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6/7 maggio - il voto italiano
post pubblicato in diario, il 8 maggio 2012


E poi c'è il voto italiano. E qui si apre un mondo.
Gli spunti di riflessione sono, in pratica, numerosissimi - proverò giusto a darne qualcuno.

Ad una valutazione politica complessiva, appaiono evidenti alcuni trend: la sostanziale e indubitabile tenuta del centrosinistra nel suo complesso (a partire dal PD), l'altrettanto sostanziale sparizione del PDL, della Lega e del Terzo Polo, l'inatteso e preoccupante exploit dei grillini. Di fronte a questi dati, non per compiacenza partitica, ma l'unico a leggerli per quel che sono è stato Bersani: sul fronte PDL un imbarazzante tentennamento, dove non un proclama di importanti tenute in alcuni comuni (a Quagliariello, ad esempio, andrebbe data la sveglia nell'Italia post-voto e post-padrone-Berlusconi). Non pervenute le reazioni dell'UDC (che pure si aggiudica qualche importante ballottaggio), di altri del Terzo Polo. Solo Maroni, per la Lega, ha dato il senso di una reale batosta subita (eccezion fatta per Verona che, per altro, potrebbe essere motivo di un'ulteriore resa dei conti interna).
Prescindendo dalle letture partitiche dei voti, la sostanza è di una sonora bocciatura per la quasi totalità dei partiti e, in particolare, per quelli del centro-destra. 
Quali le ragioni? Per me che non sono politologo, alcune sono palesi. 
Innanzitutto, il PDL senza il più il capo-padrone è un partito smarrito, con una guida debole (quella di Alfano) e che, laddove pienamente responsabile del proprio sostegno al Governo Monti, non è percepita dalla base elettorale come attendibile. Insomma, un partito imploso intorno al suo segretario. Idem dicasi per la Lega: gli scandali delle scorse settimane, ripetuti e insistentemente agli onori (o disonori) delle cronache hanno causato una rovinosa e ingloriosa caduta del partito che, ad oggi, detiene ancora l'anzianità di presenza in Parlamento.

C'è, poi, il risultato del Movimento 5 Stelle. Un risultato che, indubbiamente, sancisce il loro balzo in avanti e un effettivo successo - forse, insperato anche per loro. Sarebbe, forse, troppo facile bollarlo come voto di protesta, ma tant'è. Non si vedono ragioni sostanzialmente diverse di un risultato tanto forte. Nei consensi dati a Grillo ci sono le delusioni politiche di molti transfughi dei partiti più forti e tradizionali: sarei pronto a scommettere che molti di quei voti siano stati espressi da leghisti delusi e da pidiellini in fuga. Ma ci sono anche tanti voti convinti, se ne può essere certi, ai candidati in sé e alla voglia di cambiamento che essi rappresentano e proclamano. 
Ora che il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un tale successo (un Sindaco eletto e un candidato al ballottaggio, più svariati arrivati al 3° posto o dintorni), è, però, il momento di vederli all'opera dell'amministrare le città. Nelle poche esperienze attuali, non risultano aver fatto la differenza né in positivo né in negativo: diciamo pure che dove fino a ieri compartecipavano all'amministrazione delle città, lo facevano in sostanziale ombra e silenzio. Da oggi, invece, sono chiamati alla proposta politica, al contraltare amministrativo ai partiti tradizionali: alla crescita dei consensi, deve corrispondere una crescita di idee e proposte, per dimostrarsi, quantomeno, capaci di reggere la sfida lanciata agli altri e ricevuta dagli elettori. 
Ma su questo, in tutta franchezza, sono molto scettico. Ma non voglio essere un eccessivo e intransigente detrattore. Staremo a vedere.

Qualche analisi città per città.
Partirei da Parma, per vicinanza territoriale. Il ballottaggio tra PD e Mov5St appare come un risultato inedito e inatteso. Significativo, però, il bottino portato a casa dal candidato del centro-sinistra Bernazzoli: sulla città martoriata dal PDL e da Vignali, sacrificata sull'altare degli scandali giudiziari, non era scontata un'affermazione tanto netta già al primo turno. Ma il dato, a mio dire, più importante riguarda il già Sindaco e "padre politico" dello stesso rovinoso Vignali, Elvio Ubaldi: la sua ricandidatura, beffardamente arrivata sul finale delle presentazioni ufficiali, ha subito un inatteso tracollo, attestandosi su numeri troppo bassi per la rinascita promessa alla città. D'altronde, la lezione reggiana di Antonella Spaggiari avrebbe dovuto insegnare che i grandi Sindaci rimasti nella memoria politica cittadina come, appunto, memorabili, non hanno speranza di riaffermazione a distanza di tempo. Meglio sarebbe stata, per loro, una dignitosa ritirata che li tenesse gloriosamente nella memoria cittadina, come fulgidi esempi di buona amministrazione locale.
Passando a Genova, il commento è per me unico: è il caso fotocopia di quanto avvenne lo scorso anno a Milano. Il vincitore delle Primarie di coalizione, non candidato dal PD, ha assunto la responsabilità della coalizione stessa e ha incassato un sostegno convinto e forte dei vari partiti. E alle urne ha ottenuto il consenso degli elettori. Non esistono altre dietrologie politiche: il turbinio di opinioni sulle Primarie, sul PD che le lancia e le perde, sul fatto che SEL proponga propri candidati,  ... , non ha natura di esistere. L'esito, ancorché non definitivo, delle urne di ieri insegna, e insegna soprattutto che il PD sa giocare il proprio ruolo nelle coalizioni e sa portare frutti a questo gioco.
Il caso di Palermo è, per certi versi, una contraddizione a quanto appena detto. Ma il caso palermitano è, anche, un caso a sé, sul quale non sto a pronunciarmi per effettiva ignoranza mia di certe dinamiche politiche specifiche del luogo e dei personaggi.
Ci sarebbe, poi, il caso aquilano. Caso emblematico. Sia per il ballottaggio che si farà: PD-UDC, sostanzialmente. Sia per la totale sparizione del PDL, storicamente forte in questa città, che si attesterebbe al di sotto del 10%. Qua come in tante altre città. C'è, poi, tutta la valenza simbolica de L'Aquila che, come tale, meriterebbe una pungolatura al PD, in merito al sostegno forse non troppo forte o non troppo convincente (?) a Cialente, Sindaco della città terremotata e motore di una rinascita ancora tutta da compiere.
Si potrebbero poi attraversare le urne di altre città per insistere su un trend che, come detto, è comunque generale e, praticamente, sempre uguale a se stesso - con debite eccezioni, ovviamente. Ma non vorrei dilungarmi ulteriormente e rimando ad altre riflessioni il tutto.
Mani a posto
post pubblicato in diario, il 8 gennaio 2012


