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Grilli per la testa: da Parma in giù
post pubblicato in diario, il 24 maggio 2012


Volendo commentare approfonditamente i risultati finali ed effettivi delle Amministrative 2012, occorrerebbe molto tempo per i tanti messaggi usciti da quelle urne.
Mi limito a rilevare, innanzitutto, la vittoria sostanziale del PD e del centrosinistra in genere (quello della "Foto di Vasto", per capirci) in un numero di città e paesi che non può dare adito al benché minimo dubbio da parte di chicchessia: dei 118 comuni al ballottaggio, 92 sono stati conquistati dal centrosinistra (che precedentemente ne governava solo 45). Questa lettura, semplice e inequivocabile, la facciano anche gli esponenti del PD: sto pensando ad alcuni commenti letti su Twitter di qualcuno (ad es. Debora Serracchiani) che ha pesato il dato di Parma come elemento per dichiarare una sconfitta, indipendentemente da quanto verificatosi altrove. Va bene essere "catastrofici", ma masochisti mi sembra troppo ...

Ma mi interessa esprimere qualche pensiero sul voto parmigiano, appunto. Per vicinanza territoriale e per valore politico.
Innanzitutto, partirei da un'analisi disincantata del PD e del centrosinistra, responsabili anch'essi della sconfitta di Bernazzoli. Dico questo perché, inevitabilmente, la sconfitta non può essere imputabile al solo candidato, ma anche altri se ne devono assumere l'onere.
Ciò che, a mio modesto parere, il PD ha sbagliato è il fatto di non aver imposto a Bernazzoli le dimissioni di Presidente della Provincia: cioè, nel momento in cui, da vincitore delle Primarie, Bernazzoli è diventato il candidato sindaco per la coalizione di centrosinistra, PD in testa, sarebbe stato opportuno che lui spontaneamente si assumesse il rischio delle dimissioni, prescindendo dal risultato finale. Allorché questo passo non era stato fatto dal candidato, avrebbe dovuto essergli imposto dal suo partito, coerentemente con l'anti-poltronismo che spesso predichiamo, giustamente.
Questa cosa a molti elettori a Parma ha dato parecchio fastidio: l'impressione che se ne è avuta è che quel candidato, territorialmente noto da tempo come politico locale (già Sindaco a Fontanellato e due volte Presidente di Provincia), non fosse che l'ennesima figura "di lungo corso", con particolare affezione alla politica e al potere politico. Non, dunque, una faccia nuova completamente.
Su quest'ultimo punto, poi, urge un chiarimento ai tanti che continuano a sostenere che la sua sia stata una candidatura imposta dal partito a livelli più alti: ciò è quantomeno un assurdo politico, avendo egli partecipato alle Primarie di coalizione, alle quali peraltro concorreva anche il Segretario cittadino del PD, a dimostrazione che non fosse l'unico esponente democratico in lizza.

Fatta questa disamina, voglio spendere parole anche sul neo-Sindaco e su tutto il suo background politico.
Innanzitutto, ritengo un errore madornale la sottovalutazione che, generalmente si è fatta della portata di quest'onda lunga dei grillini, già percepibile dal primo turno: lo stesso Bernazzoli che, l'indomani del primo turno, ha tacciato Pizzarotti come "squadra di serie B", alias facilmente vincibile, ha evidentemente dato segno di una stolta sottovalutazione dell'avversario e del suo portato politico.
Errore che, credo, abbia commesso non solo il candidato, ma tutta la coalizione del centrosinistra a suo sostegno: avendo bazzicato Parma in quei giorni, non ho percepito un tam-tam massivo degli altri partiti a favore di Bernazzoli, se si esclude ovviamente il PD. Questo anche in termini di partecipazione alle urne: una lettura pur sommaria delle percentuali di domenica e lunedì scorso evidenzia banalmente un triplicarsi dei voti per Pizzarotti (dal 19,4% al 60% e rotti), mentre Bernazzoli è rimasto al palo, se non addirittura ne ha persi. Ciò significa, evidentemente, che Pizzarotti ha raccolto anche i voti degli altri candidati, in particolare del centro e del centrodestra.

