.
Annunci online

La scuola: questione di punti di vista
post pubblicato in diario, il 28 febbraio 2011


Per coloro che sabato scorso abbiano guardato “Che tempo che fa”, il programma di Fabio Fazio, sarà stato palese, immagino, lo stridore tra la considerazione fatta dal Dott. Gratteri (PM di Reggio Calabria) e quella fatta dal premier poche ore prima e che aveva, ovviamente, richiamato l’attenzione di tutti i principali organi di informazione. Per chiarezza faccio riferimento alle due considerazioni fatte in merito alla scuola. Lo stridore è, evidentemente, per la palese contrapposizione tra i due pensieri espressi.

Mentre l’uno, il premier, nel pomeriggio si è affannato a dire che la “scuola pubblica non educa”, l’altro, il Dott. Gratteri, ha espresso l’idea che la scuola possa essere un primo grande mezzo per combattere la criminalità organizzata. Visto che il primo dei due pensieri si esplica da solo, tenterò di chiarire il secondo: il PM reggino ha espresso l’idea che, premessa la difficoltà di ravvedimento da parte di quanti sono nati e cresciuti in un’ottica malavitosa, uno strumento efficace per combattere la criminalità organizzata può essere proprio la scuola. La scuola nella sua capacità di insegnare valori, di negarne gli opposti, di aprire le menti alla realtà quotidiana per esaltarne le positività e confutarne criticità e avversità: insomma, parafrasando gli antichi romani, la scuola come “magistra vitae”.
Allora, se di fronte a un Magistrato e alla sua convinzione, alla sua fiducia e alla sua speranza verso la scuola, si pone l’idea che il responsabile “più alto in grado” della scuola stessa, il Presidente del Consiglio, cioè il capo del Ministro dell’Istruzione, non creda lui per primo nella scuola, si entra in un evidente contraddizione in termini, in una di quelle casistiche tutte italiane per cui, per dirla con la saggezza popolare, si sputa nel piatto in cui si mangia.
Come ci si deve, dunque, atteggiare? Quale può essere la fiducia nella scuola dei genitori che vi mandano i propri figli? Come possiamo pensare che siano motivati gli insegnanti e tutti coloro che lavorano nella scuola e per la scuola? Quale tipo di messaggio passa da un premier che si permette di dire certe cose?
No! Ancora una volta, il premier ha perso l’occasione per tacere, non perdendo quella di dimostrare la propria personale miopia, che è la stessa di tutta la sua compagine di governo! Una miopia che dimostra il perché non investano nella scuola pubblica, ma anzi la danneggino ogni volta che ne parlano. Quel che è peggio, purtroppo, è che questa ottusità mentale ricade su noi cittadini e, nello specifico, sugli studenti dell’oggi e su quelli del domani: anziché alimentare la fiducia e la speranza in loro, gli si tagliano le gambe deliberatamente. Di ben altro ha bisogno questo Paese che non di questo governuncolo! Abbiamo bisogno di iniezioni di fiducia e parole di speranza, come quelle del Dott. Gratteri! Grazie a lui e a quanti ancora sperano convintamente nella nostra scuola pubblica!

ps: ecco alcune reazioni: http://www.repubblica.it/scuola/2011/02/28/news/scuola_pubblica_l_ora_delle_polemiche_pd_miliardi_di_tagli_volete_farla_morire-13005877/?ref=HREA-1 . Mi fa molto piacere, al di là dei distinguo scuola pubblica - scuola privata che si potrebbero fare, che anche una voce autorevole come quella del Card. Bagnasco si sia espressa su una materia tanto delicata e importante: scuola è futuro! Investire sulla scuola non può essere mai un errore!