L'intervento del Presidente Monti ieri al Teatro Valli di Reggio Emilia ha ribadito, qualora ce ne fosse bisogno, l'alto senso di comunità e di responsabilità che lo stesso Senatore ha e mette al centro del suo operato.

Mi riferisco in particolare al passaggio in cui, non senza polemica e amara ironia, Monti ha ribadito che l'espressione di berlusconiano conio "mettere le mani nelle tasche degli italiani" è priva di un senso logico, almeno nell'accezione con cui il centrodestra governante l'ha sempre usata. Infatti, ha precisato il Premier, "le mani nelle tasche degli italiani sono quelle degli evasori (e le tasche, dunque, quelle degli italiani che pagano le tasse) e di quanti si trovano a godere di rendite di posizione, con tutti i privilegi del caso".
Come dargli torto?
L'espressione spesso usata dal suo predecessore ha sempre avuto l'intenzione di mettere in cattiva luce sia lo Stato tassante che i concittadini paganti. Niente di più sbagliato e dissonante dal principio della sussidiarietà, in virtù del quale la corretta e totale contribuzione dei cittadini mediante, appunto, la tassazione garantisce ai cittadini stessi l'accesso ai Servizi che lo Stato può e deve offrire. 
Rispetto a quanto appena detto, mi torna alla mente un intervento del Ministro delle Finanze del governo Prodi II, Padoa Schioppa: intervistato da Lucia Annunziata, il compianto economista asseriva che "le tasse? sono bellissime!" (http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/economia/conti-pubblici-53/padoa-annunziata/padoa-annunziata.html). Ora, forse il superlativo assoluto è un po' esagerato, ma certamente il principio che ne governa la logica è tra i più alti tra i fondamentali di civiltà e di comunità.
Dunque, tornando all'intervento al Valli, trovo che siano state parole confortanti quelle di un Primo Ministro che richiama il senso di responsabilità che si associa all'obbligo morale della contribuzione. Oserei dire che siano state parole incoraggianti. Soprattutto perché tutto l'intervento di Monti, costellato peraltro da numerosi e significativi richiami storici al Risorgimento e alla Storia Patria, si è incentrato sul passaggio che ho richiamato e su un altro punto conseguente: che la lotta all'evasione è saldamente e convintamente in cima alla lista di priorità di questo Governo. Anche questo è un passaggio confortante, dal mio punto di vista: se è confortante che il Primo Ministro in carica richiami il senso di responsabilità e, dunque, il principio di sussidiarietà nella contribuzione collettiva, non da meno può essere la sua determinazione nello scovare quanti vengono meno al loro dovere.

In chiusura, una nota puramente "politica" sugli interventi ascoltati ieri al Valli. I temi affrontati, particolarmente da Delrio ed Errani, erano di quelli che più scuotono e tormentano gli animi di quanti sono chiamati ad essere Amministratori locali in questa stagione politico-economica. Nel metterli al centro del loro intervento, credo abbiano da un lato adempiuto alla loro funzione di "organi intermedi" verso lo Stato e dall'altro dimostrato una lucidità e una competenza politica non comuni. Essendo il loro uditorio composto da un numero significativo di loro colleghi, così come di parlamentari, aver indirizzato al Presidente del Consiglio presente - e peraltro molto attento, come è nel suo stile - quegli appelli ed inviti a riformare la Pubblica Amministrazione in determinate direzioni è stato sicuramente un atto di alta responsabilità e di reale mediazione politica tra i vari livelli dello Stato. Credo, insomma, che il tono accorato e profondamente "vissuto" dei due abbia destato una particolare e ulteriore attenzione da parte del Presidente Monti che, quasi certamente, avrà ritenuto di dare seria attenzione ai due interventi che lo hanno preceduto.
Un'altra nota sulla giornata di ieri a Reggio. Le polemiche della Lega alle porte del Valli hanno, francamente, un che di ridicolo e insignificante: che a manifestare dissenso e a protestare sulla tassazione siano proprio loro che fino a 2 mesi le tasse le gestivano al governo, è qualcosa di ripugnante e privo di qualunque logica. Bene han fatto Bersani e Prodi a liquidarli come han fatto: http://video.repubblica.it/edizione/bologna/reggio-bersani-la-lega-non-si-permetta-di-contestare/85205?video=&ref=HRER1-1 ; http://video.repubblica.it/edizione/bologna/reggio-prodi-l-europa-ha-bisogno-dell-italia/85207/83596 .
La settimana di fuoco del governo
post pubblicato in diario, il 20 giugno 2011


Quella appena conclusa è stata certamente una delle settimane più dure per questo governo.
Si è aperta con l'appuntamento referendario e con il suo ben noto esito, si è dipanata sulle uscite raccapriccianti dei ministri, Brunetta in primis, e si conclusa nei prati minacciosi (?) di Pontida.