Potrebbero esserci anche altre letture analitiche del voto dato a Pizzarotti, ma vorrei richiamare brevemente anche alcuni aspetti politici puri sulla vittoria grillina.
Innanzitutto, a mio modesto parere, l'aver vinto in una città capoluogo, pur piccola, ma significativa come Parma dà ai grillini e al loro Movimento una responsabilità politica non indifferente: ora dovranno dimostrare di essere capaci anche di mettere in piedi programmi concreti di governo locale, scevri da connotazioni espressamente polemiche e distruttive - in questo senso, l'annunciata chiusura dell'inceneritore di imminente varo e avvio sarebbe, oltre che una scelta sciagurata sul piano economico e gestionale del tema rifiuti, anche un evidente spreco di quanto investito in infrastrutture.
L'esser chiamati, poi, a responsabilità governative, li fa diventare ad ogni effetto un'istituzione politica: la denominazione e definizione di "movimento" cui tanto sono affezionati viene a perdere, credo, il suo significato originario - e, peraltro, ha un rimando storico tanto negativo che, forse, sarebbe meglio anche per la loro sopravvivenza politica svincolarsi da quel termine. L'iter di partecipazione politica alla vita amministrativa li inserisce in un dinamica che, notevolmente più complessa della semplice protesta di piazza, li eleva alla dignità, che per loro forse è un'onta, di partito politico. Peraltro, anche alla luce dell'emendamento votato ieri alla Camera che negherebbe i rimborsi elettorali a quanti non abbiano uno Stato di democrazia interna al partito/movimento, esattamente come loro, mi aspetto che in tempi ragionevolmente brevi intraprendano cammini costitutivi di un organo di partito.
Questa cosa, che detta in una discussione animata ad altri potrebbe sembrare una "bestemmia" contro il grillismo, potrebbe avere dei risvolti positivi per lo stesso Movimento 5 Stelle. A ben vedere, il fatto di darsi regole di democrazia interna, di individuare un Segretario e non un capo-popolo (cosa che mi fa sovvenire le cronache storiche di cui narra il Manzoni nei Promessi Sposi), è un beneficio sia per l'organizzazione nel suo complesso che, soprattutto, per gli eletti e gli elettori. Nel fare un cammino espressamente partitico, ci si garantisce una condivisione di idee e programmi di cui necessariamente beneficiano gli eletti in seno al Movimento: questa è una banalissima considerazione sul senso ultimo della politica e della democrazia, ben lungi da ciò che fanno loro. Per carità, il programma sarà anche stato declinato città per città dai candidati stessi e dai loro supporters, ma a tutt'oggi non si rileva una democrazia interna compiuta, quanto piuttosto un capo-popolo che fa e dispone dei suoi come e quando vuole. Tant'è che il neo-eletto Pizzarotti ha tenuto subito a precisare di essere stato solo "accompagnato" dal voto grillino, ma di essere stato scelto per la sua credibilità personale e come espressione del gruppo di cui era a capo, intendendo che Grillo fosse solo - testuale - un "megafono" delle loro idee: le cronache politiche di ieri e oggi, rilevano già sommosse interne per questa sonora e clamorosa presa di distanze.
In ogni caso, staremo a vedere quali saranno le vere dinamiche della nuova amministrazione parmigiana. Personalmente, nutro molto scetticismo sulla loro durata e sulla loro efficacia: spero, però per il bene della città, che questa mia percezione sia errata e che venga smentita dai fatti.
6/7 maggio - il voto italiano
post pubblicato in diario, il 8 maggio 2012


E poi c'è il voto italiano. E qui si apre un mondo.
Gli spunti di riflessione sono, in pratica, numerosissimi - proverò giusto a darne qualcuno.

Ad una valutazione politica complessiva, appaiono evidenti alcuni trend: la sostanziale e indubitabile tenuta del centrosinistra nel suo complesso (a partire dal PD), l'altrettanto sostanziale sparizione del PDL, della Lega e del Terzo Polo, l'inatteso e preoccupante exploit dei grillini. Di fronte a questi dati, non per compiacenza partitica, ma l'unico a leggerli per quel che sono è stato Bersani: sul fronte PDL un imbarazzante tentennamento, dove non un proclama di importanti tenute in alcuni comuni (a Quagliariello, ad esempio, andrebbe data la sveglia nell'Italia post-voto e post-padrone-Berlusconi). Non pervenute le reazioni dell'UDC (che pure si aggiudica qualche importante ballottaggio), di altri del Terzo Polo. Solo Maroni, per la Lega, ha dato il senso di una reale batosta subita (eccezion fatta per Verona che, per altro, potrebbe essere motivo di un'ulteriore resa dei conti interna).
Prescindendo dalle letture partitiche dei voti, la sostanza è di una sonora bocciatura per la quasi totalità dei partiti e, in particolare, per quelli del centro-destra. 
Quali le ragioni? Per me che non sono politologo, alcune sono palesi. 
Innanzitutto, il PDL senza il più il capo-padrone è un partito smarrito, con una guida debole (quella di Alfano) e che, laddove pienamente responsabile del proprio sostegno al Governo Monti, non è percepita dalla base elettorale come attendibile. Insomma, un partito imploso intorno al suo segretario. Idem dicasi per la Lega: gli scandali delle scorse settimane, ripetuti e insistentemente agli onori (o disonori) delle cronache hanno causato una rovinosa e ingloriosa caduta del partito che, ad oggi, detiene ancora l'anzianità di presenza in Parlamento.

C'è, poi, il risultato del Movimento 5 Stelle. Un risultato che, indubbiamente, sancisce il loro balzo in avanti e un effettivo successo - forse, insperato anche per loro. Sarebbe, forse, troppo facile bollarlo come voto di protesta, ma tant'è. Non si vedono ragioni sostanzialmente diverse di un risultato tanto forte. Nei consensi dati a Grillo ci sono le delusioni politiche di molti transfughi dei partiti più forti e tradizionali: sarei pronto a scommettere che molti di quei voti siano stati espressi da leghisti delusi e da pidiellini in fuga. Ma ci sono anche tanti voti convinti, se ne può essere certi, ai candidati in sé e alla voglia di cambiamento che essi rappresentano e proclamano. 
Ora che il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un tale successo (un Sindaco eletto e un candidato al ballottaggio, più svariati arrivati al 3° posto o dintorni), è, però, il momento di vederli all'opera dell'amministrare le città. Nelle poche esperienze attuali, non risultano aver fatto la differenza né in positivo né in negativo: diciamo pure che dove fino a ieri compartecipavano all'amministrazione delle città, lo facevano in sostanziale ombra e silenzio. Da oggi, invece, sono chiamati alla proposta politica, al contraltare amministrativo ai partiti tradizionali: alla crescita dei consensi, deve corrispondere una crescita di idee e proposte, per dimostrarsi, quantomeno, capaci di reggere la sfida lanciata agli altri e ricevuta dagli elettori. 
Ma su questo, in tutta franchezza, sono molto scettico. Ma non voglio essere un eccessivo e intransigente detrattore. Staremo a vedere.

