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Il senso dello Stato
post pubblicato in diario, il 30 gennaio 2012


Dal mio punto di vista, la giornata politica di ierisi può ricostruire attorno a due persone, accomunate da un altissimo"senso dello Stato" e, ma questo è certamente più casuale, dallanomina a Ministro dell'Interno. Parlo del compianto Presidente della RepubblicaOscar Luigi Scalfaro e dell'attuale Ministro Annamaria Cancellieri.

 

Del Presidente Scalfaro so, ahimè, dire pochissimo.Ricordo che fu il Presidente negli anni in cui iniziavo la mia carrierascolastica e, molto più tardi, fu un inquilino del Quirinale assai discusso. Direcente ricordo molto bene e con grande affetto la sua battaglia a difesa dellaCostituzione nella campagna referendaria del 2006 - peraltro, vinta con oltreil 60% dei consensi -  la recente intervista concessa nell'ambito delFestival del Diritto di Piacenza al suo Presidente Stefano Rodotà. In entrambii casi, emerge alla mia memoria, come dicevo, un altissimo "senso delloStato", derivante evidentemente da un sentimento di radicale e profondoattaccamento alla Carta Costituzionale che egli stesso avevo contribuito ascrivere: come un autore difenderebbe allo strenuo i propri libri, così lui hafatto con la Carta fondamentale dello Stato Italiano alla cui stesura preseparte come Padre Costituente. In quell'intervista, come ebbi modo di rilevarenei giorni in cui fu pubblicata, avvertii davvero la profondità morale di unuomo che, provato sì dall'anzianità, ma ancora profondamente lucido econsapevole, teneva ben dritta la barra sul suo settennato ricusando fermamentei dubbi interpretativi che qualcuno si ostinava (e si ostina tutt'oggi suiquotidiani) a sollevare. Capii che quell'uomo aveva con la Costituzione unrapporto talmente viscerale, da ritenersi inoppugnabile in qualunque momentoperché tutto nei suoi atti formali derivava da quella Carta.

 

Quanto al Ministro Cancellieri, l'intervista concessaieri alla trasmissione "Che tempo che fa" di Fabio Fazio è stataricca di passaggi delicati, ma al tempo stesso "ferrei". Ho colto inquesta donna una autentica lungimiranza tecnico-politico e una serietà diimpostazione e di mentalità che, francamente, non immaginavo avesse, o meglionon così tanto. E credo che l'apice dell'intervista sia stato nell'ultimadomanda quando, a Fazio che le chiedeva un giudizio di metodo e di merito sulripiegamento indotto dalla Digos di un Tricolore a Milano durante il comizioleghista di domenica scorsa, il Ministro, senza esprimersi nel merito pernon-conoscenza del dettaglio di quella situazione, ha affermato che"ripiegare o togliere un Tricolore è sempre un brutto gesto".Addirittura, ha integrato dicendo che "per la bandiera si combatte".

 

Insomma, in questo momento di ricostruzione del Paesecredo che tutti dovremmo ritrovare il Senso dello Stato, della Nazione unita(quella che abbiamo appena celebrato), prendendo ad esempio modelli come questedue persone, il cui senso di Servizio alla Patria è, a mio dire, illuminante eammirevole. Certamente non sono gli unici, ma sono due ottimi punti dipartenza.

Il difensore della Patria
post pubblicato in diario, il 25 ottobre 2011


La nota ufficiale pubblicata nel pomeriggio di oggi dal Presidente della Repubblica (http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Notizia&key=20864) è l'ennesimo atto di estrema difesa del nostro Paese, minato sia dall'esterno che, purtroppo, anche dall'interno.
Se da un lato ciò ricade negli adempimenti del Capo dello Stato previsti dalla Costituzione (art. 87), dall'altro rivela una situazione estremamente delicata e difficile, sia nella quotidianità dei cittadini sia nell'assetto istituzionale.