Partirei dai referendum, con tutto ciò che ne consegue.
Non serve essere un politilogo di lungo corso per capire quale significato vada attribuito alla tornata referendaria del 12-13giugno scorsi. Gli argomenti trattati erano tutti, come si sa, inerenti leggi e leggine varate da questo governo: ciò che veniva messo in discussione nei 4 quesiti era qualcosa che aveva a che fare direttamente con il pensiero politico e con l'imprinting dato da questo governo allo status del Paese. Ecco perchè, dunque, l'esito è stata una "sberla" sonora e innegabile per l'attuale maggioranza: in nessun caso il pensiero del premier e dei suoi ha trovato appoggio o condivisione nell'elettorato italiano. Un elettorato che ha dimostrato altissimo interesse per la cosa pubblica e, in particolare, per questi 3 importantissimi temi: il tanto agognato quorum è stato trionfalmente raggiunto e in ognuno dei quesiti la bocciatura arrivata alla corrispondente legge governativa è stata netta e indiscutibile.
Le letture che si possono fare non sono molte: il governo, questo governo è stato rinnegato dagli italiani. Come già nelle settimane precedenti (alle amministrative), anche lo scorso weekend il popolo italiano si è mobilitato per dire a questa maggioranza che l'appoggio è venuto meno, la fiducia è stata malriposta e l'operato non è piaciuto.
Nei numeri di questi referendum il messaggio è, ancora una volta, inequivocabile: così non si va avanti.
Che, però, questo messaggio giunga alle orecchie sorde del premier e dei suoi compari, è evidentemente una speranza vana e inutile, considerando l'indifferenza assoluta dimostrata. Ma ciò, purtroppo, non sorprende affatto.
Non ci si può nè deve attendere da questa maggioranza la capacità di autocritica, l'onestà intellettuale e politica di fare un passo indietro e di riconoscersi sconfitti nella realtà delle urne. Tutto questo non appartiene alla cultura autoritaria di questa destra d'altri tempi: in qualunque paese moderno, qualunque forza democraticamente eletta e democratica nelle proprie convinzioni avrebbe fatto un passo indietro, dimostrando di aver recepito la lezione impartita dal popolo sovrano. Questa maggioranza, questa destra, questo governo, questo premier non lo hanno fatto e, ahinoi, non lo faranno mai.
Ma ciò non è, nè può essere una ragione per demordere. Ora più che mai le forze d'opposizione, quale ne sia il simbolo e la natura, devono incalzare il governo ad agire, dimostrandone l'inettitudine e rilevando la sempre crescente scollatura dal Paese reale. Da questa battaglia politica sana nascerà il cambiamento di cui c'è bisogno e che, presto o tardi, daranno all'Italia un'altra compagine governativa.

Quanto all'indecorosa indecenza di questo governo, il caso Brunetta è la riprova del livello cui siamo giunti.
Nulla è peggio di un Ministro che si atteggia come ha fatto il responsabile della Funzione Pubblica la scorsa settimana. Una cosa al limite tra il drammatico e il vergognosamente inenarrabile.
Potrei capire l'insostenibilità di essere forza di governo in un Paese che in meno di un mese ha risposto picche 3 volte in altrettante occasioni di voto. Ma non potrò mai capire la disumanità e la bassezza morale di chi si permette di disprezzare l'altro, prescindendo da tutto. A maggior ragione per chi si presta, governando, al confronto con il pubblico elettore.
Caro Brunetta, l'Italia peggiore è quella di chi non sa accettare le proprie sconfitte, ammettere i propri errori, confrontarsi col proprio avversario politico, dialogare col Paese. L'Italia peggiore è fatta da quanti non degnano di ascolto chi vorrebbe interrogare l'Amministrazione. L'Italia peggiore è quella di chi disprezza pubblicamente, e poi pretende pure di raccontare la propria verità che è una menzogna. L'Italia peggiore è quella, inoltre, del malaffare, della disonestà, della politica nell'ombra dei palazzi, della menzogna spudorata e senza ritegno, dell'imbroglio...
Quanto all'indecenza delle boutades di questo governo, sorvolo completamente sul premier che ironizza sull'Arte col Premier israeliano: non ci sono (e non voglio ci siano) parole per esprime tutto il disprezzo e la vergogna che scene come questa mi inducono.

Infine, l'appuntamento di Pontida.
Onestamente non so cosa pensare. Nel senso che, almeno apparentemente, quello di ieri è sembrato un meeting di aut-aut al governo: richieste, divieti, stop ... Poi, a ben vedere, la Lega da anni si comporta così: minaccia a ogni piè sospinto una crisi di governo o una separazione imminente, ma poi, non ne voglio conoscere i reali motivi, abbandona ogni intento battagliero per riconciliarsi amorevolmente col premier e i suoi.
A quale Lega si deve credere? A quella di Pontida o a quella di Palazzo Chigi?
Se per un attimo volessimo dare credibilità alla Lega di Pontida, beh, i paletti posti ieri al governo non sono nient'affatto una passeggiata. Uno in particolare, quello relativo al Patto di Stabilità e alle Amministrazioni Locali, sarebbe una bella gatta da pelare. Premesso che una richiesta come questa, credo, potrebbe trovare appoggi bipartisan in quanti amministrano i territori, quella di rivedere il Patto di Stabilità Interno per gli Enti Locali una provocazione non semplice da digerire. Si tratta di uno dei punti chiave su cui si basano le manovre fiscali di questo governo, fatte di drastici tagli alle risorse dei Comuni, con una conseguente imposizione di ristrettezze assoluta. Di fronte ad un aut-aut come quello lanciato ieri a Tremonti, se il governo decidesse di mettersi in ascolto, ne uscirebbe, a mio avviso, un sostanziale cambio di rotta nel rapporto con gli Enti Locali. E questi ultimi, è evidente, ne troverebbero un inaudito giovamento. (E io, da ex-amministratore, mi permetto di auspicare che davvero si aprano tavoli di confronto su questo drammatico tema per quanti governano i territori in prima persona, mettendoci la faccia al posto del governo centrale).
Ma, probabilmente, la Lega di ieri ha già lasciato il posto a quella di Palazzo Chigi che, al tavolo dell'imperatore, bivacca e si trastulla, dimentica di quanto il suo elettorato le ha chiesto ieri nei prati nordici.


