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La lezione dei ballottaggi
post pubblicato in diario, il 31 maggio 2011


I numeri di ieri sono qualcosa di straordinario e, al contempo, terrificante (nel senso buono del termine - ora spiego).
Il Segretario Bersani, dopo il primo turno di queste Amministrative, parlò di "vento del nord": un'immagine azzeccatissima, secondo me. L'idea che ne è veicolata è esattamente quella di un cambiamento forte e storico, che spira proprio dal Nord. Quel Nord che per anni è stato un territorio saldamente nelle mani della destra berlusconiana e leghista - con le dovute e certe eccezioni (a partire dalla mia Emilia), che hanno spinto sempre nella stessa direzione di quel vento.

Il vento, si sa, scompiglia le carte in tavola, genera disordine e smonta i castelli di carta.
Questo "vento del nord" fa esattamente tutto questo: scompiglia le carte sul tavolo di questa maggioranza di governo che credeva di essere incontrastata nel suo governicchiare il Paese, mette disordine e rovescia dal tavolo i piani di chi progettava (e tentava di realizzare - quasi riuscendo) un dominio pluridecennale e monotono, smonta i castelli di promesse fumose delle quali costoro si erano riempiti per anni la bocca (trovando chi ci credesse realmente).
Le analisi politiche che in questi giorni si sono lette e si leggeranno portano tutte alla stessa meta: siamo sul versante discendente di un'epoca storica monocratica e connotata da un profondo senso dell'ego. Pittoresco, a tal proposito, l'editoriale di Massimo Giannini oggi (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=41).
Comunque la si legga, questa tornata di Elezioni Amministrative ha consegnato alla destra del premier una lezione chiara e univoca: così non si può andare avanti e, soprattutto, la gente non vuole andare avanti. La richiesta è chiara per tutti: cambiare rotta.
Non credo sia un problema di singoli candidati (anche se oggettivamente in alcuni casi, Milano e Napoli soprattutto, lo è stato), nè tantomeno di programmi (o non nello specifico di ogni programma). Il problema, semmai, è stato di scelta sull'offerta complessiva fatta dal centrodestra: un'offerta non più accettabile nell'Italia del 2011. Non più con questa compagine governativa (e coi suoi emissari sul territorio), non più con queste falsità messe in tavola (declinate, queste sì, nei programmi delle varie città, ma tutte consonanti in un modello di Nazione pessimo e non ulteriormente condivisibile), non più con i toni di un duello all'ultimo sangue (in un'Italia già in ginocchio da anni, e ancor più con questa crisi).

Ecco, dunque, l'avanzata del centrosinistra in Italia, col suo carico di onori e oneri.
Onori che vanno tributati all'intero scenario politico del centrosinistra, senza esclusione di alcun partito. Onori meritatissimi che, dopo anni, hanno trovato un largo consenso nella cittadinanza: questi risultati hanno chiamato alle urne 13 milioni di persone al primo turno e 6 ai ballottaggi, dunque, non sono espressione di pochi. Onori al lavoro di squadra espresso in più contesti, all'offerta di progetti per il cambiamento del Paese (e, nello specifico, anche in ogni singola città/provincia al voto), ai toni tenuti durante tutta la campagna elettorale e in ogni singolo contesto. Onori alla capacità di creare un tessuto nel Paese, aggregando non solo le altre forze politiche sullo stesso fronte ma, è questo l'asso vincente, le forze civiche ovunque costituite e comunque denominate (ambienti laici ed ecclesiastici, volontari, asscociazioni costituite e semplici cittadini). Questa è la vera forza del Paese, quella che ha portato avanti la Nazione dopo ogni caduta in questi 150anni e che, si spera, continui a farlo anche in futuro. Partendo da adesso.