E' in particolare su quest'ultima che personalmente provo un profondo senso di desolazione.
Innanzitutto perché analizzando i contenuti del messaggio del Presidente, soprattutto nella parte finale, si colgono ennesime esortazioni al Governo a decidere di fare qualcosa per provare a risollevare le sorti del Paese. Esortazioni che si affiancano, peraltro, a forti rimproveri sullo scarso europeismo dell'attuale maggioranza: cosa che, di per sé, ha conseguenze estremamente nefaste per il Paese, oltre che essere sintomatico di un antistorico mito "autarchico".
Poi, al di là dei contenuti, è drammatico constatare che la difesa del Paese, anche a livello internazionale (come nel caso contingente), è demandata unicamente all'istituzione più alta. Unica rimasta, ahinoi, a promuovere e professare un profondo e autentico senso di Patria. Nelle parole del Presidente Napolitano si coglie uno scatto di orgoglio nazionale di fronte alle perfide (e parzialmente comprensibili, ma non certamente accettabili) smorfie dei "reggenti d'Europa" Sarkozy e Merkel. Non si può certo immaginare che la nota diramata ieri da Palazzo Chigi avesse una valenza del genere: o meglio, l'intento era certamente difensivo, ma non è attaccando indistintamente e rabbiosamente che si fa il bene del Paese.

Insomma, ancora una volta, è il Presidente della Repubblica l'unica istituzione in carica a garantire alla Nazione la propria dignità e a dare a noi cittadini qualche speranza o appiglio per non demordere.
Grazie Presidente!
Su due interventi
post pubblicato in diario, il 23 settembre 2011


Due interventi ieri mi hanno colpito particolarmente, anche se con differenti esiti e reazioni.

Il primo è quello del ViceSegretario del PD, Enrico Letta, che, durante un'intervista a Canale 5, ha ritenuto di prendere secche distanze da Di Pietro, dopo quanto dichiarato mercoledì (http://www.unita.it/italia/enrico-letta-stronca-di-pietro-br-irresponsabile-con-lui-mai-1.334483).
Ora, l'affermazione di Di Pietro è indubbiamente stata molto forte, così come dure sono state le reazioni che essa ha sortito. Quello che in molti, soprattutto nel PD, non hanno colto è la natura dell'affermazione: il leader IdV non aveva alcun intento sobillatorio né guerrafondaio. Anzi, mi pare stesse lanciando un accorato e addolorato grido di allarme per uno status civile e sociale pericolosissimo e foriero di fondati timori.
Dunque, prendere le distanze da quell'affermazione può avere una sua logica, nel momento in cui non se ne capisce a fondo la ratio, ma è indubbio che quanto detto da Letta sia assolutamente una frase di troppo. L'allenza "Nuovo Ulivo" stretta la settimana scorsa si vuole (nel PD) che abbia un seguito? O la si relega ad essere un evento da weekend senza memoria?  A me pare che questa scelta Bersani la debba spiegare molto bene all'interno del PD, facendone capire il senso profondo, la ratio effettiva, l'obiettivo finale. Perché non se ne può sinceramente più di gente che, alla Pecoraro-maniera, sputa addosso alle decisioni prese in sede di Segreteria: non abbiamo proprio imparato nulla dal Prodi II, il Governo dei Ministri che, un minuto dopo essere usciti da Palazzo Chigi, dicevano peste e corna di quanto deciso (vedi proprio Pecoraro)?
Mi dispiace, ma la frase di Letta - che credo abbia trovato il sostegno di Follini e altri - è oggettivamente incompatibile con quanto fatto la scorsa settimana da Bersani: o si sta con Di Pietro (scelta che gran parte dell'elettorato vorrebbe si facesse una volta per tutte) o si sta con qualcun altro (Casini? NO, grazie!!!).