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permalink | inviato da MarcoBorciani il 20/6/2011 alle 19:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un messaggio nell'urna
post pubblicato in diario, il 17 maggio 2011


Credo che una giusta considerazione in merito al voto di questo weekend l’abbia fatta ieri sera Vittorio Zucconi ospite a “Otto e mezzo” su la7: si possono spendere ore a decidere chi abbia realmente vinto in questa tornata di amminstrative, ma non vi sono dubbi su chi le abbia perse.
Comunque la si voglia leggere, la scena politica che gli italiani hanno ritratto è nuova e profondamente cambiata rispetto a quella che emerse lo scorso anno alle Regionali. I risultati hanno una chiave di lettura, a mio parere, unica. Tutti i numeri di ieri e di oggi parlano la stessa lingua, dicono la stessa cosa, conclamano univocamente la débacle della destra berlusconiana.

Da subito ieri politici e politologi destrorsi hanno cercato in tutti i modi di trovare punti critici nel PD e nel centrosinistra. Ora, si può capire il tentativo di non ammettere una sconfitta, ma non si può capire il tentativo di nasconderla o, peggio, di negarla (come han fatto oggi i “colonnelli” berlusconiani).
Come si può pensare, oggettivamente, di negare il risultato straordinario del centrosinistra e, soprattutto, del PD?

La vittoria di Fassino a Torino è un primo elemento di chiara affermazione politica. Perché, per cominciare, una vittoria a oltre il 57% vuol dire che la fiducia in quel candidato è altissima, ancor più se si fa caso che il suo diretto rivale si è fermato ad un 30% scarso. Poi perché questa vittoria al primo turno era riuscita a Chiamparino 10 anni fa, come gli era riuscito un trionfo del genere (circa 64%, se non ricordo male) 5 anni fa in riconferma contro Buttiglione. Ancora, perché Fassino non poteva essere additato come uomo nuovo della politica: essere stato votato con tanta convinzione nella cittadinanza è sintomo di una grande credibilità che Fassino ha creato intorno a sé e al suo progetto “Gran Torino”. Infine, è evidente anche il senso puramente politico e amministrativo: la continuità tra l’Amministrazione uscente e questa incipiente è palese, dunque, si tratta di un apprezzamento di quanto fatto da Chiamparino in questi 10 anni.
Sul voto torinese, poi, varrebbe la pena di spendere una riflessione anche rispetto al fatto che lo scorso anno qui la Lega aveva strappato al centrosinistra la regione e ora è uscita dalle urne con un magro 7%. Evidentemente questo tradisce una delusione politica dell’elettorato leghista su cui pochi, credo, avrebbero scommesso.

Volgendo lo sguardo in Lombardia ci si rende conto di un forte segnale di cambiamento espresso. Prima ancora di Milano, vorrei richiamare i casi di Arcore e di Varese. Nel primo si andrà al ballottaggio col candidato del centrosinistra in vantaggio: forse i festini del premier e dei suoi paggi e ballerine stanno infastidendo i vicini di casa … Il secondo, invece, a conferma dell’arresto di consensi leghisti, andrà al ballottaggio: la Lega non sfonda più nemmeno nelle terre d’origine dei suoi massimi esponenti e della sua stessa ideologia fondativa.
Poi, per antonomasia ormai, il caso Milano. Qui si potrebbe aprire un’intera enciclopedia di approfondimenti. Credo che basti sottolineare alla destra negazionista (mi si perdoni il termine che, solitamente ha accezioni più serie e drammatiche di questo) come il PD sia diventato il primo partito in città con oltre il 28%, davanti al milanesissimo PdL. In questo disastro destrorso dominano i mancati consensi personali di Lassini (e meno male!!!), della Vanoni (no comment) e, soprattutto dello stesso Berlusconi. Evidentemente, tutti gli show dei lunedì in tribunale hanno sortito effetti tutt’altro che benevoli al premier: anzi, oserei quasi pensare che abbiano sortito l’effetto contrario, di allontanamento radicale e seccato dell’elettorato medio.
A tutto questo credo si debba sommare senza esitazioni il successo personale e della coalizione di Pisapia. Un successo numericamente pesante e politicamente storico. Creato in ogni singola occasione. Ma mi piace pensare che, tra le altre, sia stato determinante l’impegno profuso dal mondo giovane della musica e dello spettacolo: sto pensando al mega-concerto che si è tenuto a Milano una decina di giorni fa in piazza Duomo, come alla chiusura della campagna elettorale affidata a Vecchioni, vincitore – non dimentichiamolo – dell’ultimo Sanremo e alle esortazioni venute da artisti vari sotto il patrocinio di MTV. I tentativi di dialogo coi giovani sono pochissimi e, per questo, molto apprezzati dai giovani stessi: l’attenzione che quei pochissimi rivolgono loro è una perla preziossima, da non farsi scappare.