Un discorso tutto a sè merita il PD.
Il tributo migliore al merito del Partito Democratico credo lo abbia espresso Massimo Giannini (http://www.repubblica.it/rubriche/polis/2011/05/30/news/e_crollato_il_muro_di_arcore-16977904/) dicendo che si è rivelato una forza indispensabile per lo schieramento attualmente all'opposizione parlamentare. Un ruolo cardine che solo una forza politica con alto, altissimo senso civico può esprimere, dando il meglio di sè, ma senza mai imporsi.
Dico questo pensando al fatto, ed è un dato obiettivo ed inconfutabile, che i due neo-Sindaci di Milano e Napoli, come di Cagliari, non siano persone provenienti dal PD, ma alle quali il PD ha saputo dare il giusto apporto. Nel caso milanese e in quello cagliaritano il PD ha espresso la propria onestà intellettuale accettando la sfida delle Primarie e, soprattutto, una volta persala, sostenendo senza rivalse nè riluttanze i candidati vincitori. La migliore espressione di quella stessa democrazia che, non solo è insita nel nome del partito, ma che regole le Primarie stesse: il confronto sia pure serrato e teso, ma una volta ottenuto il risultato (quale che sia) l'obiettivo comune deve necessariamente avere la meglio sui personalismi e sulle ripicche interne. Questa è un'altra lezione che ci viene dai ballottaggi, e non solo.
Sul caso napoletano, l'ho già detto anche 15 giorni fa, la lezione al PD l'han data gli elettori. Il messaggio è, secondo me, chiarissimo: nella scelta delle candidature occorre dialogare per tempo e saggiamente coi potenziali alleati per capire quale sia il percorso migliore. Senza troppe dietrologie, l'eventuale candidato unico del centrosinistra avrebbe avuto la meglio al primo turno senza alcuna difficoltà. Questa lezione va presa in considerazione, secondo me, anche su scala nazionale: l'elettorato ha dato segni inconfondibili su quali debbano essere gli interlocutori nel campo del centrosinistra.

Ora, quel che accadrà non è dato sapersi. Di certo, non ci si può aspettare che questa compagine governativa faccia un passo indietro e si rimetta agli elettori: non hanno la cultura politica nè il senso civico per farlo.
Nell'attesa di un cambiamento di passo da parte loro, quale che sia, credo sia necessario continuare a tessere questa tela di relazioni con la società civile, con le forze politiche vincenti alle urne, con il mondo imprenditoriale ed economico del Paese, con l'obiettivo di costruire una via parallela a questo governo-del-fare-finta-di-fare lungo la quale ricostruire l'Italia sulle macerie che questa destra sta facendo.
Insomma, buon lavoro a tutti i vincitori!

Un messaggio nell'urna
post pubblicato in diario, il 17 maggio 2011


Credo che una giusta considerazione in merito al voto di questo weekend l’abbia fatta ieri sera Vittorio Zucconi ospite a “Otto e mezzo” su la7: si possono spendere ore a decidere chi abbia realmente vinto in questa tornata di amminstrative, ma non vi sono dubbi su chi le abbia perse.
Comunque la si voglia leggere, la scena politica che gli italiani hanno ritratto è nuova e profondamente cambiata rispetto a quella che emerse lo scorso anno alle Regionali. I risultati hanno una chiave di lettura, a mio parere, unica. Tutti i numeri di ieri e di oggi parlano la stessa lingua, dicono la stessa cosa, conclamano univocamente la débacle della destra berlusconiana.

Da subito ieri politici e politologi destrorsi hanno cercato in tutti i modi di trovare punti critici nel PD e nel centrosinistra. Ora, si può capire il tentativo di non ammettere una sconfitta, ma non si può capire il tentativo di nasconderla o, peggio, di negarla (come han fatto oggi i “colonnelli” berlusconiani).
Come si può pensare, oggettivamente, di negare il risultato straordinario del centrosinistra e, soprattutto, del PD?

La vittoria di Fassino a Torino è un primo elemento di chiara affermazione politica. Perché, per cominciare, una vittoria a oltre il 57% vuol dire che la fiducia in quel candidato è altissima, ancor più se si fa caso che il suo diretto rivale si è fermato ad un 30% scarso. Poi perché questa vittoria al primo turno era riuscita a Chiamparino 10 anni fa, come gli era riuscito un trionfo del genere (circa 64%, se non ricordo male) 5 anni fa in riconferma contro Buttiglione. Ancora, perché Fassino non poteva essere additato come uomo nuovo della politica: essere stato votato con tanta convinzione nella cittadinanza è sintomo di una grande credibilità che Fassino ha creato intorno a sé e al suo progetto “Gran Torino”. Infine, è evidente anche il senso puramente politico e amministrativo: la continuità tra l’Amministrazione uscente e questa incipiente è palese, dunque, si tratta di un apprezzamento di quanto fatto da Chiamparino in questi 10 anni.
Sul voto torinese, poi, varrebbe la pena di spendere una riflessione anche rispetto al fatto che lo scorso anno qui la Lega aveva strappato al centrosinistra la regione e ora è uscita dalle urne con un magro 7%. Evidentemente questo tradisce una delusione politica dell’elettorato leghista su cui pochi, credo, avrebbero scommesso.

