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Ancora sulle Province
post pubblicato in diario, il 13 luglio 2011


Passati alcuni giorni dalla bocciatura della proposta IdV circa l'abolizione delle Province, torno sull'argomento per riflettere ulteriormente su questo tema che, a mio avviso, ha un sensibile peso nell'ambito del Bilancio dello Stato, ancor più in una situazione economicamente fragile come quella presente.

Non torno certo sui miei passi rispetto alla delusione e all'amarezza espresse nell'ultimo intervento circa l'astensione del PD sulla proposta.
Vorrei semplicemente vagliare la proposta che il PD ha espresso in merito, già nello scorso giugno.
Il link: http://beta.partitodemocratico.it/doc/212728/modifica-allarticolo-133-della-costituzione-in-materia-di-mutamento-delle-circoscrizioni-provinciali-e-di-soppressione-delle-pro.htm?utm_source=beta.partitodemocratico.it&utm_medium=banner&utm_campaign=province&utm_content=728x90

Dal punto di vista meramente politico, devo dare atto a Franceschini e a tutto il gruppo alla Camera che aver motivato l'astensione mettendo in controluce all'avvenuta bocciatura una proposta più "articolata" rispetto ad una cancellazione tout-court degli Enti Provinciali, sia una mossa seria ed accettabile. Cioè, nel dire che, a fronte di una proposta di cancellazione indiscriminata degli Enti, sarebbe stato più costruttivo e sensato elaborare una proposta che scendesse nel dettaglio di una riforma degli Enti Locali, partendo dalle Province, si diceva ocsa veritiera e oggettivamente meritoria.
Non è certo facile, però, spiegare all'elettorato la mossa della settimana scorsa, soprattutto per la difficoltà di fare passare un'argomentazione come quella. E, soprattutto, non è passata certo l'immagine di un PD strutturato politicamente, quanto piuttosto quella di un PD attaccato ai propri poteri territoriali.

Ciò detto, nel merito istituzionale la proposta depositata alla Camera a giugno è indiscutibilmente un ottimo primo passo verso la cosiddetta razionalizzazione istituzionale dello Stato e dei suoi apparati.
La proposta di legge, in sè molto semplice e di facilissima lettura e comprensione, dà subito l'impressione di essere estremamente efficace nella trasformazione delle Province e nella creazione delle Città Metropolitane.
L'ipotetica effettiva attuazione di una siffatta legge porterebbe a cambiamenti sostanziosi e certamente benefici per le casse del Paese. Oltre che l'ammodernamento dell'apparato strutturale della Nazione.
Credo, sinceramente, che se passasse una proposta come questa si potrebbe arrivare ad un beneficio per il Paese intero, partendo da quello percepito dai singoli cittadini.

Un punto di forza, secondo il mio parere, di questa proposta è l'idea di un ripensamento dei ruoli delle Province eventualmente non coinvolte nelle aree metropolitane. O meglio, prescindendo dalle Province che verrebbero abolite per dar vita alle Città Metropolitane, per tutte le altre ipotizzare una ristrutturazione per far sì che ne vengano potenziate alcune funzioni, ed abolite o drasticamente ridotte altre, mi pare sia qualcosa di autenticamente utile.
Questo perchè, per chi è avvezzo alle Amministrazioni Locali, la compresenza di apparati provinciali, regionali e comunali su alcuni medesimi campi d'azione è palesemente una duplicazione di ruoli e, conseguentemente, una riduzione di efficienza. Dunque, se su certe tematiche, quella Sanitaria ad esempio, si procedesse all'eliminazione di competenze provinciali, ad oggi non sensibilmente utili, lasciando la materia alla completa ed esclusiva responsabilità di Comuni e Regioni, se ne trarrebbero drastici benefici, sia economici che di efficienza. Così, come, secondo me, si potrebbe ipotizzare di lasciare interamente alle Province, affiancate dai Comuni e non più dalle Regioni, la gestione della pianificazione territoriale o della materia scolastica e formativa.

