei sottolineare l’importanza, per noi italiani nel tempo della crisi, di cogliere questa sfida fino in fondo.

La posta in gioco è, indubbiamente, quella di un’autentica sfida di civiltà e di modernità. Da un lato ci sta la situazione attuale con tutti i suoi limiti: un approccio generalmente emergenziale, intrecciato ad un’impostazione burocratica estremamente rigida e pesante, peraltro in contrasto con le direttive europee recepite nella stragrande maggioranza dei Paesi membri. Dall’altro, invece, ci sta una visione di ampio respiro, lungimirante e strategica: una logica non“multiculturale”, con tutte le implicazioni di possibili “ghettizzazione” e ditensione (tipica di paesi come Francia e Inghilterra), ma di tipo“interculturale”, cioè di apertura e contaminazione tra culture. Si tratta, a ben vedere, di aprire le porte agli stranieri in un’ottica dialogica e costruttiva: i nostri contesti urbani diventano i luoghi di un “meticciato identitario”, volto alla crescita comune degli uni e degli altri.

Attenzione, però, a non confondere questa prospettiva con quella di una perdita identitaria per noi italiani: durante l’incontro “Italianisi nasce o si diventa” dello scorso 24 febbraio qui a Boretto, l’On. Andrea Sarubbi (PD) ha sottolineato che «chi ha paura dei cambiamenti [in materia di composizione della società moderna, ndr] ha paura di perdere la propria stessa identità: questi cambiamenti vanno governati, perché subendoli si lascia che venga minata la propria identità di partenza». Nello stesso incontro, il Cons. Regionale Beppe Pagani (PD) ha affermato che «questo è il tempo della costruzione di un nuovo senso di cittadinanza: l’evidenza di questo è proprio nella quotidianità, in cui i mediatori culturali sono sempre più spesso gli stranieri di seconda generazione, a beneficio dei loro genitori e parenti. Perquesto possiamo affermare che l’immigrazione è un problema serio: non saper leggere questo dato è un errore macroscopico che la Politica compie».  

La sfida è quella di creare un’alleanza tra italiani e “nuovi italiani” per un nuovo progetto di Italia da condividere e su cui costruire il futuro del Paese, per creare, citando il Min. Riccardi, «una convivenza positiva, una convivenza civile […] che ha bisogno di regole e di un ethos condiviso» certamente rafforzato dalle celebrazioni del 150°dell’Unità d’Italia. In fin dei conti, insomma, è una sfida generazionale, con una portata che forse non cogliamo nell’immediato, ma che sarà di giovamento a chi ci seguirà. Per chiuderla, ancora una volta col Min. Riccardi, «pensare agli immigrati è in qualche modo pensare anche agli italiani». 

Italiani si nasce o si diventa?
post pubblicato in diario, il 18 febbraio 2012



Pensieri ad personam
post pubblicato in diario, il 15 febbraio 2012


Alcuni sassolini dalle scarpe che vorrei togliermi.