L'altro intervento, invece, è quello riportato da "Il punto alle 20" di Corradino Mineo ieri sul finire di trasmissione quando, riproponendo un video proiettato ieri al Festival del Diritto di Piacenza, è stata fatta vedere un'intervista di Stefano Rodotà al Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Prima ancora che sui contenuti, mi ha colpito profondamente la lucidità di pensiero e di giudizio critico che il Presidente, pur dall'alto dei suoi 93 anni, ha dimostrato. Lucidità e criticità, ben condite da una passione per l'Italia e per le sue istituzioni che hanno tanto da insegnare a noi tutti.
Proprio quella passione per l'Italia ha spinto il Senatore a vita ad addurre argomentazioni durissime sullo stato attuale del Paese, forti e di cesura con un sistema politico oggettivamente malsano. La dimostrazione è, indubbiamente, l'essere arrivato a dire che "la Democrazia è defunta" (sic!). D'altronde, per chi ha partecipato alla stesura della Costituzione non può che essere uno scempio, un abuso, una violenza quanto sta accadendo in questi giorni e mesi nelle istituzioni repubblicane: la denuncia di Scalfaro è stata, soprattutto, una denuncia senza appello al dilagare della corruzione e dell'abuso di potere da parte di chi, raggiunte le cariche pubbliche, ne approfitta per fare il proprio personale interesse.
Nel parole del Presidente emerito ho davvero ritrovato quelle di un nonno per tutti noi, volenteroso e appassionato nel dare consigli, suggerimenti, sollecitazioni a noi giovani che, volenti o nolenti, un domani prenderemo in eredità le redini del Paese. Ed è a persone come lui che dobbiamo la nostra gratitudine, non solo per il servizio reso allo Stato (dalla Costituente alla Presidenza), ma per la passione civica che ancora nutre e trasmette         
2giugno - quei valori che si dimenticano
post pubblicato in diario, il 2 giugno 2011


Provo un reale e assoluto fastidio, oltre che ribrezzo, nell'apprendere che alla Camera l'ennesimo deputato ignoto del PdL ha ritenuto opportuno presentare una proposta di legge per l'equiparazione tra ex-repubblichini ed ex-partigiani.
A scanso di equivoci va chiarito che il contesto è quello del rapporto con le rispettive associazioni cosituite presso gli ex-combattenti e lo Stato, nella fattispecie il Ministero della Difesa. Ma non è su questo punto che voglio soffermarmi. Anche se ce ne sarebbero di riflessioni da fare ... !

Quello che mi urta terribilmente è l'ennesimo tentativo di rimozione delle radici su cui nacque la nostra Repubblica e alla luce dei quali, nemmeno 3 mesi, abbiamo festeggiato il 150° compleanno.
Trovo aberrante questo atteggiamento della maggioranza di governo.

Non paghi di dimostrare quotidianamente il proprio fastidio verso gli organi costituiti dello Stato italiano, a maggior ragione se in qualche modo contrapposti alla figura del loro capo-padrone, questi nostri onorevoli parlamentari escogitano di tanto in tanto delle leggi che diano dei colpi di spugna sulla lavagna dei valori fondamentali.
E così, una volta si inventano di abrogare la norma transitoria della Costituzione che istituiva il reato di apologia di fascismo, un'altra volta di emendare la Costituzione al suo art. 1... E ora si sono inventati di rendere equivalenti agli occhi dello Stato gli ex-partigiani e gli ex-repubblichini.

Di tanto in tanto riemergono appelli per una riconciliazione nazionale, ovvero per una pacificazione tra le parti storicamente schierate l'una contro l'altra, particolarmente in riferimento alla Seconda Guerra Mondiale e alla Guerra di Liberazione che ne seguì.
Dopo 66 anni si fa fatica a credere che questo sia possibile.
O meglio, in molti lo sperano e in tanto lo ritengono un dovere civico (e ci mancherebbe altro). Ma di fronte alla tracotanza di certuni, aggravata dal fatto che si tratti di membri degli Organi di rappresentanza popolare, viene molto difficile credere che questa volontà esista ancora.
Non riesco a vedere le condizioni perchè si vada nella direzione di una condivisione della lettura da dare a quel periodo storico.