Volgendo lo sguardo su Bologna c’è motivo di confortarsi, così come di riflettere in senso critico – ovviamente leggendola con gli occhi del PD. È motivo di conforto il fatto di aver vinto al primo turno: questo era accaduto per Cofferati 7 anni fa, ma non con Delbono nel 2009. In più, vale sempre la pena di rimarcare il distacco a svantaggio del centrodestra, fermo ad un magro 30% che, certamente, non può far cantare vittoria. Varrebbe, invece, la pena di riflettere sul motivo di una vittoria che, al di là di quanto sopra, non appaga convintamente: il 50,5% è comunque troppo poco per il centrosinistra in una roccaforte come Bologna. Occorre un rilancio del modello politico su cui si fondano le amministrazioni locali di tutta l’Emilia Romagna, dalle città (ultima delle quali la riconfermata Ravenna) alle Provincie (anche qui la riconferma su Ravenna), fino alla Regione stessa (sapientemente e magistralmente governata da Errani).

Poi c’è il caso Napoli. Un caso che apre un mondo di problematiche, queste sì tutte del PD, prima ancora che del centrosinistra. Problematiche sorte già al momento delle Primarie di partito, sfociate ora alle urne.
Qui la critica che mi permetto di fare è tutta rivolta al PD e, sia ben chairo, per nulla destinata al candidato Morcone. È una critica all’ennesima scelta sbagliata della posizione da assumere in termini di alleanze: quanti casi Boccia vogliamo per capire che non è al centro che noi del PD dobbiamo guardare? Quando i vertici del nostro partito capiranno che il nostro corpo elettorale vuole veder decollare il binomio PD-IdV e non vuole alleanze al centro? Il nostro interlocutore dovrà essere sempre più Di Pietro e sempre meno il mondo terzopolista: non sono loro un nostro valido e ragionevole alter-ego: questo gli elettori lo sanno e ce lo dicono da tempo. O lo capiamo, o i casi Morcone saranno ancora tanti, ahimè.

In ultima analisi, richiamo, per piena condivisione, l’immagine di un “vento del nord” richiamata da Bersani già ieri in conferenza stampa. È, forse, uno dei dati più importanti emersi dalle urne: perché per la prima volta, dopo anni, il centrosinistra trova al Nord forti punti di ancoraggio e di forza. È da qui che dovremo ripartire nel nostro fare politica. Questi risultati sono un segnale forte e una richiesta di tornare tra la gente, tornare ad ascoltarli, tornare a fare politica nel Nord e per il Nord. Anzi, a Milano e per Milano. Quella Milano che, come “profeticamente” ho scritto venerdì, si è rivelata la Masada del premier.

Esproprio culturale
post pubblicato in diario, il 1 marzo 2011


http://caporale.blogautore.repubblica.it/2011/03/01/la-nuova-festa-della-lega/?ref=HREC1-7

Leggendo questo intervento di Antonello Caporale, la mia mente è corsa subito a due riflessioni proposte dal Presidente Ciampi, ancora una volta nel suo ultimo libro, e dall'o strepitoso Benigni, a Sanremo.
La festa ottenuta dalla Lega, di cui parla Caporale nel suo articolo, è stata scelta per l'anniversario della Battaglia di Legnano che, come spiegato appunto da Benigni a Sanremo, fu una battaglia vinta dai Comuni italiani contro l'Imperatore Barbarossa. Ora, la Lega ne fa un simbolo della propria ideologia "nordista", quando, invece, quella dovrebbe essere una pietra miliare della Storia italiana in generale: fu un evento sì dell'Italia Settentrionale, ma non può essere relegato alla sola memoria del Nord. Dunque, a ben vedere, la Lega limita territorialmente un episodio storico che appartiene alla cultura italiana in genere.

Questo, a ben vedere, è un ennesimo esproprio culturale della destra italiana che fa propri episodi e simboli che, al contrario, appartengono alla comune radice del nostro popolo e della nostra Nazione.
Ma, appunto, questo è solo uno di tanti. La destra italiana negli ultimi decenni, dal Fascismo in poi, ha speculato su diverse memorie.
Nel suo ultimo libro Ciampi rimarca questo stesso ragionamento, applicandolo all'immagine del Balilla (anche questo ben evidenziato nell'esegesi dell'Inno fatta dal regista toscano al Festival). Che Mameli ne parli nella poesia che, poi, divenne l'Inno Nazionale è sintomatico di quanto l'avventura di quel ragazzino genovese del Settecento sia assurta a immagine della sola era fascista. Ma Mameli nel suo testo volle richiamare quell'eroe perchè fosse ispirazione per l'intero popolo italiano!
Potrei continuare l'elenco parlando dei Fasci. Oggi questo termine è, ahinoi, riconducibile solo al Ventennio, dunque all'area politica della destra. In realtà, prima di quegli anni, esso era un simbolo, o meglio un sostantivo rimandante alle esperienze socialiste dell'Italia centro-settentrionale prima, e meridionale poi: i Fasci siciliani costituiti negli anni 90 dell'Ottocento, erano un movimento "proletario", in rivolta contro la borghesia terriera che dominava l'isola sia economicamente che politicamente. Andando anche più indietro nel tempo, il simbolo del fascio appare nel logo della Repubblica Cispadana e, di conseguenza, nel Primo Tricolore, quello nato a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797. Ma prima ancora, esso appariva nella simbologia dell'Impero Napoleonico e, alle origini, in quella romana.

Insomma, ora che festeggiamo il 150° anniversario della nostra Unità nazionale e che voci illustri della nostra Nazione hanno sollevato la questione, è il momento per restituire all'intero Paese, alla destra e alla sinistra, al Nord e al Sud quei simboli, quelle immagini, quegli eventi che appartengono a tutti e i cui valori intrinseci sono parte fondante del nostro essere Italiani!
Non possiamo e non dobbiamo permettere che qualcuno faccia proprio qualcosa che dovrebbe essere condiviso. Il patrimonio nazionale non può più diventare bandiera solo di qualcuno! Questo è un furto vero e proprio.