Innanzitutto, mi tolgo la coppia di sassolini Cancellieri-Fornero. Perché, anche se l'ultimo mio post elogiava quel profondo "senso dello Stato" di cui l'intervista rilasciata dal Ministro dell'Interno a Fazio trasudava, l'uscita successiva mi ha alquanto infastidito. 
Partirei col dire che io condivido l'idea che ha il Governo di intraprendere un percorso di profonda riforma del mercato del lavoro, sia in chiave occupazionale che in chiave economico-produttiva. Lo condivido perché ritengo che in e con questo Governo ci siano i presupposti concreti per poterlo fare, scevri di qualunque condizionamento politico ideologico.
Ciò che, invece, non capisco è l'insieme delle sparate che i vari Ministri fanno nel merito di questa materia, prima fra tutte la Ministra Fornero. Possibile mai che non si colga la delicatezza del tema e, dunque, la necessità di centellinare ogni eventuale dichiarazione? In Italia, forse anche più che altrove, il mercato del lavoro è connotato da tutta una serie di peculiarità e anomalie che, ancorché siano da rimuovere per il bene comune, vanno affrontate con una sensibilità che, ahime, la Ministro non sembra avere.
Idem dicasi per la Ministro Cancellieri alla quale è "sfuggita" l'invettiva contro i mammoni o ex-bamboccioni. Che nelle intenzioni, almeno, ci fossero temi importanti sottesi non lo dubito, ma di certo una dichiarazione del genere risulta fuori luogo agli occhi di tutti. Perché nella famiglia italiana media, la vicinanza tra lavoro e casa dei genitori implica un'assistenza che, altrimenti, non ci potrebbe essere: parlo di tutte quelle coppie giovani con prole che, laddove gli asili non ci siano o  non abbiano orari di apertura "consoni", si trovano a dover chiedere assistenza ai nonni per l'accudimento dei figli, per non pagare una baby-sitter o simili. In tutto questo, dunque, i temi che si intrecciano sono quelli dell'età pensionabile delle donne-mamme e dei nonni, dell'apertura di nuovi servizi per l'infanzia, della flessibilità di orari di lavoro .... Insomma, ben più del mammismo degli scapoloni impenitenti!

Altro sassolino da togliere è per il Ministro Riccardi, ma più che un sassolino è una nota di merito. L'intervista concessa a Fabio Fazio lo scorso sabato ha rivelato, a mio dire, la statura morale di un professionista di livello sui temi che, meritoriamente, gli sono stati affidati al Ministero. Esagererò forse, ma ho avuto l'impressione che quell'uomo abbia la stoffa di un "gigante" dei nostri tempi, della "perla rara", evangelicamente parlando.

Un sassolino che è quasi un macigno, invece, lo riservo alla Senatrice Pinotti. Prescindendo dalla stima personale nei suoi confronti, ritengo che l'esito delle Primarie genovesi le abbia dato profondamente  torto nella sua scelta di candidarsi: l'elettorato democratico non l'ha né capito né accettato. Anzi, l'ha punito. La spaccatura tra le due candidate ha alla base una rivalità politica di antica data, come ha apertamente dichiarato in un'intervista la stessa Pinotti. 
Il problema che la Pinotti non ha colto, e come lei tanti altri in molti ring di Primarie di partito/coalizione, è che all'elettore medio delle rivalità politiche antiche, non importa nulla di nulla! Anzi! Le evita, le combatte e le punisce! Il caso di Genova è, ai miei occhi che non conosco il background democratico genovese, fortemente indicativo di questo "voto di protesta".
Quello che fa male in questa tornata democratica non è tanto la vittoria di Doria (che se avesse gli stessi connotati di quella di Pisapia, credo chiunque se ne farebbe una ragione ben presto), ma la sconfitta delle candidate PD. E nemmeno per il peso politico che il PD può o deve avere nel Paese, ma per come questo sottenda un'errata gestione dei rapporti interpersonali e, più ampiamente, correntizi: a questo punto, le dimissioni del Segretario provinciale e di quello regionale costituiscono un primo ineludibile passo per l'apprendimento della lezione.
Ancora due note in merito. La prima sugli sfoghi del Sindaco Vincenzi su Twitter: vagamente eccessivi, ma pienamente condivisibili. Il senso di abbandono politico che ne traspare, temo sia un dato assolutamente reale. La seconda nota sulle regole del gioco: l'affaire Genova non deve in alcun modo inficiare l'istituto democratico e politico delle Primarie! Il PD non incappi in questo errore storico! Le Primarie devono rimanere un caposaldo nell'agire politico del PD, in qualunque contesto! E forse, nemmeno i regolamenti vanno cambiati: il caso Genova insegna che non è un problema di regole, ma di rapporti umani (almeno dal mio punto di vista) e di quella orrenda moda primorepubblicana che sono le correnti. Questo sì un problema da risolvere.
Il senso dello Stato
post pubblicato in diario, il 30 gennaio 2012


Dal mio punto di vista, la giornata politica di ierisi può ricostruire attorno a due persone, accomunate da un altissimo"senso dello Stato" e, ma questo è certamente più casuale, dallanomina a Ministro dell'Interno. Parlo del compianto Presidente della RepubblicaOscar Luigi Scalfaro e dell'attuale Ministro Annamaria Cancellieri.