Sia ben chiaro: la conciliazione di cui parlo e che auspico non è un colpo di spugna volto ad annullare le differenze. Vorrebbe essere, o meglio, vorrei che fosse una condivisione dei ruoli che furono assunti in quegli anni dagli uni e dagli altri, dando ad ognuno i propri meriti, le proprie colpe, le proprie attenuanti (se necessarie), ...

Come ho detto già altre volte, la nostra Costituzione, di cui oggi, per assimilazione alla Repubblica per la quale fu coniata, è intrisa del sangue di molte vittime di quegli anni. Quella Carta trasuda valori per i quali migliaia e migliaia di persone hanno dato la propria vita. In quegli articoli c'è il sunto perfetto di uno scontro ideologico, pur forte, ma civile che in quegli anni vi fu tra le parti.
Ma non ci sono margini di ambiguità su come andarono allora le cose.
E non ci possono essere.

Festeggiare il 2 giugno, come il 25 aprile, dovrebbe essere l'occasione per riconoscersi, umilmente e devotamente, figli di quei sacrifici. Portandone l'onere sulle spalle e l'onore nel cuore.
Nulla può (nè deve) scalfire quelle pagine di storia.

W il 2 giugno.
W il 25 aprile.
W la Repubblica Italiana.
W la Costituzione.
W la Resistenza.

Il fondo del barile
post pubblicato in diario, il 21 aprile 2011


Cantava Daniele Silvestri in una sua celebre canzone «più in basso di così c'è solo da scavare».
Una frase che facilmente potrei calare sulla notizia di ieri di quel Deputato (titolo/nomina che se fosse per me gli dovrebbe essere revocato seduta stante) che lunedì avrebbe depositato alla Camera una proposta di legge per cambiare l'Art. 1 della Costituzione, inserendo in quello esistente una frase volta a centralizzare il Parlamento rispetto all'attuale assetto istituzionale del Paese.

La notizia è già di per sè di quelle di cui nessuno sentiva il bisogno. Una di quelle che fanno gridare all'attentato istituzionale comunque la si pensi.
Ma tutto ciò non basta: occorre contestualizzare anche questa disgustosa iniziativa parlamentare.

Calandola nel dovuto contesto, questa chicca di demenza della maggioranza assume i toni del dramma politico-istituzionale.
Tanto per cominciare perchè è la prova provata che questa classe dirigente vuole a tutti i costi il pieno, assoluto e incontrastato governo del Paese, fregandosene altamente di tutto ciò che è altro da sè.
Poi, fa ribrezzo il fatto che un Deputato nominato si permetta di proporre un cambiamento all'Art. 1, cioè a uno degli articoli che raccontano i Valori fondanti della nostra Carta e, con essa, della nostra Repubblica. È qualcosa di abominevole in quanto trasuda di ignoranza storica, di leggerezza e superficialità rispetto al cammino che ha condotto l'Italia al suo 150° compleanno. Ancora, è un insulto e un abominio nei confronti di quanti, per garantire a noi che siamo italiani oggi e a quanti lo saranno domani di esserlo da cittadini liberi, hanno sacrificato la loro vita e sublimato i loro stessi ideali: penso ai martiri della II Guerra Mondiale, ai partigiani morti sulle nostre montagne, alle vittime degli ideali alti su cui si è costruita la nostra Patria. Andasse questo illustre giurista e storico della Nazione a una qualunque delle celebrazioni dell'imminente 25 aprile e provasse a imparare cosa si celebra e nel nome di chi si fa memoria.
Ancora, è ridicola - per non dire di peggio - l'idea che una proposta di centralità del Parlamento nasca in seno a una compagine politica che del Parlamento sta facendo ogni scempio immaginabile. Ridotto ad un'aula per asserviti al padrone (anche in virtù della legge elettorale che ci ritroviamo), è il teatrino per gli spettacoli indecorosi di gentaglia come il Min. La Russa o il Min. Alfano (entrambi maestri di bon-ton istituzionale), con la stessa frequenza con cui rimane un'aula monumentale abbandonata a se stessa (passano talvolta settimane intere senza che vi sia lavoro per i gruppi parlamentari e le Commissioni interne).
Infine, una valutazione sul senso di questa sovversione dei ruoli istituzionali. Nel momento in cui organo di garanzia dello Stato diventa un'Istituzione composta da poco meno di 1000 persone, chi è il vero garante del Paese? Possiamo davvero credere che sia possibile una cosa del genere, cioè che un collegio di circa 1000 persone sia sovrano a una carica quale quella di Presidente della Repubblica, esercitata da una sola persona, peraltro eletta in virtù della propria provata capacità politica e per il proprio profondo senso delle istituzioni? O è meglio affidarsi a omuncoli dello spessore politico di Scilipoti che basta una busta sonante di denari perchè cambino idea e schieramento?