Qualche analisi città per città.
Partirei da Parma, per vicinanza territoriale. Il ballottaggio tra PD e Mov5St appare come un risultato inedito e inatteso. Significativo, però, il bottino portato a casa dal candidato del centro-sinistra Bernazzoli: sulla città martoriata dal PDL e da Vignali, sacrificata sull'altare degli scandali giudiziari, non era scontata un'affermazione tanto netta già al primo turno. Ma il dato, a mio dire, più importante riguarda il già Sindaco e "padre politico" dello stesso rovinoso Vignali, Elvio Ubaldi: la sua ricandidatura, beffardamente arrivata sul finale delle presentazioni ufficiali, ha subito un inatteso tracollo, attestandosi su numeri troppo bassi per la rinascita promessa alla città. D'altronde, la lezione reggiana di Antonella Spaggiari avrebbe dovuto insegnare che i grandi Sindaci rimasti nella memoria politica cittadina come, appunto, memorabili, non hanno speranza di riaffermazione a distanza di tempo. Meglio sarebbe stata, per loro, una dignitosa ritirata che li tenesse gloriosamente nella memoria cittadina, come fulgidi esempi di buona amministrazione locale.
Passando a Genova, il commento è per me unico: è il caso fotocopia di quanto avvenne lo scorso anno a Milano. Il vincitore delle Primarie di coalizione, non candidato dal PD, ha assunto la responsabilità della coalizione stessa e ha incassato un sostegno convinto e forte dei vari partiti. E alle urne ha ottenuto il consenso degli elettori. Non esistono altre dietrologie politiche: il turbinio di opinioni sulle Primarie, sul PD che le lancia e le perde, sul fatto che SEL proponga propri candidati,  ... , non ha natura di esistere. L'esito, ancorché non definitivo, delle urne di ieri insegna, e insegna soprattutto che il PD sa giocare il proprio ruolo nelle coalizioni e sa portare frutti a questo gioco.
Il caso di Palermo è, per certi versi, una contraddizione a quanto appena detto. Ma il caso palermitano è, anche, un caso a sé, sul quale non sto a pronunciarmi per effettiva ignoranza mia di certe dinamiche politiche specifiche del luogo e dei personaggi.
Ci sarebbe, poi, il caso aquilano. Caso emblematico. Sia per il ballottaggio che si farà: PD-UDC, sostanzialmente. Sia per la totale sparizione del PDL, storicamente forte in questa città, che si attesterebbe al di sotto del 10%. Qua come in tante altre città. C'è, poi, tutta la valenza simbolica de L'Aquila che, come tale, meriterebbe una pungolatura al PD, in merito al sostegno forse non troppo forte o non troppo convincente (?) a Cialente, Sindaco della città terremotata e motore di una rinascita ancora tutta da compiere.
Si potrebbero poi attraversare le urne di altre città per insistere su un trend che, come detto, è comunque generale e, praticamente, sempre uguale a se stesso - con debite eccezioni, ovviamente. Ma non vorrei dilungarmi ulteriormente e rimando ad altre riflessioni il tutto.
Ora tocca a noi
post pubblicato in diario, il 9 novembre 2011


Lo scenario che si è aperto con la salita al Colle di ieri sera del premier è solo apparentemente esaltante. Dietro si cela qualcosa di terribilmente drammatico: basti vedere l'andamento dei mercati finanziari odierni (Piazza Affari chiude a -3,78% e lo spread ha raggiunto quota 570 e chiuso a 552). La nota politica emanata dal Quirinale, poi, evidenzia una preoccupazione fortissima del Presidente Napolitano. Di fronte a questo, pullulano le dichiarazioni di intenti del centrosinistra e i desiderata del centrodestra.

E ora? Che ne sarà del nostro Paese?
Non è dato sapersi, ma ciò che è auspicabile e, in qualche modo conveniente, è che le responsabilità, oneri e non onori a ben vedere, vengano affidate a forze politiche differenti da quelle che finora hanno dominato l'(in)attività politica. Lo dico non perché speri personalmente in un "ribaltone" per mano della Presidenza della Repubblica, ma perché ritengo evidente l'assoluta incompetenza e inaffidabilità di quanti in questi mesi hanno tergiversato lungamente senza indurre i necessari cambiamenti del sistema. Dunque, non più ruoli di governo all'attuale schieramento di (ex)maggioranza, ma a una serie di personalità politiche e tecniche che diano un fortissimo impulso alla ripresa e, ancor più, alla credibilità di cui il nostro Paese ha bisogno.
In questo scenario è indiscutibile la partecipazione delle forze d'opposizione e, come ha detto senza mezzi termini il Segretario Bersani e come ha giustamente ripreso anche Casini, è indispensabile che su tutte sia coinvolto il Partito Democratico, in qualità di primo partito del Paese.