 

Del Presidente Scalfaro so, ahimè, dire pochissimo.Ricordo che fu il Presidente negli anni in cui iniziavo la mia carrierascolastica e, molto più tardi, fu un inquilino del Quirinale assai discusso. Direcente ricordo molto bene e con grande affetto la sua battaglia a difesa dellaCostituzione nella campagna referendaria del 2006 - peraltro, vinta con oltreil 60% dei consensi -  la recente intervista concessa nell'ambito delFestival del Diritto di Piacenza al suo Presidente Stefano Rodotà. In entrambii casi, emerge alla mia memoria, come dicevo, un altissimo "senso delloStato", derivante evidentemente da un sentimento di radicale e profondoattaccamento alla Carta Costituzionale che egli stesso avevo contribuito ascrivere: come un autore difenderebbe allo strenuo i propri libri, così lui hafatto con la Carta fondamentale dello Stato Italiano alla cui stesura preseparte come Padre Costituente. In quell'intervista, come ebbi modo di rilevarenei giorni in cui fu pubblicata, avvertii davvero la profondità morale di unuomo che, provato sì dall'anzianità, ma ancora profondamente lucido econsapevole, teneva ben dritta la barra sul suo settennato ricusando fermamentei dubbi interpretativi che qualcuno si ostinava (e si ostina tutt'oggi suiquotidiani) a sollevare. Capii che quell'uomo aveva con la Costituzione unrapporto talmente viscerale, da ritenersi inoppugnabile in qualunque momentoperché tutto nei suoi atti formali derivava da quella Carta.

 

Quanto al Ministro Cancellieri, l'intervista concessaieri alla trasmissione "Che tempo che fa" di Fabio Fazio è stataricca di passaggi delicati, ma al tempo stesso "ferrei". Ho colto inquesta donna una autentica lungimiranza tecnico-politico e una serietà diimpostazione e di mentalità che, francamente, non immaginavo avesse, o meglionon così tanto. E credo che l'apice dell'intervista sia stato nell'ultimadomanda quando, a Fazio che le chiedeva un giudizio di metodo e di merito sulripiegamento indotto dalla Digos di un Tricolore a Milano durante il comizioleghista di domenica scorsa, il Ministro, senza esprimersi nel merito pernon-conoscenza del dettaglio di quella situazione, ha affermato che"ripiegare o togliere un Tricolore è sempre un brutto gesto".Addirittura, ha integrato dicendo che "per la bandiera si combatte".

 

Insomma, in questo momento di ricostruzione del Paesecredo che tutti dovremmo ritrovare il Senso dello Stato, della Nazione unita(quella che abbiamo appena celebrato), prendendo ad esempio modelli come questedue persone, il cui senso di Servizio alla Patria è, a mio dire, illuminante eammirevole. Certamente non sono gli unici, ma sono due ottimi punti dipartenza.

Mani a posto
post pubblicato in diario, il 8 gennaio 2012


L'intervento del Presidente Monti ieri al Teatro Valli di Reggio Emilia ha ribadito, qualora ce ne fosse bisogno, l'alto senso di comunità e di responsabilità che lo stesso Senatore ha e mette al centro del suo operato.