Siamo all'assurdo. Eppure, forse, è semplicemente il primo passo di una maggioranza che sta creando un assolutismo.
Il pericolo è l'assuefazione generale che induce molti a pensare che sia solo la boutade di uno. Sentimento anche più pericoloso della cosa in sè.
Così come è pericoloso credere davvero che il PDL abbia preso le distanze da questo individuo. Se davvero volessero prenderne le distanze, anzichè limitarsi a raccontarci che è la mossa di un singolo, lo cacciassero direttamente dal partito, dimostrando, una volta tanto, senso delle istituzioni!

Il dovere di Cicerone
post pubblicato in diario, il 31 marzo 2011


Ancora una volta scomodo Cicerone per parlare di questi nostri tempi bui. Era, all'incirca, il 44 a.C. quando il Retore romano scrisse il De Officis, un trattato interamente dedicato alla formulazione di una morale che, presa a fondamento per il proprio agire in pubblico, fosse la chiave per l'aristocrazia romana per riprendere il controllo sulla soietà.
Vi si potevano leggere queste righe: Da ogni azione deve esulare la temerarietà e la negligenza, nè si deve compiere alcune azione di cui non si possa dare un motivo apprezzabile: questa è la definizione del DOVERE. Bisogna far sì che gli istinti obbediscano alla ragione e non la precedano. [...] Quergli istinti che vagano troppo lungi dalla ragione, senza dubbio sorpassano i limiti e la misura; tralasciano e rigettano ogni obbedienza e non seguono più quella ragione cui sono sottomessi da legge di natura: e ne sono sconvolti gli animi, ma anche i corpi. Basta guardare il volto degli adirati o di coloro che sono preda di qualche passione o paura o esaltati da troppa sensualità, per vedere come mutano il volto o l'aspetto, il modo di muoversi o di stare fermi.

Prescindendo dall'aspetto sociologico di queste frasi di Cicerone - che, comunque, esprimono perfettamente una condizione dell'animo umano cui nessuno di noi, volente o nolente, è esente (il sottoscritto non ultimo) - appare evidente come l'intento dell'Intellettuale latino fosse quello di tracciare un identikit morale per i propri contemporanei e, soprattutto, per quanti di loro fossero dediti alla Politica, alla vita pubblica.
Allora appare evidente che, di fronte alle scene cui assistiamo in questi nostri giorni (e in particolare a quelle di ieri e di oggi alla Camera), beh ... che dire? Siamo migliaia di anni luce lontani, abissalmente opposti a quegli ideali, prepotentemente incomparabili a quelle parole.