A fronte di ciò, però, è fondamentale una "riflessione interna".
O meglio: è importantissimo che il PD per primo si impegni sia sul fronte dell'amministrazione dello Stato, ma soprattutto ad intraprendere quella campagna elettorale prospettata nella nota del Quirinale e che, a ben vedere, sarà tanto aspra quanto temporalmente contenuta.
Si è aperta, dunque, una fase transitoria durante la quale il PD deve svelare la propria identità di forza di governo, elaborando una strategia per amministrare il Paese e portarlo fuori dal precipizio in cui ci ha precipitato Berlusconi con tutto il suo entourage. 
Insomma, tocca a noi Democratici prenderci sulle spalle le responsabilità di Ricostruire il Paese: lo dobbiamo, lo possiamo e lo vogliamo fare. 
Tocca a noi essere il traino della ripartenza; tocca a noi ridare vigore alla produttività italiana (sia industriale che intellettuale); tocca a noi riaccendere il motore del Paese. Tocca a noi, come ha detto Bersani sabato a Roma, ridare Fiducia all'Italia. Tocca a noi, sempre citando Bersani, ristabilire la Verità delle cose, quale che essa sia. Tocca a noi Ricostruire l'Italia migliore. Tocca a noi tutto questo per noi e per l'Italia.
Il messaggio di Roma: Ricostruire
post pubblicato in diario, il 7 novembre 2011


Un ottimo racconto su cosa sia stata realmente la manifestazione di P.zza S. Giovanni di sabato direi che sia l'editoriale di ieri a firma del Direttore de l'Unità Claudio Sardo (http://editoriale.blog.unita.it/impegno-comune-1.349429). Ciò che realmente si è avvertito, secondo me, nella giornata è stata la voglia di rimboccarsi le maniche e darsi da fare per restituire al nostro Paese quel senso di dignità e di grandezza che ci spetta.
Un desiderio di ripartire che, ovviamente, è riecheggiato soprattutto nel discorso del Segretario Bersani. Un discorso che sì, come tanti dicono, non ha trasmesso concretezza di proposte, ma ha sortito l'effetto di una ventata di ottimismo e una buona spinta propulsiva per i militanti e gli iscritti. Non era quello il contesto adatto alla concretezza di proposte e scelte che, invece secondo me, devono dominare l'attività politica e parlamentare, devono essere al centro del dibattito quotidiano e sui quotidiani. In una piazza come quella di sabato, per un evento che doveva essere - come poi è stato - una mobilitazione generale, era giusto che il Segretario dettasse una linea interpretativa della realtà contingente, un atteggiamento universalmente valido nei singoli contesti per dare ulteriori riferimenti a un popolo di tesserati, di militanti, di semplici elettori e di amministratori desiderosi di nient'altro che Ricostruire il Paese.

Ho apprezzato, tra le tanti cose, l'impronta fortemente europeista data all'evento. Gli interventi (uno video e uno "fisico") dei leader francese e tedesco hanno dato un respiro europeo e, dunque, più ampio e aperto al nostro partito e alla nostra attività politica. In un momento delicato come questo, in una contingenza debole nei suoi fondamentali come quella attuale, la presenza collaborativa e fattiva di questi due leader ha dato un senso maggiormente comunitario all'evento. Inoltre, dopo gli sbeffeggiamenti irriverenti del duo Merkel-Sarkozy al nostro Paese, la presenza dei loro oppositori politici al nostro fianco è stato un bellissimo segnale in vista, speriamo, di un futuro di cooperazione dei 3 Paesi sulla scena europea e mondiale.

Quella piazza, quella folla, quello spirito di rivincita e ripartenza, di Ricostruzione hanno dato, almeno questo è il mio parere, un impulso forte e generoso a chi era lì che, ne sono quasi certo, non può essere ritornato a casa deluso. Il Partito Democratico, come ha scritto giustamente Sardo, è apparso come un popolo presente, fiducioso e desideroso di maggiore fiducia, consapevole del cammino arduo e impetuoso che lo attende, ma generoso e abile a spendersi per un Paese che non può che ricominciare a decollare, per tornare ad essere un protagonista indiscusso e non più sfiduciabile della scena internazionale.
Certo, alle parole e ai desiderata della piazza, devono necessariamente seguire i fatti. E noi tutti lo faremo - chi nei propri posti di lavoro, chi con gli amici, chi nelle proprie associazioni di volontariato o di militanza civile, chi nelle Amministrazioni locali di cui fa parte, ... - di metterci al servizio delle nostre comunità per portare alto l'onore del Paese e del Tricolore che ci rappresenta, ricostruendo tutto ciò che questa maggioranza ha distrutto e recuperando ciò che ha dissipato.
Sabato andrò a Roma perché ...
post pubblicato in diario, il 2 novembre 2011


Sabato andròa Roma perché …

… è ora di scendere in piazza a protestare contro questo Governo inetto e colpevolmente indifferente alla crisi;

… è ora che cambi radicalmente il sistema Paese che in tutti questi mesi non ci ha portato fuori da questa crisi;

… è ora che il PD e le opposizioni manifestino il proprio disagio e la propria repulsione verso questo Governo;

… è ora di far capire che questo Governo non ha nulla a che vedere col Paese reale;

… è ora che facciamo capire a questo Governo che deve smetterla di fare promesse di cui si dimentica dopo poco;

… è ora che inizi un movimento di riscossa civica, partendo proprio dalle piazze;

… è ora che inizi il risveglio di un Paese finora anestetizzato dalla nullafacenza di questa maggioranza;

… è ora che questo Paese riacquisti la propria dignità interna e la propria  credibilità internazionale, soprattutto in Europa;

… è ora che noi giovani cominciamo, scendendo in piazza pacificamente, a dire il nostro “io non ci sto”;

… vorrei che il PD, per una volta almeno, si sentisse unito non attorno a qualcuno, ma attorno a qualcosa (idee soprattutto);

… vorrei che il PD, per una volta almeno, trovasse il coraggio di parlare ad una voce unica, quella della piazza e dei suoi animatori;

… vorrei che il PD si identificasse come primo partito nel Paese e, proprio perché all’opposizione, si facesse carico della svolta di cui abbiamo bisogno in Italia;

… vorrei che il PD si identificasse in quella piazza, in quella gente e in quelle richieste di aiuto e di cambiamento, mettendole al centro della propria battaglia politica;

… vorrei che il PD si sentisse appoggiato dalla piazza nella propria opposizione politica in Parlamento;

… vorrei che il PD si sentisse in dovere di rispondere alla piazza per la propria opposizione politica in Parlamento.