Cambiare obiettivo
post pubblicato in diario, il 26 febbraio 2011


Durante il dibattito di questa mattina a Omnibus (su La7), il candidato Sindaco (Primarie permettendo) per la città di Torino Piero Fassino, ha ribadito una cosa fondamentale che, a mio parere, tutta l'opposizione, PD in testa, dovrebbe rimarcare quotidianamente. Precisamente, ha rimarcato come, ancora una volta, l'Italia si stia concentrando a parlare delle beghe personali del premier, trascurando tutti i veri problemi del nostro Paese, come pure tutti quelli del mondo intorno a noi, partendo dai nostri dirimpettai mediterranei.
Da mesi ormai (anche se, non molto a torto, di Pietro dice che sono 17 anni che va avanti così), il dibattito politico italiano è concentrato su finti problemi, su finte preoccupazioni che, a detta dell'attuale maggioranza, assillano il Paese. L'Italia che si affaccia sugli anni Dieci è, volenti o nolenti, un Paese drammaticamente segnato dalla crisi economica internazionale che perdura dal 2008, un Paese amaramente inchiodato al proprio passato e senza, pertanto, prospettive reali e concrete sul futuro (dove futuro è indice di cresscita economica delle imprese, è speranza di vita e di famiglia per le giovani generazioni, è tasso di natalità non-negativo...). A fronte di questi reali problemi, l'Italia politica di cosa parla? Di festini privati del premier e dei suoi correi compagni di partito, di processi per corruzione a carico del premier e dei suoi correi compagni di partito, di scandali edilizi (e non solo) che coinvolgono il premier e i suoi correi compagni di partito ...
 

E dei giovani che non trovano lavoro? E della Cultura che è diventato qualcosa "con cui non si mangia" (ipse dixit Tremonti)? E dell'ambiente che è parte integrante e fondante del nostro immenso patrimonio culturale e storico? E delle famiglie che iniziano ad essere tali sempre più tardi e con sempre più assillanti problemi (mutui, figli cui non si sa come garantire un futuro...)? E dei pensionati che non sanno come campare con qualche centinaio di € al mese? E dei lavoratori che in numero sempre maggiore perdono le proprie certezze lavorative? E delle imprese, piccole soprattutto, che sempre più spesso falliscono o vengono divorate dalle macro-imprese? E degli insegnanti che più passa il tempo più rischiano di diventare una categoria sociale di soli eroi? Di tutto questo chi è che parla? Drammaticamente e amaramente nessuno!

Ecco perchè l'Italia rischia di diventare sempre più lo zimbello della comunità itnernazionale, contrariamente a quanto asseriscono i nostri responsabili di governo. Non siamo un Paese stimato, o almeno non fintanto che si parla e si sparla di festini e di donnicciole e di vecchi bavosi che non sanno darsi un contegno.

Alle opposizioni tutte, in particolare al mio partito, il PD, chiedo di urlare, di imprecare, di sfogare rabbiosamente il proprio dissenso da questa politica del "panem et circenses" che andava bene, e nemmeno tanto, nell'Antica Roma, ma non può andare bene nel XXI secolo.
A tutte le forze sociali, del mondo imprenditoriale e sindacale, del mondo cattolico e di altre religioni, del mondo culturale e di quello sportivo, mi sentirei di chiedere che riportino con forza e con voce unanime l'attenzione sui problemi di noi cittadini reali. Perchè a noi del bunga-bunga di Berlusconi non ce ne frega proprio nulla! (fatta salva, ovviamente, la questione morale della rispettabilità e dell'onorabilità di chi ci governa e ci rappresenta sulla scena internazionale e, dunque, non può essere alla pari del Pierino delle barzellette).

Informazioni di regime
post pubblicato in diario, il 25 febbraio 2011


 

 
La notizia è di quelle che fanno raggelare il sangue nelle vene.
Che in RAI si fosse perso il senso dell’equilibrio informativo e d’opinione è un dato certo da anni, ormai.
Che il Governo sia compiaciuto di poter plasmare dei consensi mediante i suoi mezzi d’informazione e comunicazione, è altrettanto certo.
Che Ferrara sia assoldato alla corte del Sultanissimo arcoriano lo si era vagamente intuito durante la manifestazione per intimo maschile e femminile di un paio di sabati fa.
 