Volgendo lo sguardo in Lombardia ci si rende conto di un forte segnale di cambiamento espresso. Prima ancora di Milano, vorrei richiamare i casi di Arcore e di Varese. Nel primo si andrà al ballottaggio col candidato del centrosinistra in vantaggio: forse i festini del premier e dei suoi paggi e ballerine stanno infastidendo i vicini di casa … Il secondo, invece, a conferma dell’arresto di consensi leghisti, andrà al ballottaggio: la Lega non sfonda più nemmeno nelle terre d’origine dei suoi massimi esponenti e della sua stessa ideologia fondativa.
Poi, per antonomasia ormai, il caso Milano. Qui si potrebbe aprire un’intera enciclopedia di approfondimenti. Credo che basti sottolineare alla destra negazionista (mi si perdoni il termine che, solitamente ha accezioni più serie e drammatiche di questo) come il PD sia diventato il primo partito in città con oltre il 28%, davanti al milanesissimo PdL. In questo disastro destrorso dominano i mancati consensi personali di Lassini (e meno male!!!), della Vanoni (no comment) e, soprattutto dello stesso Berlusconi. Evidentemente, tutti gli show dei lunedì in tribunale hanno sortito effetti tutt’altro che benevoli al premier: anzi, oserei quasi pensare che abbiano sortito l’effetto contrario, di allontanamento radicale e seccato dell’elettorato medio.
A tutto questo credo si debba sommare senza esitazioni il successo personale e della coalizione di Pisapia. Un successo numericamente pesante e politicamente storico. Creato in ogni singola occasione. Ma mi piace pensare che, tra le altre, sia stato determinante l’impegno profuso dal mondo giovane della musica e dello spettacolo: sto pensando al mega-concerto che si è tenuto a Milano una decina di giorni fa in piazza Duomo, come alla chiusura della campagna elettorale affidata a Vecchioni, vincitore – non dimentichiamolo – dell’ultimo Sanremo e alle esortazioni venute da artisti vari sotto il patrocinio di MTV. I tentativi di dialogo coi giovani sono pochissimi e, per questo, molto apprezzati dai giovani stessi: l’attenzione che quei pochissimi rivolgono loro è una perla preziossima, da non farsi scappare.

Volgendo lo sguardo su Bologna c’è motivo di confortarsi, così come di riflettere in senso critico – ovviamente leggendola con gli occhi del PD. È motivo di conforto il fatto di aver vinto al primo turno: questo era accaduto per Cofferati 7 anni fa, ma non con Delbono nel 2009. In più, vale sempre la pena di rimarcare il distacco a svantaggio del centrodestra, fermo ad un magro 30% che, certamente, non può far cantare vittoria. Varrebbe, invece, la pena di riflettere sul motivo di una vittoria che, al di là di quanto sopra, non appaga convintamente: il 50,5% è comunque troppo poco per il centrosinistra in una roccaforte come Bologna. Occorre un rilancio del modello politico su cui si fondano le amministrazioni locali di tutta l’Emilia Romagna, dalle città (ultima delle quali la riconfermata Ravenna) alle Provincie (anche qui la riconferma su Ravenna), fino alla Regione stessa (sapientemente e magistralmente governata da Errani).

Poi c’è il caso Napoli. Un caso che apre un mondo di problematiche, queste sì tutte del PD, prima ancora che del centrosinistra. Problematiche sorte già al momento delle Primarie di partito, sfociate ora alle urne.
Qui la critica che mi permetto di fare è tutta rivolta al PD e, sia ben chairo, per nulla destinata al candidato Morcone. È una critica all’ennesima scelta sbagliata della posizione da assumere in termini di alleanze: quanti casi Boccia vogliamo per capire che non è al centro che noi del PD dobbiamo guardare? Quando i vertici del nostro partito capiranno che il nostro corpo elettorale vuole veder decollare il binomio PD-IdV e non vuole alleanze al centro? Il nostro interlocutore dovrà essere sempre più Di Pietro e sempre meno il mondo terzopolista: non sono loro un nostro valido e ragionevole alter-ego: questo gli elettori lo sanno e ce lo dicono da tempo. O lo capiamo, o i casi Morcone saranno ancora tanti, ahimè.

In ultima analisi, richiamo, per piena condivisione, l’immagine di un “vento del nord” richiamata da Bersani già ieri in conferenza stampa. È, forse, uno dei dati più importanti emersi dalle urne: perché per la prima volta, dopo anni, il centrosinistra trova al Nord forti punti di ancoraggio e di forza. È da qui che dovremo ripartire nel nostro fare politica. Questi risultati sono un segnale forte e una richiesta di tornare tra la gente, tornare ad ascoltarli, tornare a fare politica nel Nord e per il Nord. Anzi, a Milano e per Milano. Quella Milano che, come “profeticamente” ho scritto venerdì, si è rivelata la Masada del premier.