 

Per questi e tanti altri motivi sabato sarò in piazza. Sono convinto che saremo in tanti, ognuno coi suoi motivi, ma tutti fondamentalmente spinti dalla voglia di RICOMINCIARE e RICOSTRUIRE.     

          

Gli alleati che contano
post pubblicato in diario, il 17 settembre 2011


Ufficialmente, ma spintaneamente (essendo Mentana lo spingente), ieri a Vasto ha riacceso i motori l'Ulivo. Anzi, ha acceso i motori "il Nuovo Ulivo" di Bersani, Di Pietro e Vendola (in rigoroso ordine alfabetico).
Finalmente!
Almeno dal mio punto di vista, questa è stata una mossa giusta e un atto dovuto.

Ho ribadito più volte la mia profonda convinzione, dalla quale nessuno mi schioda, che questa sia l'unica vera e possibile alleanza per il PD. Non lo sono, invece, le spinte centriste, che pure ieri erano il contraltare politico interno alle opposizioni.
Più che le parole, parlano i fatti, di un passato recente e di quello "remoto". Non è pensabile né tollerabile né logica un'alleanza al centro, con chi ha corso per sé (salvo, poi, accogliere e tenersi stretta la poltrona dell'Assessorato al Bilancio) alle Amministrative della Milano della svolta, o non ha condiviso (se non parzialmente) la battaglia referendaria. Quegli stessi politici che hanno osteggiato con vigore - e riuscendoci - la candidatura rutelliana al Campidoglio, così come hanno "boicottato" il Prodi II giorno dopo giorno.
Neppure potremmo pensare di costruire un'alleanza con loro su basi programmatiche, visto che sulle idee programmatiche di base non c'è comune accordo.

Ciononostante, capisco la logica del Segretario Bersani che chiede uno sforzo di intenti anche al Centro per poter costruire insieme la galleria che ci faccia uscire dal cul-de-sac in cui questo governaccio ci ha catapultati. Lo capisco perché evidentemente questo significa dare all'Italia quella boccata di ossigeno necessaria a ripartire. Dunque, sarebbe un atto di coraggio, di sacrificio, di responsabilità di cui, allo stato attuale, solo le forze di opposizione possono farsi carico.

Però, proprio per ciò che dicevo prima, è fondamentale aver partecipato all'incontro di ieri (maestralmente mediato dal Direttore Mentana), andando ad impegnare ciascuno dei tre partiti in una costruzione ad hoc per la costruzione dell'alternativa politica per questo Paese.
In questo, dunque, l'impegno a redigere entro 100giorni una carta di 10 proposte fondanti, attorno alle quali dipanare i programmi per l'Italia che verrà e per la prossima Amministrazione Pubblica, è un gesto sinceramente apprezzabile e da applaudire. E' anche, dal mio punto di vista, il buon auspicio per la costruzione di una casa comune di questi 3 partiti che, a ben vedere, viaggiano sulla medesima lunghezza d'onda.
Certo, le discrepanze ci sono, le cacofonie politiche anche. Ma è l'eterogeneità, se ragionevolmente disciplinata ed esercitata, la forza di una coalizione.
E, badiamoci bene, questo l'elettorato riformista lo ha capito, lo vuole e lo premia. Il caso Pisapia-Mialno è la lezione da imparare a memoria per capire quale direzione prendere. La vittoria milanese ha una ricetta complicatissima, con un'innumerevole elenco di ingredienti. Ma uno dei più importanti (dopo la spendibilità/credibilità del candidato e del programma) è, secondo me, proprio la squadra che c'era dietro, l'alleanza di supporto a quella candidatura. Quella vittoria è una prima fondamentale e imprescindibile applicazione del "Nuovo Ulivo".

Peraltro, Casini dice che dell'Ulivo e di tutta quella stagione non se ne sente la nostalgia? Buon per lui! Noi quella nostalgia la sentiamo e tanto! Di quella stagione portiamo un ottimo ricordo e da quella stagione abbiamo molto da imparare e vogliamo farlo. Lui se ne chiama fuori? Bene! Ci toglie il problema di "scaricarlo": lo ha fatto da sé...
Attenzione però: "Nuovo Ulivo" non è e non deve essere "Nuova Unione"! Come dicono Bersani, Bindi e altri, "No, grazie! Abbiam già dato! ...