Di fronte alle immagini di quanto accaduto ieri e oggi, non so se prevalga il senso di divertimento (comunque amaro e sconsolato), il senso di ribrezzo (pensando che quelle persone sono là perchè chiamate a rappresentare noi cittadini) o il senso di profonda vergogna e immenso sdegno per qualcosa che non ha nulla a che fare con noi italiani.
Certo, noi italiani siamo talvolta dei "caciaroni", siamo un po' gretti, sappiamo essere beceri e anche incolti. Ma sappiamo benissimo essere persone di classe, profondamente degne di andare a testa alta ovunque, con un profondo senso di civiltà.
Le scene di ieri e oggi in Aula non sono la degna rappresentazione del popolo italiano!
Sono, però, la reale rappresentazione di un Paese che, pur unito spiritualmente attorno ai suoi simboli due settimane fa per il proprio 150° compleanno, è profondamente scisso da una politica che non è Politica, da una condizione sociale che reclama attenzioni e soluzioni, da un egoismo profondo quanto radicati sono gli insegnamenti di quei "cattivi maestri" che negli ultimi decenni ci hanno traviato.

Ministri che scalpitano, urlano, offendono, gesticolano, lanciano giornali e tesserini è qualcosa di biecamente e schifosamente vergognoso!

Duole ripetermi, ma non posso fare a meno di richiamare anche in questo intervento quei tratti di "disciplina e onore" che l'Art. 54 della Costituzione cita come modus operandi di quanti rivestano cariche pubbliche.
Quelle persone su questo articolo hanno giurato!
Ma, duole dirlo, credo che non sappiano nemmeno cosa sia quell'articolo nè, tantomeno, su quale testo abbiano fatto il proprio giuramento.

Mala tempora currunt!

... perseverare autem diabolicum
post pubblicato in diario, il 24 marzo 2011


Così finisce un celebre monito latino che iniziava con "errare humanum est, ...".
L'emerito e immacolato, oserei dire, nostro premier ha ieri ottenuto, nonostante le ben note perplessità del Capo dello Stato, la nomina di Saverio Romano a Ministro, come ricompensa per la sua sacra fedeltà.

Non credo sia difficile intuire quale sia la perseveranza nell'errore del nostro capo di governo, ma se a qualcuno ancora sfuggisse il nocciolo, beh, mi basta fare i nomi dell'esimio Aldo Brancher, o dell'illustrissimo Cosentino, o dell'immenso Caliendo.
La risata che stimola questo articolo de l'Unità è certamente una risata amara, o peggio:  http://nemici.blog.unita.it/indagato-per-mafia-ministro-subito-1.278512 .

Sembra che al nostro Cavalier (servito più che servente) proprio non entri in testa l'art. 54 della nostra Costituzione che, repetita juvant, «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore».
Certo, ancora non possiamo giudicare se Romano saprà applicarsi con disciplina e dovere. Quel che è certo è che, almeno in passato, non abbia dimostrato tali doti: se non altro perchè, se si è irreprensibili per disciplina e onore difficilmente si finisce per essere indagati.

Una riflessione che mi viene da fare, a questo punto, è questa: quando fra qualche anno si ripenserà ai giorni nostri e se ne vorranno celebrare i rappresentanti politici migliori, di chi vorremo o potremo ricordarci? Perchè se la politica di questi anni dovrà essere ricordata per questi personaggi che nemmeno il peggiore degli autori di fantasia avrebbe potuto creare, forse sarà meglio non averne memoria. Che tristezza.

