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Sul volgere di un'epoca, il ritorno al passato
post pubblicato in diario, il 21 luglio 2011


L’editoriale del neo-direttore dell’Unità, Claudio Sardo, di domenica scorsa (http://editoriale.blog.unita.it/il-conto-del-ventennio-1.314441) tira le somme di un Ventennio, quello berlusconiano, che appare ormai volgere al termine.
In questa analisi, che personalmente condivido in larga parte, il direttore elabora alcune considerazioni sull’eredità che una tale epoca storico-politico lascerà al nostro Paese.

Premesso che, come noto, non faccio mia la teoria vichiana della ciclicità della Storia, vorrei trarre una riflessione tutta mia da quell’editoriale e dalle cronache cui stiamo assistendo in questi ultimi tempi.
Come sul finire di tante epoche storiche (o quasi tutte) si assiste ad una caduta del sistema reggente di natura traumatica, anche per questa nostra epoca possiamo ragionare su eventi certo non soft con cui, secondo Sardo e non solo, volge al termine. In questa riflessione, includo un parallelo – ed è qui che i vichiani potrebbero rivendicare le loro ragioni – con la cosiddetta Prima Repubblica, la cui fine, un ventennio fa appunto, è ben nota a tutti.

Gli elementi da analizzare sia come eventi di “fine epoca”che come cronache per uno strano dualismo storico, sono molteplici, ma alcuni dominano su tutti.
Vado con ordine.

Il primo e più eclatante di questi segnali, sul quale non mi dilungo avendolo già fatto in altri momenti, viene dalle tornate elettorali della recente primavera, in cui, lo ricordiamo tutti, l’attuale maggioranza, e con essa il despota indiscusso che ne detiene il potere e ne manovra l’ideologia, ha subito sonore sconfitte, anche nelle proprie racco forti elettorali. Un elettorato tanto determinato a invocare la discontinuità storico-politica è certamente un segnale fondamentale da interpretare.

Un altro elemento che credo vada posto in rilievo è quell’insieme di indagini che, ormai da anni, sta portando alla luce tutto un mondo di tresche sotterranee che minano costantemente gli equilibri dello Stato, a tutti i suoi livelli di organizzazione. Come nella “madre” di tutte le inchieste del genere, che dal 1981 portò alla luce la gelliana “P2”, negli ultimi anni una dopo l’altra sono arrivate alla ribalta giornalistica e dell’opinione pubblicale inchieste su “P3” e “P4” e altre consorterie del malaffare. Esattamente come negli anni ’80 e sul finire della Prima Repubblica, questi filoni di indagini, uno intrecciato all’altro, ci svelano una trama di poteri occulti, di tresche malavitose e di dannose relazioni di affari, perfettamente in grado di minare il Paese ai vertici istituzionali e nel cuore del sistema politico-istituzionale. Proprio come in passato, il ritratto di Italia che emerge è abissalmente distante dai cittadini, dalla loro partecipazione alla vita politica e sociale dello Stato e, come allora, gli elettori comuni imparano a conoscere malefici faccendieri e oscuri trafficanti di denaro e potere, dai quali con estrema facilità girerebbero alla larga per le sole facce inaffidabili.

Proseguendo in questa analisi, prendo ad esempio il caso Parma. Un autentico caso politico e, al contempo, di malaffare. Da tempo alla ribalta delle cronache, la cittadina emiliana sta vivendo certamente uno dei periodi più neri della propria Storia gloriosa. Gli scandali degli ultimi anni, culminati negli 11 “arresti di S. Giovanni” (così chiamati per essere stati effettuati proprio nel giorno del Patrono parmense), hanno portato alla luce unsistema politico tutt’altro che encomiabile e da invitare: intrecci nepotistici e interessi personali hanno dominato nelle scelte della politica cittadina. Ora, da ormai un mese, la piazza è piena di “indignados” che manifestano tutta laloro rabbia, e vergogna, rispetto ad una classe politica ipocritamente perbenista, ma realmente malavitosa, che ha rovinato la città sia in termini economici (si parla di un debito pubblico nell’ordine delle centinaia di milioni) sia intermini di “identità”. Specchio perfetto di un vizio non espressamente italiano, certo, ma cui noi siamo alquanto avvezzi.  (http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-parma/2011/07/16/news/la_rivolta_di_parma-19206930/)

Un altro fatto eclatante di questi giorni, che certamente non può lasciare indifferenti né non destare “sospetti” è il “suicidio eccellente” del vice di don Verzè alla guida del S. Raffaele. Come alcuni osservatori hanno evidenziato, non ultimo dei quali il direttore del TgLa7 Mentana, questo è certamente un episodio grave, non solo di per sé, quanto per tutti i significati che si porta appresso. In tutta analogia con la lunga catena di “sucidi eccellenti”, come vennero appunto chiamati, del biennio 1992-93, anche questo episodio ha in sé un carico di elementi su cui indagare, su cui far luce per far emergere qualcosa di sporco certamente: il senso opprimente di un debito di tale entità (quasi un miliardo di euro) ha indotto un uomo certamente potente e, azzardo immaginare, protetto, ad un gesto estremo. Le pessime acque in cui versa l’Istituto milanese hanno travolto un responsabile di spicco, in una vicenda che, ahinoi, già presenta lati oscuri (si dice l’arma sia stata spostata – i più attenti faranno poca fatica a richiamare alla mente il suicidio Gardini del ’93).