L'attualità del 55a.C. - bis
post pubblicato in diario, il 10 settembre 2011


Ancora una volta vado a pescare nel passato per parlare del presente. Ancora una volta lo faccio prendendo a prestito le parole di Cicerone. Ancora una volta cito il De Oratore (scritto nel 55a.C., appunto).
Per bocca di uno dei protagonisti, l'autore ci dice che «Non c'è niente di più bello del potere con la parola dominare gli animi degli uomini, guadagnarsi le loro volontà, spingerli dove uno voglia, e da dove voglia distoglierli».
Ecco, dunque, il cuore dell'oratoria: il dominio della parola. Così come riportato, l'accezione sembra essere anche un po' negativa, ma è indubbio che il senso di questa frase voglia essere positivo. Certo Cicerone era un "uomo di mondo", uno capace di dominare le situazioni e anche uno furbo, come diremmo noi oggi. 

Ma ciò che mi preme mettere a fuoco qui, non è né l'accezione "negativa" che traspare in questo "dominio della parola" né la conduzione degli spiriti umani agli intenti dell'oratore. 
Ho citato Cicerone perché ieri ho assistito ad un'intervista in cui mi è sembrato che davvero l'intervistato usasse la parola per dominare la scena e, soprattutto, per farla veicolo di un messaggio, mai banale.

L'intervistata era la Presidente dei Senatori PD Anna Finocchiaro, lo scenario quello di FestaReggio.
Sono rimasto assolutamente affascinato e rapito dalla enorme capacità oratoria della Presidente. Non che mi fosse nuova, perché più volte ne ho seguito/letto gli interventi in Aula, ma mai avevo assistito ad un suo intervento lungo e dialogico dal vivo. 
Credo fosse evidente a tutti l'assoluta padronanza della scena, dei contenuti volta per volta elaborati e, soprattutto, del pubblico astante. Una padronanza data non solo dal personale convincimento in ciò che stava dicendo, ma anche dalla perfetta gestualità e dalla puntuale modulazione della voce che hanno creato i giusti alti e bassi di attenzione e di "partecipazione" sui temi.
Temi che, a onor del vero, non risultavano certo nuovi, o almeno non per chi, come me e i fedelissimi elettori, segue il partito e le sue battaglie. La novità, appunto, credo fosse proprio l'abilità oratoria della Senatrice.

Quando già in precedenza citai il De Oratore, citai il passaggio in cui si elogia non solo la padronanza della parola da parte dell'oratore, ma soprattutto la sua capacità di spaziare tra le materie e le discipline più disparate.
A questo proposito, una menzione che voglio fare è per l'ex premier Romano Prodi che, come da mio ultimo post, era a Casa Cervi a fine agosto. In quell'incontro, il Presidente, interpellato dai giovani su svariate tematiche di ambito politico, economico e sociale, ha sempre dato un senso di perfetta contezza e preparazione sulla materia oggetto della domanda.

Queste due menzioni non solo a titolo di apprezzamento (elogio) delle persone citate, ma anche per ricordare al PD intero, dalla base ai vertici, che in un momento grave e incerto come questo è più che mai urgente comunicare con i cittadini. Dunque, si rende necessario, quasi indispensabile farlo per bocca di persone pienamente capaci di stare "dietro un microfono" e di illuminare la via d'uscita da un tunnel che sembra, invece, un cul-de-sac. E questa arte comunicativa, che non è innata, ma nemmeno interamente artefatta, va trasmessa soprattutto a noi giovani che un domani ci troveremo ai vertici del partito o, comunque, della società dei nostri tempi. Abbiamo bisogno di guide e maestri oggi, per saper stare sul pezzo domani. Guide che sappiano parlare e ascoltare, capire ed istruire, perché noi cresciamo e sappiamo diventare davvero protagonisti.
Ancora sulle Province
post pubblicato in diario, il 13 luglio 2011


Passati alcuni giorni dalla bocciatura della proposta IdV circa l'abolizione delle Province, torno sull'argomento per riflettere ulteriormente su questo tema che, a mio avviso, ha un sensibile peso nell'ambito del Bilancio dello Stato, ancor più in una situazione economicamente fragile come quella presente.

Non torno certo sui miei passi rispetto alla delusione e all'amarezza espresse nell'ultimo intervento circa l'astensione del PD sulla proposta.
Vorrei semplicemente vagliare la proposta che il PD ha espresso in merito, già nello scorso giugno.
Il link: http://beta.partitodemocratico.it/doc/212728/modifica-allarticolo-133-della-costituzione-in-materia-di-mutamento-delle-circoscrizioni-provinciali-e-di-soppressione-delle-pro.htm?utm_source=beta.partitodemocratico.it&utm_medium=banner&utm_campaign=province&utm_content=728x90

Dal punto di vista meramente politico, devo dare atto a Franceschini e a tutto il gruppo alla Camera che aver motivato l'astensione mettendo in controluce all'avvenuta bocciatura una proposta più "articolata" rispetto ad una cancellazione tout-court degli Enti Provinciali, sia una mossa seria ed accettabile. Cioè, nel dire che, a fronte di una proposta di cancellazione indiscriminata degli Enti, sarebbe stato più costruttivo e sensato elaborare una proposta che scendesse nel dettaglio di una riforma degli Enti Locali, partendo dalle Province, si diceva ocsa veritiera e oggettivamente meritoria.
Non è certo facile, però, spiegare all'elettorato la mossa della settimana scorsa, soprattutto per la difficoltà di fare passare un'argomentazione come quella. E, soprattutto, non è passata certo l'immagine di un PD strutturato politicamente, quanto piuttosto quella di un PD attaccato ai propri poteri territoriali.

