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L'attualità del 55a.C.
post pubblicato in diario, il 22 febbraio 2011


Siamo nel 55 a.C. quando Cicerone in uno dei capisaldi della retorica di sempre, il De Oratore, scrive «che cosa ci può essere, per chi è libero da impegni, di più piacevole e di più degno di una persona colta, di un discorso arguto e bene informato su qualsiasi argomento? Noi ci distinguiamo dalle fiere soprattutto per questo, perché sappiamo conversare ed esprimere con la parola i nostri pensieri.» e anche «io affermo che dalla saggia direzione di un perfetto oratore dipendono non il buon nome dell’oratore stesso, ma anche la salvezza di moltissimi cittadini e dell’intera Nazione.»

Chi abbia studiato Letteratura, sia classica che italiana moderna, sa certamente che uno dei crucci di ogni epoca letteraria è stato quello di delineare o, addirittura, individuare, la figura ideale di Intellettuale. Spesso, questa ricerca letteraria si è combinata in piena affinità con un’analoga ricerca nei campi artistici in genere. Ma è la Letteratura soprattutto che ha elaborato quest’analisi e questa ricerca, producendo esempi altissimi e, ognuno a suo modo, inarrivabili di intellettuali.
Tornando a Cicerone, la figura del buon retore è, nella concezione civico-letteraria del celebre oratore e politico augusteo, quella anche dell’Intellettuale: un uomo che, forte della propria preparazione, riesce a conciliare una vasta conoscenza delle discipline teoriche e culturali ad un’azione concreta nel quotidiano, intesa soprattutto come impegno civico. È ovvio che questa accezione particolare non esuli affatto da una connotazione autobiografica del retore, ma questo è ben poco rispetto al contributo fondamentale che egli ha dato al nostro Sapere. Come l’eclettico Cicerone, balzando in avanti nei secoli, anche il Sommo Dante ha saputo coniugare la conoscenza culturale ed intellettuale all’applicazione civica nel suo tempo: dunque, anche nel Poeta possiamo ritrovare quei caratteri dell’Intellettuale che già Cicerone ci aveva delineato e offerto. Nulla si può obiettare all’autore della Commedia circa le conoscenze omnicomprensive sulle discipline all’epoca note (dalla Filosofia alla Matematica, dalla Mitologia alla Teologia, dalla Retorica alla Geometria e all’Arte), né sul profondissimo senso civico che gli è costato, notoriamente, l’esilio da Firenze.
Vengo ai giorni nostri. E vado con la mente all’esegesi dell’Inno di Mameli che l’eccelso Roberto Benigni ha fatto giovedì scorso dal palco del Festival di Sanremo, rendendo uno splendido omaggio al 150° dell’Italia unita. Mi rendo perfettamente conto che quanto sto per dire potrà sembrare azzardato a qualcuno, ma lo dico convintamente e consapevolmente: se già non lo avessimo percepito nelle sue narrazioni e decantazioni della Commedia, quella è stata la prova che Benigni è a tutti gli effetti un Intellettuale del nostro tempo, esattamente come nella concezione ciceroniana e come lo stesso Cicerone e Dante lo sono stati. Dico questo perché nessuno può dubitare che l’esegesi dell’Inno sia stata mossa da un profondissimo e sentissimo senso civico del regista, come è indiscutibile che egli abbia dato ulteriore prova della sua autentica conoscenza delle discipline del Sapere, che si tratti di Politica, di Filosofia, di Storia, di Religione…. Credo, insomma, che la “lectio magistralis” del Premio Oscar sia stata un’eccellente e indimenticabile ora di Storia, di Educazione Civica, di Letteratura “applicata” e di Politica contemporanea (dove l’aggettivo “contemporanea” non si intende riferito alla stretta attualità, relegata per lo più ad una sana e pungente ironia, quanto all’Epoca Contemporanea in cui i secoli XIX e XX vanno iscritti). Cito, a riconoscenza del merito dell’Intellettuale Benigni, quanto ha detto di lui il linguista, ed ex-Ministro, Tullio de Mauro in un’intervista di ieri sull’Unità: «Benigni poi ci ha dato solo conferme. La sua “contro lettura” dell’ Inno di Mameli offre un modello raro e prezioso di come si debba e possa leggere la poesia, senza vibratini ed enfasi, come invece troppo spesso si fa. Di Benigni ricordo anche il memorabile discorso per l’avvio di pioneristici corsi di istruzione per adulti nel comune di Scandicci e la chiusa alta e paradossale, degna di Gramsci e don Milani: “Tutti vi dicono: fatti, non parole. E io vi dico: prima di tutto parole, parole, parole”.»
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