L'orgoglio nazionale dov'è?
post pubblicato in diario, il 9 febbraio 2011


Tra ieri e oggi la Lega ha dimostrato ancora una volta di essere un partito indegno di stare al Governo del nostro Paese.

Mi riferisco alla loro posizione circa il rendere il 17 marzo una festa Nazionale o meno.

(http://www.repubblica.it/politica/2011/02/09/news/polemica_17_marzo-12247460/?ref=HREC1-4 http://www.unita.it/italia/bossi-rilancia-il-17-marzo-br-si-deve-lavorare-1.270726)

Trovo questa boutade di una barbarie culturale indicibile. Questo 2011 è un anno atteso, credo, da tanti. Certo, non da loro - mi si obietterà. Però è un anno particolare: non capita ogni anno di festeggiare un anniversario tanto importante e significativo. Si tratta di un'occasione storica, a mio parere, imperdibile: è un modo per ripercorrere, anche con pochi flash, l'intero periodo Risorgimentale e, con esso, tutta la nostra storia. Una storia sicuramente piena di criticità, di punti oscuri, di contrasti e degenerazioni. Ma anche una storia pregna di scatti di orgoglio, di positività sociali e politiche, di successivi imprenditoriali e sportivi. A tutto questo l'Italia del 2011 deve il proprio riconoscimento, il proprio rispettoso ossequio, la propria sincera e mai retorica riverenza.

L'Italia di oggi non sarebbe tale se alle spalle non avesse tante bellezze e tante brutture. Il nostro essere cittadini italiani oggi passa, inevitabilmente e imprescindibilmente, per l'esserlo stati in questi 15 decenni tanti altri uomini e donne, illustri e non: persone che nel quotidiano e nello straordinario hanno scritto la nostra Storia.

Festeggiare questo n17 marzo, rendendola giornata di Festa Nazionale, alla stregua del 25 aprile e del 2 giugno, non è retorica patriottica nè revanscismo nazionalista. È semplicemente dare atto di tutto questo.

Forse non dovrebbe stupire che la Lega si sia scagliata contro questa giornata: il loro odio per questa Nazione (che per inciso è quella che li finanzia nelle loro cariche parlamentari e ministeriali) è notorio, tanto quanto paranoica è la loro cantilena sul federalismo fiscale, come conditio sine qua non per la reggenza a questo governicchio. Però, almeno rabbia dovrebbe farla a tanti, se non a tutti.

Stupisce, invece, molto che una tale ignominia storica trovi eco nella Presidente di Confindustria, persona sempre molto attenta alle dinamiche sociali del nostro Paese. Trovo che sia una posizione poco chiara la sua. Per altro, accompagnata da una motivazione francamente ridicola quale è quella della volontà di non perdere un'ulteriore giornata lavorativa in un anno di difficile ripresa economica quale quello in corso. Non capisco nè mi adeguo.

Infine, un'altra riprovevole opinione è quella del Presidente della Provincia di Bolzano che, non sentendosi affatto italiano, non ritiene necessario presenziare in veste istituzionale (nè, ovviamente, in quella privata) alle cerimonie per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Ora, che loro si sentano poco italiani non è una novità per nessuno! Ma la loro natura di Regione/Provincia Speciale, riconosciuta come tale dalla Costituzione Italiana, li rende italiani tanto quanto tutti gli altri! Inoltre, anche sulle loro montagne e tra le loro valli si è scritta la Storia italiana di cui parlavo qualche riga fa!

A tutti questi balzani pensatori e, permettetemi, misconoscitori della Storia italiana consiglio vivamente di leggersi il libro del Presidente emerito Ciampi "Non è il Paese che sognavo". Come ho già scritto in precedenza ( http://Borcio.ilcannocchiale.it/post/2584843.html ) è una bellissima e avvincente lezione di storia ed educazione civica, dalla quale tutti abbiamo qualcosa da imparare.

 

 

 

Un altro editoriale pungente
post pubblicato in diario, il 10 gennaio 2011


Come già altre volte, l'editoriale odierno della Fondazione ItaliaFutura di Montezemolo richiama l'attenzione della politica intera per i contenuti forti e ampiamente critici nei confronti della compagine governativa.
(il link: http://www.italiafutura.it/dettaglio/111155/il_neostatalismo_municipale_della_lega_e_di_tremonti_e_la_solitudine_di_chi_lavora_e_produce )

Non voglio scendere nel dettaglio dei contenuti perchè credo sia talmente chiaro quanto scritto che ogni ulteriore commento sarebbe fuori luogo.
Credo non vi sia nulla "di nuovo", nel senso che, dal mio punto di vista, nelle parole della Fondazione vi sia l'ennesima denuncia di una situazione gravemente in stallo, specialmente per il comparto produttivo italiano.
L'accusa è netta ed inequivocabile.
Oltre che ampiamente condivisibile.

Tutto quanto scritto trova fondamento in quella vita reale che questo Governo ostinatamente nasconde all'opinione pubblica con un ottimismo falso e dannoso.
Ma è un bene che a levare la voce ce ne sia una, come questa, molto vicina al mondo degli industriali (oltre alle prese di posizione/distanze più volte espresse da Confindustria), a testimonianza della veridicità di quanto ripetutamente espresso dalle forze di opposizone, PD tra tutte. Così come è un bene che i toni usati non presentino ambiguità nè vi siano accuse velate (della serie "parlare a suocera perchè nuora intenda"): l'editoriale fa chiaramente nomi e cognomi di tutti, inchiodando ciascuno alle proprie responsabilità, Ministri e partiti.