Tutta l’analisi che ho fin qui condotto può rimanere fumo negli occhi per molti, o vagheggiamento puro.
Personalmente, credo che la situazione sia critica.
Da un lato le molte analogie con l’inizio degli anni ’90 e la fine della Prima Repubblica danno adito al timore che si stia innescando una fase di transizione ardua e, per certi versi, pericolosa. Dall’altro lato, tornando all’editoriale di Sardo, ci si presentano molti (o tutti) i presupposti per ipotizzare la finedi un’epoca, di un ventennio, precisamente. 
Comunque la si voglia vedere, ciò che sta accadendo è auspicabile, per il Benedella Nazione e dei singoli individui coinvolti, che finisca quanto prima, lasciando spazio ad una nuova stagione di rinascita e di ripresa, come spesso abbiamo dimostrato di saper interpretare e sfruttare.

Chiudo con alcuni interventi, a mio parere, molto costruttivi e interessanti rispetto alla disamina condotta, tutti sull’Unità: D’Alema (http://www.unita.it/italia/il-pd-apra-ai-movimenti-br-un-alleanza-per-vincere-1.315097), Fassino (http://www.unita.it/italia/cosi-il-parlamento-puo-combattere-br-l-antipolitica-autoriformandosi-1.315491) e Di Pietro (http://www.unita.it/italia/siamo-alla-vigilia-di-nuove-monetine-1.315408). Buona lettura!

Esproprio culturale
post pubblicato in diario, il 1 marzo 2011


http://caporale.blogautore.repubblica.it/2011/03/01/la-nuova-festa-della-lega/?ref=HREC1-7

Leggendo questo intervento di Antonello Caporale, la mia mente è corsa subito a due riflessioni proposte dal Presidente Ciampi, ancora una volta nel suo ultimo libro, e dall'o strepitoso Benigni, a Sanremo.
La festa ottenuta dalla Lega, di cui parla Caporale nel suo articolo, è stata scelta per l'anniversario della Battaglia di Legnano che, come spiegato appunto da Benigni a Sanremo, fu una battaglia vinta dai Comuni italiani contro l'Imperatore Barbarossa. Ora, la Lega ne fa un simbolo della propria ideologia "nordista", quando, invece, quella dovrebbe essere una pietra miliare della Storia italiana in generale: fu un evento sì dell'Italia Settentrionale, ma non può essere relegato alla sola memoria del Nord. Dunque, a ben vedere, la Lega limita territorialmente un episodio storico che appartiene alla cultura italiana in genere.

Questo, a ben vedere, è un ennesimo esproprio culturale della destra italiana che fa propri episodi e simboli che, al contrario, appartengono alla comune radice del nostro popolo e della nostra Nazione.
Ma, appunto, questo è solo uno di tanti. La destra italiana negli ultimi decenni, dal Fascismo in poi, ha speculato su diverse memorie.
Nel suo ultimo libro Ciampi rimarca questo stesso ragionamento, applicandolo all'immagine del Balilla (anche questo ben evidenziato nell'esegesi dell'Inno fatta dal regista toscano al Festival). Che Mameli ne parli nella poesia che, poi, divenne l'Inno Nazionale è sintomatico di quanto l'avventura di quel ragazzino genovese del Settecento sia assurta a immagine della sola era fascista. Ma Mameli nel suo testo volle richiamare quell'eroe perchè fosse ispirazione per l'intero popolo italiano!
Potrei continuare l'elenco parlando dei Fasci. Oggi questo termine è, ahinoi, riconducibile solo al Ventennio, dunque all'area politica della destra. In realtà, prima di quegli anni, esso era un simbolo, o meglio un sostantivo rimandante alle esperienze socialiste dell'Italia centro-settentrionale prima, e meridionale poi: i Fasci siciliani costituiti negli anni 90 dell'Ottocento, erano un movimento "proletario", in rivolta contro la borghesia terriera che dominava l'isola sia economicamente che politicamente. Andando anche più indietro nel tempo, il simbolo del fascio appare nel logo della Repubblica Cispadana e, di conseguenza, nel Primo Tricolore, quello nato a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797. Ma prima ancora, esso appariva nella simbologia dell'Impero Napoleonico e, alle origini, in quella romana.

Insomma, ora che festeggiamo il 150° anniversario della nostra Unità nazionale e che voci illustri della nostra Nazione hanno sollevato la questione, è il momento per restituire all'intero Paese, alla destra e alla sinistra, al Nord e al Sud quei simboli, quelle immagini, quegli eventi che appartengono a tutti e i cui valori intrinseci sono parte fondante del nostro essere Italiani!
Non possiamo e non dobbiamo permettere che qualcuno faccia proprio qualcosa che dovrebbe essere condiviso. Il patrimonio nazionale non può più diventare bandiera solo di qualcuno! Questo è un furto vero e proprio.

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