Insomma, credo che il tema, indipendentemente da tutto, vada sviscerato con calma e senza lasciarsi prendere da euforie "populiste", foriere di facili successi e altrettanto facili errori. È pur vero, che in certi momenti, certe mosse, però, vanno studiate con molta attenzione e trovare punti di mediazione, soprattutto coi propri alleati politici, è un'indubbia chiave di successo, anche per il rilancio di proposte future.

2giugno - quei valori che si dimenticano
post pubblicato in diario, il 2 giugno 2011


Provo un reale e assoluto fastidio, oltre che ribrezzo, nell'apprendere che alla Camera l'ennesimo deputato ignoto del PdL ha ritenuto opportuno presentare una proposta di legge per l'equiparazione tra ex-repubblichini ed ex-partigiani.
A scanso di equivoci va chiarito che il contesto è quello del rapporto con le rispettive associazioni cosituite presso gli ex-combattenti e lo Stato, nella fattispecie il Ministero della Difesa. Ma non è su questo punto che voglio soffermarmi. Anche se ce ne sarebbero di riflessioni da fare ... !

Quello che mi urta terribilmente è l'ennesimo tentativo di rimozione delle radici su cui nacque la nostra Repubblica e alla luce dei quali, nemmeno 3 mesi, abbiamo festeggiato il 150° compleanno.
Trovo aberrante questo atteggiamento della maggioranza di governo.

Non paghi di dimostrare quotidianamente il proprio fastidio verso gli organi costituiti dello Stato italiano, a maggior ragione se in qualche modo contrapposti alla figura del loro capo-padrone, questi nostri onorevoli parlamentari escogitano di tanto in tanto delle leggi che diano dei colpi di spugna sulla lavagna dei valori fondamentali.
E così, una volta si inventano di abrogare la norma transitoria della Costituzione che istituiva il reato di apologia di fascismo, un'altra volta di emendare la Costituzione al suo art. 1... E ora si sono inventati di rendere equivalenti agli occhi dello Stato gli ex-partigiani e gli ex-repubblichini.

Di tanto in tanto riemergono appelli per una riconciliazione nazionale, ovvero per una pacificazione tra le parti storicamente schierate l'una contro l'altra, particolarmente in riferimento alla Seconda Guerra Mondiale e alla Guerra di Liberazione che ne seguì.
Dopo 66 anni si fa fatica a credere che questo sia possibile.
O meglio, in molti lo sperano e in tanto lo ritengono un dovere civico (e ci mancherebbe altro). Ma di fronte alla tracotanza di certuni, aggravata dal fatto che si tratti di membri degli Organi di rappresentanza popolare, viene molto difficile credere che questa volontà esista ancora.
Non riesco a vedere le condizioni perchè si vada nella direzione di una condivisione della lettura da dare a quel periodo storico.

Sia ben chiaro: la conciliazione di cui parlo e che auspico non è un colpo di spugna volto ad annullare le differenze. Vorrebbe essere, o meglio, vorrei che fosse una condivisione dei ruoli che furono assunti in quegli anni dagli uni e dagli altri, dando ad ognuno i propri meriti, le proprie colpe, le proprie attenuanti (se necessarie), ...

Come ho detto già altre volte, la nostra Costituzione, di cui oggi, per assimilazione alla Repubblica per la quale fu coniata, è intrisa del sangue di molte vittime di quegli anni. Quella Carta trasuda valori per i quali migliaia e migliaia di persone hanno dato la propria vita. In quegli articoli c'è il sunto perfetto di uno scontro ideologico, pur forte, ma civile che in quegli anni vi fu tra le parti.
Ma non ci sono margini di ambiguità su come andarono allora le cose.
E non ci possono essere.

Festeggiare il 2 giugno, come il 25 aprile, dovrebbe essere l'occasione per riconoscersi, umilmente e devotamente, figli di quei sacrifici. Portandone l'onere sulle spalle e l'onore nel cuore.
Nulla può (nè deve) scalfire quelle pagine di storia.

W il 2 giugno.
W il 25 aprile.
W la Repubblica Italiana.
W la Costituzione.
W la Resistenza.

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