Se una critica si può fare, credo manchi un accenno, anche sfuggente, al problema generato dal Patto di stabilità. Apparentemente questo assillo riguarda solo le Pubbliche Amministrazioni, ma a un occhio attento non può sfuggire che i vincoli di spesa imposti a queste ultime, sono estremamente limitanti nei confronti di tutte quelle imprese che lavorano negli appalti pubblici. Mi spiego meglio: allo stato attuale, una miriade di Comuni (o Amministrazioni Locali in generale) si trova a non poter pagare prestazioni già ricevute da imprese private per i limiti imposti dal Patto. In questo modo, al di là dell'indebitamento delle PpAa, c'è un enorme problema di insoluti a credito delle imprese, le quali si trovano ad avere ammanchi cospicui, grazie ai quali potrebbero continuare/incrementare la loro produttività.
Questo discorso, dunque, è ampiamente ascrivibile, secondo me, a quanto detto nell'editoriale di ItaliaFutura, proprio per il danno che si arreca alla produttività delle imprese.
In più, questa materia è puramente di competenza del Governo centrale e la Lega, bersaglio principe dell'editoriale e ricettacolo di molti voti sui temi delle Finanze Pubbliche e tra le fila degli operai, dovrebbe essere molto attenta a questo aspetto. E invece... fa orecchie da mercanti, perchè fa comodo al padrone non sentirci da questo tasto!!!

Caro Dario, stavolta dissento
post pubblicato in diario, il 19 dicembre 2010


Non è un segreto che io identifichi in Dario Franceschini un leader molto vicino al mio modo di vedere e di vivere il Partito Democratico, non è un segreto che io lo consideri un politico autenticamente capace di vedere oltre e di condurre degnamente il partito verso il futuro. L'ho considerato tale lo scorso anno in occasione delle Primarie, quando decisi di votarlo accettando pienamente e convintamente la sua linea, e lo considero tale tuttora nella sua veste di ottimo e capace Capogruppo alla Camera.

Però, stavolta non posso essere d'accordo.
Sicuramente apprezzo il suo intervento video di ieri ( http://www.areadem.info/adon.pl?act=doc&doc=8412 ): apprezzo il fatto di aver parlato al web per spiegarsi e di essere stato, come sempre, molto chiaro e diretto.
Però, non condivido questa linea.

Perchè, se è vero come è vero, che siamo di fronte ad un'emergenza democratica determinata dal "tramonto" berlusconiano (riprendendo il Bersani in Aula del 14dicembre) e dalla paura che ciò comporta per i suoi fedelissimi servi, è vero anche che non si può scendere a compromessi eccessivi.
Io, come altri della base, non lo capirei.
Voglio dire che concordo con Franceschini quando spiega la difficile fase che stiamo attraversando e quando illustra i pericoli cui andremmo incontro laddove andassimo al voto e si afffermasse nuovamente questa forza politica. Quello su cui dissento è il fatto che questo presupposto indiscutibile, a mio modo di vedere, diventi il motivo di quell'apertura paventata da Bersani nei giorni scorsi.

Potrei capire se mi si dicesse che l'emergenza è tale da rendere necessaria una "cooperazione" stretta con tutte le forze attualmente opposte all'attuale maggioranza (ammesso che si possa ancora considerare tale). Ma questa cooperazione non può affatto essere considerata "alleanza".
E, soprattutto, in nome di questa disponibilità a cooperare non si può o, meglio, non si dovrebbe ignorare l'appello che ci viene da due componenti forti e fondamentali della sinistra come Vendola e, ancor più, Di Pietro. Questi sono i nostri due principali alleati e sostenitori: ignorarli è un errore, a mio dire, gravissimo!
In nome di un'emergenza democratica è, piuttosto, necessario aprirsi a loro e rivedere lo stato attuale dei rapporti politici tra noi e loro. Ci ricordiamo che qualche anno fa Di Pietro si era dichiarato intenzionato a far confluire il proprio partito nel nostro? Ci ricordiamo che Bersani ha parlato più volte recentemente di "nuovo Ulivo"? E siamo consapevoli che l'Ulivo non è politicamente conciliabile con Fini e Casini?
Poi, vorrei sottolineare che costoro, soprattutto Casini, non si dichiarano affatto intenzionati ad aprirci le porte.... Saranno forse disposti a far fronte comune in Aula, perchè l'obiettivo macro è il medesimo, ma niente più di questo.

Ecco perchè non concordo.
Una cooperazione a fini "costituenti", cioè di riforma radicale del sistema politico attuale, a partire dalla legge elettorale, è qualcosa di estremamente condivisibile e comprensibile anche tra la base elettorale. Un'allenza no.

Direi che è quasi una questione "semantica", "etimologica". Forse sottile nella differenza di termini, ma radicalmente diversa nell'accezione politica.
Forte del proprio Sapere, il PD non può cadere in trappole verbali e linguistiche come questa...

Un'altra cosa, sempre sul tema.
La Lega ieri, ma non è detto che ciò valga anche domani, è tornata a parlare della necessità di nuove elezioni.
Ora, chiedo al PD: credete davvero che gli elettori, soprattutto quelli non "fedelissimi" o indecisi, potrebbero votarci e capirci se presentassimo il nostro simbolo a fianco di quello di Fini e di Casini? O che sarebbero disposti a votare una coalizione ancora più estesa di quella del 2006/2008? Non credete che ne abbiamo avuto già abbastanza di quell'esperienza per commettere l'errore nuovamente di "ammucchiare" (perdonatemi il termine) tutti quelli che, oggi come oggi, vogliono detronizzare il despota Berlusconi? Qui prodest?
No, temo che sarebbe un errore gravissimo: molti, compreso il sottoscritto, potrebbero votare il PD, ma col naso tappato e tanti altri, forse un numero anche maggiore, potrebbero non andare a votare pur di non scegliere quale cammino fare.