Ciò detto, nel merito istituzionale la proposta depositata alla Camera a giugno è indiscutibilmente un ottimo primo passo verso la cosiddetta razionalizzazione istituzionale dello Stato e dei suoi apparati.
La proposta di legge, in sè molto semplice e di facilissima lettura e comprensione, dà subito l'impressione di essere estremamente efficace nella trasformazione delle Province e nella creazione delle Città Metropolitane.
L'ipotetica effettiva attuazione di una siffatta legge porterebbe a cambiamenti sostanziosi e certamente benefici per le casse del Paese. Oltre che l'ammodernamento dell'apparato strutturale della Nazione.
Credo, sinceramente, che se passasse una proposta come questa si potrebbe arrivare ad un beneficio per il Paese intero, partendo da quello percepito dai singoli cittadini.

Un punto di forza, secondo il mio parere, di questa proposta è l'idea di un ripensamento dei ruoli delle Province eventualmente non coinvolte nelle aree metropolitane. O meglio, prescindendo dalle Province che verrebbero abolite per dar vita alle Città Metropolitane, per tutte le altre ipotizzare una ristrutturazione per far sì che ne vengano potenziate alcune funzioni, ed abolite o drasticamente ridotte altre, mi pare sia qualcosa di autenticamente utile.
Questo perchè, per chi è avvezzo alle Amministrazioni Locali, la compresenza di apparati provinciali, regionali e comunali su alcuni medesimi campi d'azione è palesemente una duplicazione di ruoli e, conseguentemente, una riduzione di efficienza. Dunque, se su certe tematiche, quella Sanitaria ad esempio, si procedesse all'eliminazione di competenze provinciali, ad oggi non sensibilmente utili, lasciando la materia alla completa ed esclusiva responsabilità di Comuni e Regioni, se ne trarrebbero drastici benefici, sia economici che di efficienza. Così, come, secondo me, si potrebbe ipotizzare di lasciare interamente alle Province, affiancate dai Comuni e non più dalle Regioni, la gestione della pianificazione territoriale o della materia scolastica e formativa.

Insomma, credo che il tema, indipendentemente da tutto, vada sviscerato con calma e senza lasciarsi prendere da euforie "populiste", foriere di facili successi e altrettanto facili errori. È pur vero, che in certi momenti, certe mosse, però, vanno studiate con molta attenzione e trovare punti di mediazione, soprattutto coi propri alleati politici, è un'indubbia chiave di successo, anche per il rilancio di proposte future.

Un'occasione persa: che delusione!
post pubblicato in diario, il 6 luglio 2011


Ammetto con assoluta franchezza la profonda delusione dopo aver appreso dell'astensione del PD in merito all'abolizione delle Province, astensione che ha comportato una sonora bocciatura da parte della Camera della Proposta di Legge.

Una delusione fortissima, per vari motivi.
Innanzitutto perchè questo tema, da lungo tempo dibattuto in via ufficiale e ufficiosa in ambito politico, era stato dichiarato come punto del programma elettorale con cui il PD si era presentato nel 2008. Dunque, in questo senso, l'astensione e la conseguente bocciatura della proposta rimarcano una innegabile discrepanza tra l'allora programma elettorale e l'attuale profilo politico in Parlamento. Mi si dirà che solitamente fa fede il programma elettorale di chi vince: non è vero. Semplicemente perchè se quel tema è il medesimo di quanto proposto in campagna elettorale, non esiste nessuna logica razionale tale da motivare un atteggiamento così fortemente distonico.
Poi, proseguendo, la bocciatura di una proposta nata dalle forze di minoranza in Parlamento, e in particolare dall'IdV, rappresenta uno smacco politico, l'ennesimo direi, nei rapporti con i propri futuri potenziali alleati. Convinto come sono, che l'unico alleato naturale del PD possa e debba essere di Pietro, continuo a non capire e a non condividere questa sostanziale incapacità di costruire insieme al suo partito un'alleanza strategica in Parlamento e, di riflesso, nella vita politica e civile del Paese. Continuare a battibeccare come due vecchie comari, a ogni minima non-condivisione, senza cercare di arrivare ad un accordo, quale che esso sia, trovo sia fondamentalmente autolesionismo per entrambe le compagini politiche.
C'è, ancora, un altro elemento di contrarietà in questo voto di astensione: l'apparente difesa della casta politica, a partire dalla propria. O meglio: negli occhi di chi voglia fermarsi ad una lettura puramente superficiale, il non-voto di ieri suona indiscutibilmente come un'ennesima della casta politica. La dimostrazione di questo semplice, e certamente superficiale, ma non troppo sbagliato, ragionamento è che nella maggior parte dei casi gli scanni di Presidente di Provincia sono occupati dai candidati eletti col PD. Come lo si spiega alla gente comune, all'elettore fedelissimo e attento e all'elettore più superficiale e distratto che su questo tema si è scelta l'astensione? Dicendo semplicemente: noi abbiamo un'altra proposta? Non attecchirà mai una risposta del genere!
Infine, da giorni si parla di riduzione dei costi della politica, anche per effetto di qualche provvedimento contenuto (forse) nella Manovra. Contestualmente la copertina del sito del PD conteneva un approfondimento sulla Proposta di Legge a firma Bersani per il taglio dei costi della politica. Tutte parole al vento? Tutta campagna informativa senza traduzione in pratica?  Dov'è finita la battaglia per l'abbattimento dei costi della politica? L'abolizione delle Province, con una contestuale riformulazione degli assetti istituzionali del Paese, avrebbe potuto essere un primo passo sicuramente significativo nell'ottica di un ridimensionamento del peso della politica nelle tasche dei cittadini che, in larghissima parte, peraltro, non percepiscono l'effettiva utilità delle Province nel sistema istituzionale italiano. Aver consentito, con l'astensione, che ne venisse bocciata l'abolizione è una palese contraddizione con la perdicazione sui costi della politica.