Mi riferisco in particolare al passaggio in cui, non senza polemica e amara ironia, Monti ha ribadito che l'espressione di berlusconiano conio "mettere le mani nelle tasche degli italiani" è priva di un senso logico, almeno nell'accezione con cui il centrodestra governante l'ha sempre usata. Infatti, ha precisato il Premier, "le mani nelle tasche degli italiani sono quelle degli evasori (e le tasche, dunque, quelle degli italiani che pagano le tasse) e di quanti si trovano a godere di rendite di posizione, con tutti i privilegi del caso".
Come dargli torto?
L'espressione spesso usata dal suo predecessore ha sempre avuto l'intenzione di mettere in cattiva luce sia lo Stato tassante che i concittadini paganti. Niente di più sbagliato e dissonante dal principio della sussidiarietà, in virtù del quale la corretta e totale contribuzione dei cittadini mediante, appunto, la tassazione garantisce ai cittadini stessi l'accesso ai Servizi che lo Stato può e deve offrire. 
Rispetto a quanto appena detto, mi torna alla mente un intervento del Ministro delle Finanze del governo Prodi II, Padoa Schioppa: intervistato da Lucia Annunziata, il compianto economista asseriva che "le tasse? sono bellissime!" (http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/economia/conti-pubblici-53/padoa-annunziata/padoa-annunziata.html). Ora, forse il superlativo assoluto è un po' esagerato, ma certamente il principio che ne governa la logica è tra i più alti tra i fondamentali di civiltà e di comunità.
Dunque, tornando all'intervento al Valli, trovo che siano state parole confortanti quelle di un Primo Ministro che richiama il senso di responsabilità che si associa all'obbligo morale della contribuzione. Oserei dire che siano state parole incoraggianti. Soprattutto perché tutto l'intervento di Monti, costellato peraltro da numerosi e significativi richiami storici al Risorgimento e alla Storia Patria, si è incentrato sul passaggio che ho richiamato e su un altro punto conseguente: che la lotta all'evasione è saldamente e convintamente in cima alla lista di priorità di questo Governo. Anche questo è un passaggio confortante, dal mio punto di vista: se è confortante che il Primo Ministro in carica richiami il senso di responsabilità e, dunque, il principio di sussidiarietà nella contribuzione collettiva, non da meno può essere la sua determinazione nello scovare quanti vengono meno al loro dovere.

In chiusura, una nota puramente "politica" sugli interventi ascoltati ieri al Valli. I temi affrontati, particolarmente da Delrio ed Errani, erano di quelli che più scuotono e tormentano gli animi di quanti sono chiamati ad essere Amministratori locali in questa stagione politico-economica. Nel metterli al centro del loro intervento, credo abbiano da un lato adempiuto alla loro funzione di "organi intermedi" verso lo Stato e dall'altro dimostrato una lucidità e una competenza politica non comuni. Essendo il loro uditorio composto da un numero significativo di loro colleghi, così come di parlamentari, aver indirizzato al Presidente del Consiglio presente - e peraltro molto attento, come è nel suo stile - quegli appelli ed inviti a riformare la Pubblica Amministrazione in determinate direzioni è stato sicuramente un atto di alta responsabilità e di reale mediazione politica tra i vari livelli dello Stato. Credo, insomma, che il tono accorato e profondamente "vissuto" dei due abbia destato una particolare e ulteriore attenzione da parte del Presidente Monti che, quasi certamente, avrà ritenuto di dare seria attenzione ai due interventi che lo hanno preceduto.
Un'altra nota sulla giornata di ieri a Reggio. Le polemiche della Lega alle porte del Valli hanno, francamente, un che di ridicolo e insignificante: che a manifestare dissenso e a protestare sulla tassazione siano proprio loro che fino a 2 mesi le tasse le gestivano al governo, è qualcosa di ripugnante e privo di qualunque logica. Bene han fatto Bersani e Prodi a liquidarli come han fatto: http://video.repubblica.it/edizione/bologna/reggio-bersani-la-lega-non-si-permetta-di-contestare/85205?video=&ref=HRER1-1 ; http://video.repubblica.it/edizione/bologna/reggio-prodi-l-europa-ha-bisogno-dell-italia/85207/83596 .
Sfoglia aprile       
calendario
adv