Il mestiere dell'Onorevole
post pubblicato in diario, il 18 febbraio 2011


 

Sono certo che tra di voi vi siano molti di quelli che nel 2008, all'alba delle elezioni per questa XVI Legislatura,  esultarono per la notevole riduzione del numero di partiti che avrebbero dato vita alle "nuove Camere". Si passava, infatti, da una XV Legislatura chiusa sotto l'egida di ben 39 formazioni politiche partecipi della vita parlamentare, ad una nuova Lefislatura all'insegna di 6-8 partiti seduti sui medesimi scanni (PD, IDV, UDC, MPA, LNP, PDL). Un successone, che dire!!?
Oggi, alla soglia dei 3 anni da quell'inizio, le formazioni politiche sono notevolmente aumentate e trasformate, ma, quel che è peggio, c'è un valzer di onorevoli (la "o" minuscola denota il massimo del mio personale disprezzo verso costoro) sotto i vari simboli, che potrebbero bollare come "dilettanti" i Rossi e Turigliatto attivi sotto il Governo Prodi II.
L’Art. 67 della Costituzione, dichiarando che «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» esprime chiaramente quale sia la missione dei Parlamentari e come, indipendentemente dall’attuale legge elettorale tutt’altro che democratica, essi siano chiamati a portare il peso della loro elezione davanti a noi cittadini che li abbiamo investiti di tale ruolo.
A supporto di questo, si potrebbe leggere anche l’Art. 54, quello che si appella all’onore e alla dignità di quanti rivestano cariche pubbliche. Mescolando il senso profondo di questi due enunciati costituzionali, pur non essendo né illustri giureconsulti né eterni moralisti, si arriva presto a capire che l’attuale compagine parlamentare (non tutta, è ovvio) sia ben lontana da quei principi e da quelle idee di Parlamentari.
 
La pletora di quanti hanno cambiato casacca in questi 3 anni scarsi è nutritissima: Binetti, Lusetti, Rutelli, Calearo (ben 3 casacche!), Cuffaro (ma forse è meglio per l’UdC), Poli Bortone, Scilipoti, Razzi, Guzzanti e Barbareschi (3 anche per loro) e tutti i futuristi di ieri e del giorno prima… La domanda è praticamente spontanea: ma costoro a chi pensano di rendere conto: ai loro elettori del 2008 o ai loro elettori di oggi (che non li hanno eletti…)? Chi rappresentano, insomma, i vecchi o i nuovi elettori?
Non amo l’idea di cambiare i dettami costituzionali, a meno, evidentemente, dei necessari adeguamenti temporali, ma sarebbe interessante e moralmente utile provare ad integrare gli Art. citati imponendo che nel caso in cui venga meno l’identificazione col partito in forza del quale si è eletti, ci si debba dimettere istantaneamente lasciando posto a coloro che, nelle file dello stesso partito, non sono stati eletti. È vero indubbiamente che questo renderebbe statica la situazione in Parlamento dove, dunque, non ci sarebbero perdite di maggioranza come quella berlusconiana di questi 3 anni, ma almeno non dovremmo assistere settimanalmente ad una conta di chi è andato dove, come stessimo giocando realmente col pallottoliere. Mala tempora currunt!
Piazze e Palazzi d'Italia
post pubblicato in diario, il 16 febbraio 2011


È quasi un luogo comune quello che associa, giustamente, al nome del nostro Paese l'idea di centinaia/migliaia di piazze, ognuna con le sue particolarità e i suoi scorci. Piazze che, da giorni ormai, sono diventate un termometro di quanto sta accadendo in questi primi mesi degli anni Dieci.

Sono, infatti, le piazze e, con esse, i Palazzi che vi si affacciano i veri protagonisti di questa drammatica e dolorosa fase di transizione che il nostro Paese sta attraversando, condottovi a forza da un leader che è lui stesso autore delle pagine del suo declino personale e politico.