L'astensione di ieri è stata, indubbiamente, un'occasione persa.

Per la cronaca, un mio parere sulle Province: premesso che, come si legge sopra, sono profondamente convinto della necessità della loro abolizione, mi dichiaro comunque altrettanto profondamente convinto della identità provinciale del territorio italiano.
Mi spiego meglio.
Da un punto di vista puramente istituzionale e politico, sono convinto che l'abolizione delle Province dal sistema Paese sia un passo ormai inevitabile, in tema di ammodernamento dello Stato e, soprattutto, in termini di abbattimento dei costi della politica. Vedendo anche da vicino le Amm.ni Provinciali, mi sono persuaso che, salvo pochi e significativi contesti, esse non creino la differenza autentica nella gestione della "cosa pubblica" per i cittadini.
Da un punto di vista, per così dire, emozionale sono convinto che l'identità provinciale sia innegabile nel territorio italiano. I cosiddetti campanilismi che, spesso, sono tra quartieri o paesi confinanti, esistono anche tra province. Su svariati ambiti. L'abolizione politica delle Province, non sarà mai in grado di cancellare quel profondo senso di appartenenza territoriale che risiede in ogni cittadino. Anche perchè sono anche i sentimenti di radicamento territoriale ad aver arricchito la Storia d'Italia, soprattutto quella pre-unitaria, dando a noi oggi la possibilità di esserne orgogliosamente parte.

Pensieri sparsi a sinistra
post pubblicato in diario, il 6 giugno 2011


Vorrei fare una breve riflessione sul centrosinistra cha ha vinto queste amministrative, partendo da due interviste che ritengo illuminanti in tal senso.

La prima è quella a Bersani ieri sul Corriere (http://beta.partitodemocratico.it/doc/210227/bersani-gli-elettori-di-centro-e-sinistra-si-sono-gi-mischiati.htm).
Ho trovato nelle parole del Segretario quello che mi aspettavo di trovare. O meglio, credo che sia un'intervista che rimarca dei punti fermi per il Partito Democratico dopo questa tornata amministrativa. Sono dei capisaldi di ciò che il PD deve tenere come propria linea guida ora che è alla guida di nuove realtà locali: in quelle parole, in quelle idee, in quelle proposte credo vi siano delle tracce chiare di ciò che i nuovi (o rinnovati) Sindaci dovrebbero fare ora che tocca a loro spendersi per i loro paesi/città.
Sono nientemeno che le linee guida che il PD ha tracciato già da tempo nel proprio essere un'alternativa seria a questo governo e a questa (fu) maggioranza.
Ovviamente, ogni realtà avrà la propria responsabilità di declinarle a seconda delle proprie esigenze e contingenze. Ma in linea di massima quello è il solco da seguire.
Due appunti, però, li farei.
Il primo riguarda il tema allenze. Prescindendo dalla vera scelta di andare in una direzione o in un'altra (ormai è ben nota la mia idea in merito), credo il PD si debba assumere la responsabilità di essere chiaro con i propri alleati. Non penso ci debba essere un "temporeggiamento" rispetto al terreno politico nazionale: noi siamo il PD, siamo centrosinistra e siamo riformisti. Se si parte da questa idea, vien da sè quale sia l'atteggiamento al nazionale. Il locale può essere diverso? Certo. Ma decliniamo quello nei giusti termini. Anche perchè vediamo dove/come tira l'elettorato in questo senso.
Il secondo riguarda le reazioni di SeL, di cui ho letto qualche titolo. In effetti, forse varrebbe la pena di chiarire bene quale vogliamo sia il nostro rapporto con loro. Per le stesse ragioni sopra esposte.

La seconda intervista è quella al Presidente della Toscana Enrico Rossi all'Unità (http://www.unita.it/italia/intervista-a-enrico-rossi-ora-i-referendum-poi-ricambio-e-programma-i-di-pietro-spataro-i-1.300581).
Apprezzo il tono chiaro di quanto dice Rossi, senza lasciare spazio ad equivoci o a inferenze da fare. L'idea è chiara ed è una, su tutti i temi trattati.
Credo che in certi casi, le posizioni espresse dal Presidente diano delle risposte anche ad alcuni temi lasciati aperti dal Segretario. Mi sembra che il Presidente Rossi abbia delineato un assetto, se possibile, anche più preciso di quello descritto da Bersani il giorno dopo, soprattutto in materia di alleanze.
Il PD ha bisogno, per come la vedo io, di politici freschi e determinati come Rossi per rigenerarsi (è questo proprio uno dei temi al vaglio dell'intervista) e per continuare ad accrescere il proprio bacino di elettori. Mai come in questo momento occorre tenere i piedi ben saldi a terra, come richiamava anche Prodi alla festa romana della scorsa settimana, per consolidare la propria forza politica ed elettorale. Anche e soprattutto per il bene del Paese.

Infine, una lettura un po' più amena, che viene dalla penna e dalla fantasia da Nobel di Dario Fo: http://www.unita.it/italia/e-il-popolino-disse-caro-re-br-alle-tue-balle-non-crediamo-piu-1.300979 . Buon divertimento!


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permalink | inviato da MarcoBorciani il 6/6/2011 alle 18:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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