Finalmente si vota!
post pubblicato in diario, il 13 maggio 2011


Davvero, finalmente si vota!
Perché non se ne può più di questa campagna elettorale tutta dopata di veleno, giocata come se si fosse sempre in punto di sconfitta, e senza le armi necessarie a battere lealmente l’avversario.
Forse, in tutta la campagna elettorale, l’unico protagonista è stato il Presidente Napolitano: costretto, ahilui, ad intervenire quotidianamente nel dibattito chiedendo più calma, più rispetto, più dialogo e meno insulti, meno fango, meno calunnie.
La partita che i due schieramenti si giocano tra domenica e lunedì è decisiva, è pesante, è fondamentale.
Lo dimostrano i toni che si stanno usando e, più di tutto, la presenza pedante e asfissiante, e talvolta pietosa, del premier in tutti i luoghi e capoluoghi al voto. Mi correggo, non in tutti: ma in tutti quelli in cui o è certo di vincere (Arcore, ad esempio) o teme di perdere pur non potendoselo permettere (Milano e Napoli su tutti). Non mi risulta, infatti, si sia presentato a Torino o, ancor meno, a Bologna.
Al di là di dove si sia presentato, incute spavento e orrore ciò che ha detto, come lo ha detto.
Badiamoci bene: mai, nemmeno nella Milano in cui è capolista (segno di un partito debole che, senza il suo plenipotenziario e padrone teme di perdere nella sua Masasda), ha parlato di programmi per quella città. Mai. Ha sempre lanciato esche di dibattito nazionale: dalle modifiche immonde e, oserei dire, blasfeme alla Costituzione, al condono edilizio sugli abusi, alla repressione dell’eversione dei Magistrati.
Il tutto magistralmente e sapientemente condito dalle sue presenze quasi puntuali ai processi del lunedì milanese, dandogli occasione di tirare bordate e sparare a zero sui suoi soliti nemici di sempre. In questo almeno, dovrebbe essere grato ai giudici milanesi: ha avuto modo di presenziare, come capolista pdl, nella sua città con una frequenza record (ovviamente nei suoi canoni), davanti a una claque sempre nutrita di poveri illusi che ancora non hanno capito di che panni vada vestito.
Si chiude oggi una delle campagne elettorali più disgustose degli ultimi anni, nella quale il centrodestra ha realmente dato il peggio di sé (che, ovviamente, nella loro ottica è il meglio di sé). Tutto questo, inevitabilmente, finisce o finirà per esacerbare gli animi di un Paese attanagliato da problemi enormi sui quali latitano risposte reali, concrete e serie. Gli appelli che da più parti vengono lanciati ai nostri politici cadono sostanzialmente inascoltati e noi, ancora una volta, continuiamo ad affogare nel mare nostrum senza alcuno che ascolti il nostro S.O.S..
Che dire?
Buon voto a tutti quelli che saranno coinvolti.
L’auspicio è che le città d’Italia al voto si sveglino martedì mattina con Sindaci capaci di dare loro ascolto, di accogliere le loro istanze, di dare vita e corpo a progetti di crescita e ripresa, di rilanciare la coesione sociale e il benessere diffuso tra i più (se non tra tutti, ovviamente).
Al Partito Democratico, poi, l’auspicio è di una vittoria senza precedenti, che ridia fiato al nostro partito, spesso in affanno, ma sempre e comunque saggio, sapiente, realista e concreto. Speriamo realmente che le urne premino e valorizzino la nostra essenza di “gente responsabile al governo locale”, di persone animate da una passione innata per il nostro Paese per la sua gente. (non vado oltre negli auspici, perché non vorrei sbilanciarmi troppo, ma ….)
Appuntamento a martedì!
Un'analisi (un po') amara
post pubblicato in diario, il 3 gennaio 2011


http://www.repubblica.it/politica/sondaggi/2011/01/03/news/mappe_3_gennaio-10799142/

L'analisi odierna di Ilvo Diamanti sull'uso delle Primarie nel PD credo abbia colpito in pieno la situazione del rapporto tra il partito e questo strumento.
I dati che correlano il tutto, o da cui è partita l'analisi, dimostrano che in effetti quello delle Primarie è un nodo cruciale da sciogliere per il PD e, soprattutto, per i suoi dirigenti.

Le valutazioni che Diamanti inserisce nel suo approfondimento sono ampiamente condivisibili e mettono in luce le varie sfumature che le connotano.
Aggiungo alcune mie considerazioni, anche alla luce della mia esperienza nelle tre tornate (ho partecipato da elettore a quelle del 2005 per Prodi, ho preso parte attiva ai seggi e alla "campagna elettorale" di preparazione sia per quelle del 2007 che per quelle del 2009).