Non è per manzoniana agorafobia (quella che implicitamente il romanziere ha trascritto nel cap. XIII de I Promessi Sposi), ma ammetto che un poco mi spaventino queste piazze e, soprattutto, i toni e le voci che da esse si alzano: mi spaventa quel quid di scontro civile che, almeno finora, ha attanagliato l'Italia solo nella formalità politica, ma mai di piazza. Sembra di assistere, in ben altre forme e sostanze (non voglio minimamente confondere le situazioni), alle stesse piazze che in Tunisia prima e, soprattutto, in Egitto poi hanno visto il fronteggiarsi delle fazioni pro e anti governative, fino alla deposizione del leader. Ecco: questo un po' mi spaventa. Il mio timore è che davvero presto si inneschi la miccia dello scontro civile e infuocato delle piazze. Diciamo pure che, per non esserci un limite al peggio, noi, volenti e soprattutto nolenti, stiamo ogni giorno trovando il peggio dell'ieri che abbiamo attraversato. Ecco, mancherebbe il peggio del peggio: la piazza in rivolta.

Ma forse nemmeno arrivando a tanto si raggiungerebbe quel punto di rottura cui necessariamente fa seguito una svolta: nemmeno uno scontro civile di piazza (ben inteso che sia nettato da ferimenti/uccisioni/devastazioni, che pure ci sono stati non più tardi del 14 dicembre e che tutti, partendo dal sottoscritto, biasimiamo e condanniamo fermamente) temo sia in grado di bloccare questa “caduta libera” dell’attuale sistema governativo e del suo cardine. Non l’hanno nemmeno scalfito le piazze finora affollate (da ultimo le 230 piazze femminili di domenica, precedute dal Popolo Viola spesso davanti al Palazzo di Giustizia di Milano, dalla piazza romana del PD l’11 dicembre, il Pala Sharp di una decina di giorni fa…). Non lo feriranno le firme, pur tante che possano essere, che il PD saprà raccogliere (http://www.unita.it/italia/dimettiti-il-pd-scrive-a-4-milioni-di-italiani-1.272484 ).

Ancora una volta, forse l’unica ancora di salvezza, l’unico punto di rottura, l’unico caposaldo di questa XVI Legislatura pare essere il Presidente della Repubblica cui spetta, secondo l’art. 88 della Costituzione, il diritto di scioglimento delle Camere e, dunque, di porre la parole fine su questo miserabile teatrino, tanto triste quanto dannoso.

Storia e Unità
post pubblicato in diario, il 11 maggio 2010


Premetto che condivido in pieno la visione espressa qualche giorno fa dal Presidente emerito Scalfaro sull'Unità ( http://archivio2.unita.it/v2/carta/showoldpdf.asp?anno=2010&mese=05&file=06CRI21a ).
Così come condivido pienamente il monito austero che ha mosso oggi il Presidente Napolitano.
Sarebbe ora che i sostenitori della secessione da Roma che siedono qua e là nei vari organi di rappresentanza dello Stato italiano decidessero a cosa rinunciare: all'ideale futuribile e non perseguibile (per fortuna, aggiungo io) della secessione da Roma o alla poltrona che frutta tanti denari... O stanno al Nord (o al Sud) e fanno politica da lì, o stanno a Roma (o a Bruxelles o altrove) e tacciono definitivamente su questa idea tremendamente disfattista e impronunciabile.
Non possono continuare con la politica della botte piena e della moglie ubriaca: delle due una!
E visto che, come è facile credere, non rinunceranno alla poltrona e alla Carta cui hanno giurato fedeltà, sarebbe meglio che in nome di quel giuramento, avessero l'umiltà, la saggezza, l'intelligenza e l'onestà intellettuale di festeggiare l'Anniversario dell'Unità d'Italia. E' una celebrazione simbolica dietro cui si celano infinite sfaccettature e milioni di storie umane, tra glorie e sacrifici, tra sogni e ambizioni, tra successi e sconfitte, tra trionfi e ignominie. A tutto questo devono il loro rispetto, il loro riconoscimento. La loro figura istituzionale di politici.
Disertare o diffamare queste celebrazioni (ultimo a farlo, Lombardo oggi in Sicilia) è un oltraggio alla Patria che servono, alla Carta su cui hanno giurato, alla popolazione italiana tutta. E questo è quantomeno vergognoso!!!

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