Mi dispiace, ma questa scelta, secondo me, provocherà ben più di un mal di pancia!!!!

Da Guastalla con furore
post pubblicato in diario, il 26 luglio 2010


Uno slogan, a dir poco "felice", del PD recita, sulla falsariga di un famoso slogan proprio della Lega anni '90, ROMA LADRONA? - LA LEGA STA IN POLTRONA.

E' evidente il tono di sfottò di questo motto, un autentico verso a quello che anni fa era un coro di inequivocabile significato ed indubbia evocazione padana.

A distanza di anni, lo slogan di allora è divenuto poco più di un ricordo, evocativo di qualcosa che la Lega non è più, o forse non è mai stata. Quel che è certo, è che alcune delle notizie che proliferano nelle cronache di questa estate degli scandali di corruzione e massoneria (perfettamente appellati dal Capo dello Stato come "squallide consorterie") dimostrano quanto anche la Lega sia alla stregua di tanti altri partiti.

La vicenda di Guastalla è quantomeno emblematica in merito.
Di cosa si tratta?
Beh, un assessore, o meglio il vicesindaco del Paese, uomo di forza della Lega reggiana e uomo fidato dell'On. Alessandri (guastallese pure lui), nominato dall'allora Min. dell'Agricoltura Zaia commisario dell'ENCI (Ente Nazionale Cinofilia Italiana), ha semplicemente abusato dell'incarico..
Come?
Beh, conferendo incarichi consulenziali stratosferici, ma non a professionisti qualunque... No! A due suoi colleghi di Giunta.
La si pensi come si voglia, questa non è la politica trasparente e onesta che la Lega dei primi anni prometteva a ogni piè sospinto....
Il tutto...badate bene, all'oscuro del Sindaco... (come candidamente ammesso dai due Assessori durante il Consiglio Comunale in cui si votava - inutillmente, purtroppo -  una mozione di sfiducia nei loro confronti). (E anche su questo comportamento di non trasparenza verso il Sindaco qualche riflessione, più d'una, la dovrebbe indurre....)

Ora, come si fa a non urlare? A non strapparsi le vesti? A non saltare sulle sedie? A nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi (quelli di civiltà borettese, tanto per citarne di famosi...)? Tutta questa storia GRIDA VENDETTA!!!!

Uno scenario pietoso, drammatico, squallido, spaventoso ....

Non sembrano esserci parole sufficientemente colorite per rendere l'idea di cosa si possa/debba pensare di questo squallore.

Quello di cui sono certo è  che questa situazione non può rimanere nell'ombra, nel silenzio, nell'oblio. E soprattutto non può durare un'Amministrazione Pubblica tanto lacerata. E questo non solo per il significato politico, ma, soprattutto, per il bene della città e del distretto di cui Guastalla è capofila (Boretto incluso).

 

A proposito di tutta questa storia: si vedano 
http://www.repubblica.it/rubriche/piccolaitalia/2010/07/26/news/la_lega_e_i_cani-5837434/?ref=HREC1-3 - http://www.listacivica-guastallaliberata.org/ - http://pdguastalla.it/ .
Buona lettura (se riuscite a non desistere prima per il senso di pudore che tanto squallore potrebbe indurvi).

PS del 02agosto da Kazakhstan - Apprendo dal sito di "Guastalla Liberata" (http://www.listacivica-guastallaliberata.org/2010/08/guastalla-e-la-vicenda-lusetti-lega-enci-una-troupe-di-exit-tra-i-guastallesi/) che anche la trasmissione EXIT si sta occupando della vicenda. Questo, ovviamente, mi fa molto piacere! In un periodo in cui la politica sta facendo emergere nuove contaminazioni interne ad alto livello, sapere che anche in realtà "minori" si verificano episodi di dubbia moralità (a usare un eufemismo) è necessario per capire e, se possibile, eliminare tutto ciò in vista di una ricostruzione generale del sistema Paese.

Storia e Unità
post pubblicato in diario, il 11 maggio 2010


Premetto che condivido in pieno la visione espressa qualche giorno fa dal Presidente emerito Scalfaro sull'Unità ( http://archivio2.unita.it/v2/carta/showoldpdf.asp?anno=2010&mese=05&file=06CRI21a ).
Così come condivido pienamente il monito austero che ha mosso oggi il Presidente Napolitano.
Sarebbe ora che i sostenitori della secessione da Roma che siedono qua e là nei vari organi di rappresentanza dello Stato italiano decidessero a cosa rinunciare: all'ideale futuribile e non perseguibile (per fortuna, aggiungo io) della secessione da Roma o alla poltrona che frutta tanti denari... O stanno al Nord (o al Sud) e fanno politica da lì, o stanno a Roma (o a Bruxelles o altrove) e tacciono definitivamente su questa idea tremendamente disfattista e impronunciabile.
Non possono continuare con la politica della botte piena e della moglie ubriaca: delle due una!
E visto che, come è facile credere, non rinunceranno alla poltrona e alla Carta cui hanno giurato fedeltà, sarebbe meglio che in nome di quel giuramento, avessero l'umiltà, la saggezza, l'intelligenza e l'onestà intellettuale di festeggiare l'Anniversario dell'Unità d'Italia. E' una celebrazione simbolica dietro cui si celano infinite sfaccettature e milioni di storie umane, tra glorie e sacrifici, tra sogni e ambizioni, tra successi e sconfitte, tra trionfi e ignominie. A tutto questo devono il loro rispetto, il loro riconoscimento. La loro figura istituzionale di politici.
Disertare o diffamare queste celebrazioni (ultimo a farlo, Lombardo oggi in Sicilia) è un oltraggio alla Patria che servono, alla Carta su cui hanno giurato, alla popolazione italiana tutta. E questo è quantomeno vergognoso!!!

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