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Effetti devastanti
post pubblicato in diario, il 26 aprile 2010


Anche se si vorrebbe dimenticare facilmente, qualcuno (o forse molti) ricorderà la trovata di bassissimo livello del premier che infangando Saviano e altri, attribuiva ai loro libri/film di denuncia sulle organizzazioni mafiose la responsabilità della notorietà dei fenomeni mafiosi stessi.
In questi giorni la cronaca, mai avara di notizie amare, ci ha fatto sapere del furto di messaggi e foto e souvenirs vari appesi all'albero piantato in memoria di Giovanni Falcone.
Ora, io sono malizioso, lo ammetto, ma faccio fatica a non collegare le cose...
Sia ben chiaro! Non sto dicendo che la responsabilità di atti tanti indegni di umana attenzione debba essere attribuita al premier. Sto solo insinuando che il peso politico e, soprattutto, morale delle sue parole dei giorni scorsi è tale da non essere, dal mio punto di vista, inscindibile da questi gesti. 
Dico che asserire cose di tal genere equivale ad abbassare la guardia su questo fronte, equivale a girarsi dall'altra parte di fronte a questo cancro della nostra società. E se accade che la nostra società si giri dall'altra parte, abbassi l'attenzione e faccia finta di niente, accade anche che certuni individui dimostrino di essere ancora saldamente imperanti e attivi, checchè ne dica il premier.
Insomma, se io fossi in lui, vorrei non aver mai detto cose così pesanti, se gli effetti sono tanto devastanti.
Lui, per il ruoo che riveste, deve pesare infinite volte le parole che sta per sfornare dalla sua bocca, perchè quelle parole sono macigni nell'opinione pubblica, siano parole condivisibili o deprecabili: il premier rappresenta una Nazione e, pertanto, non può sparare quello che vuole.... 

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permalink | inviato da MarcoBorciani il 26/4/2010 alle 23:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Vergogna e amarezza...
post pubblicato in diario, il 16 aprile 2010


L'altissimo senso civico che un Presidente del Consiglio dovrebbe sentirsi addosso, sulle spalle, è quantomeno gigantesco. Il senso del dovere istituzionale, del rispetto dei propri cittadini a prescindere, della propria transitorietà nel ruolo in cui si trova dovrebbero intimargli ogni istante una ponderazione massima di quanto sta per dire.
E invece, ancora una volta, il nostro premier ha perso l'occasione per tacere! Il bel tacer non fu mai scritto, caro cavaliere, se lo ricordi! Ancor più se per rovinare il silenzio si devono dire nefandezze nefande come quella di oggi....
Dietro tali parole avverto una tracotanza, una sfrontatezza, una pavidità anche di fronte ai morti che faccio fatica a capire come possano insediarsi in un uomo.
E' vergognoso sapermi, come italiano, rappresentato da uno che professa parole di questo tipo!
E' amaro pensare che i numerosissimi morti vittime delle mafie sono cancellati dalla memoria di certuni con cotanta facilità...
Verrebbe da piangere!
Viene da piangere!
Vengono i brividi lungo la schiena!
Viene meno il respiro: quante vittime di mafia cancellate con parole sparate con la facilità con cui si cala il due di briscola...

Mi sento solo di rifugiarmi nelle parole di questi eroi del nostro tempo, la cui statura morale è inarrivabile per uno che li infanga con tanta sfacciataggine.
In Sicilia la mafia colpisce i servitoridello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere. (G. Falcone)
E' bello morire per ciò in cui si crede. Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. (P. Borsellino)

E ancora, le parole di Ayala, un eroe vivente dei tempi nostri, un testimone sacro di una realtà crudele.
Il 14 maggio cenammo assieme alla Carbonara di Campo dè Fiori. Una serata vivace: l’argomento principale fu Tangentopoli, da poco venuta alla ribalta. C’erano anche Francesca e un comune amico, l’avvocato Francesco Crescimanno.
Lo rividi a Palermo nella tarda serata del 23 maggio in una <<camera>> fredda e molto spoglia. Eravamo soli, ma non parlammo. Lui dormiva. Un sonno senza risveglio.
Ai primi di luglio mi telefonò da Firenze Nino Caponnetto, pregandomi di andare a trovare Borsellino, che aveva sentito e gli era sembrato molto giù di corda.
Volai a Palermo appena possibile e lo raggiunsi in ufficio. Parlammo a lungo. A un certo punto mi disse una frase che feci finta di non capire:<<Giuseppe, non posso lavorare meno. Mi resta poco tempo>>.
Rividi anche lui, nel pomeriggio del 19 luglio davanti alla casa di sua madre. Ma non lo riconobbi. Ne era rimasto ben poco.
Ha detto Agnese Borsellino: <<Paolo cominciò a morire quando morì Giovanni, come due canarini che difficilmente sopravvivono a lungo l’uno alla morte dell’altro>>.
Pare che un giorno ci ritroveremo ancora. Senza fretta, però. Loro ne hanno avuto troppa. Senza volerlo.
E così sia”
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