Innanzitutto, io credo vada fatta una distinzione essenziale tra "Primarie di coalizione", come quelle di Prodi, e "Primarie interne", quelle con cui si sono formati gli organi interni e sono stati eletti Segretari Veltroni e Bersani.
Secondo me, si tratta di due contesti non paragonabili tra loro.
Un conto è un confronto di coalizione, in cui i vari partiti che accettano la sfida dell'alleanza, del programma comune e di un candidato unico decidano di sfidarsi per individuare proprio il candidato. Diverso è il caso in cui un partito, per decidere la propria organizzazione interna, la piattaforma programmatica con cui confrontarsi con gli altri partiti politici (della propria parte o dell'altra), ricorre a elezioni interne per "contarsi" (usando un termine non proprio felice) e capire che strada prendere.
Allora, evidentemente diversi sono gli scenari, diversa la portata politica dell'evento e diversi saranno i numeri: non ha senso confrontare i due eventi sulla partecipazione perchè molto diversi sono i bacini dei potenziali elettori e diversi sono gli obiettivi. In questo senso, pensando al PD, anche tra gli elettori "esclusivi" vi sono alcuni poco interessati alla dialettica interna e, magari, al momento della scelta del candidato in coalizione potrebbero decidere di partecipare - è un dato di fatto.

Un'altra considerazione riguarda il diverso uso che il PD ne ha fatto internamente. Mi sembra di cogliere nel testo di Diamanti, una critica, pur velata, al fatto che le si siano usate per Veltroni e per Bersani, ma non per Franceschini. Molti non lo compresero allora, ma credo non sia stato un errore quello: le inattese dimissioni di Veltroni, lasciarono il partito in una condizione assolutamente emergenziale, di fronte alla quale non era salutare pensare di indire un cammino di "valutazione interna". Con alle porte le Elezioni Europee il partito si sarebbe indebolito nel tentativo di fronteggiare sia l'appuntamento internazionale sia quello puramente interno. Nulla, dunque, poteva essere fatto se non un'assunzione di responsabilità dalla persona in quel momento più "indicata". E, a mio modesto parere, è andata benissimo!
Quanto, invece, alle tornate sull'elezione del Segretario, nulla da eccepire.

La riflessione, piuttosto, che credo vada fatta ai vertici del PD è ben altra: quale significato diamo alle Primarie nel momento in cui dobbiamo scegliere i candidati "locali", con una prospettiva di coalizione? Perchè in questo credo Diamanti abbia pungolato a dovere il partito.
In effetti, vi sono casi eclatanti di "errore politico" nell'uso, o meglio, nell'itnerpretazione delle Primarie: parlo degli stessi casi citati nell'analisi, il caso Puglia-Vendola e il caso Milano- Boeri.
Due episodi sintomatici, passibili di varie interpretazioni. Infatti, il caso Puglia, come tante altre volte ho ribadito, è stata una scommessa giocata male in termini di coalizione: si è trattato di una forzatura centralista, per aprire le porte all'UDC, che l'elettorato ha ben compreso e ha sonoramente bocciato. Il caso Milano, invece, credo sia un caso di poco sostegno del candidato, una sorta di disinteresse del partito verso il singolo e verso la carica, non certo di secondo piano, che è in palio.
Un fattore comune, però, ai due episodi c'è, secondo me. In entrambe i casi è il partito centrale, la dirigenza che non ha scommesso abbastanza per giocare "tatticamente" la partita, e l'elettorato ha fatto la sua scelta, in entrambe i casi molto chiara e, credo, degna di molta attenzione!

Allora, a chiudere, mi associo alla sollecitazione di Diamanti, affinchè il partito sciolga alcuni dubbi, direi interpretativi, e decida quale sia la vera chiave di lettura delle Primarie. Prendendo una posizione chiara e inequivocabile sia verso l'elettorato interno, che l'elettorato riformista in senso più ampio, così come verso i potenziali alleati. Così si potranno rendere le Primarie uno strumento meccanismo assolutamente indispensabile in certi casi, chiarificatore in altri, ma non imprensicidibile sempre.

Aggiornamenti del 04gen11 - un'altra analisi e un riepilogo delle reazioni nel PD:(http://www.repubblica.it/politica/2011/01/04/news/pd_primarie-10831905/?ref=HREC1-3  -  http://beta.partitodemocratico.it/doc/201584/bersani-primarie-da-rivedere-ma-prima-programma-e-alleanze.htm)

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