Ciò che fa orrore, per usare un termine noto nella famiglia reale (dove di monarchico ci sono solo – e non è poco – le aspirazioni d’onnipotenza del premier), è che la RAI stia per cadere ancora una volta così in basso. Vittima, come sempre, della bramosia di consensi del premier e dei suoi scagnozzi, sempre più simili a soldati armati, ma decerebrati. Spaventa, almeno a me, tantissimo questo monopolio d’opinione, drammaticamente servile e schiavo.
Nel 150° dell’Unità nazionale sarebbe bello riscoprire la cultura italiana, di cui ci stiamo progressivamente dimenticando. Invece cosa fa la RAI, che tanto si gloria del pluralismo linguistico nelle sue pubblicità pro-pagamento-del-canone? Ci somministra le opinioni dell’unico intellettuale vicino, quasi contiguo, al capo del Governo. Per carità, libera parola a tutti e, soprattutto agli intellettuali. Però, forse, avremmo avuto bisogno di qualcosa di più istruttivo e meno schierato: al posto di un approfondimento politico di regime, avrebbero fatto meglio a proporci uno spazio tutto dedicato alla nostra Storia patria, alla nostra Cultura (artistica, letteraria, culinaria, cinematografica …): ne avremmo tratto giovamento tutti, come collettività, non solo uno, per altro sempre il solito!
L'attualità del 55a.C.
post pubblicato in diario, il 22 febbraio 2011


Siamo nel 55 a.C. quando Cicerone in uno dei capisaldi della retorica di sempre, il De Oratore, scrive «che cosa ci può essere, per chi è libero da impegni, di più piacevole e di più degno di una persona colta, di un discorso arguto e bene informato su qualsiasi argomento? Noi ci distinguiamo dalle fiere soprattutto per questo, perché sappiamo conversare ed esprimere con la parola i nostri pensieri.» e anche «io affermo che dalla saggia direzione di un perfetto oratore dipendono non il buon nome dell’oratore stesso, ma anche la salvezza di moltissimi cittadini e dell’intera Nazione.»

Chi abbia studiato Letteratura, sia classica che italiana moderna, sa certamente che uno dei crucci di ogni epoca letteraria è stato quello di delineare o, addirittura, individuare, la figura ideale di Intellettuale. Spesso, questa ricerca letteraria si è combinata in piena affinità con un’analoga ricerca nei campi artistici in genere. Ma è la Letteratura soprattutto che ha elaborato quest’analisi e questa ricerca, producendo esempi altissimi e, ognuno a suo modo, inarrivabili di intellettuali.
Tornando a Cicerone, la figura del buon retore è, nella concezione civico-letteraria del celebre oratore e politico augusteo, quella anche dell’Intellettuale: un uomo che, forte della propria preparazione, riesce a conciliare una vasta conoscenza delle discipline teoriche e culturali ad un’azione concreta nel quotidiano, intesa soprattutto come impegno civico. È ovvio che questa accezione particolare non esuli affatto da una connotazione autobiografica del retore, ma questo è ben poco rispetto al contributo fondamentale che egli ha dato al nostro Sapere. Come l’eclettico Cicerone, balzando in avanti nei secoli, anche il Sommo Dante ha saputo coniugare la conoscenza culturale ed intellettuale all’applicazione civica nel suo tempo: dunque, anche nel Poeta possiamo ritrovare quei caratteri dell’Intellettuale che già Cicerone ci aveva delineato e offerto. Nulla si può obiettare all’autore della Commedia circa le conoscenze omnicomprensive sulle discipline all’epoca note (dalla Filosofia alla Matematica, dalla Mitologia alla Teologia, dalla Retorica alla Geometria e all’Arte), né sul profondissimo senso civico che gli è costato, notoriamente, l’esilio da Firenze.
Vengo ai giorni nostri. E vado con la mente all’esegesi dell’Inno di Mameli che l’eccelso Roberto Benigni ha fatto giovedì scorso dal palco del Festival di Sanremo, rendendo uno splendido omaggio al 150° dell’Italia unita. Mi rendo perfettamente conto che quanto sto per dire potrà sembrare azzardato a qualcuno, ma lo dico convintamente e consapevolmente: se già non lo avessimo percepito nelle sue narrazioni e decantazioni della Commedia, quella è stata la prova che Benigni è a tutti gli effetti un Intellettuale del nostro tempo, esattamente come nella concezione ciceroniana e come lo stesso Cicerone e Dante lo sono stati. Dico questo perché nessuno può dubitare che l’esegesi dell’Inno sia stata mossa da un profondissimo e sentissimo senso civico del regista, come è indiscutibile che egli abbia dato ulteriore prova della sua autentica conoscenza delle discipline del Sapere, che si tratti di Politica, di Filosofia, di Storia, di Religione…. Credo, insomma, che la “lectio magistralis” del Premio Oscar sia stata un’eccellente e indimenticabile ora di Storia, di Educazione Civica, di Letteratura “applicata” e di Politica contemporanea (dove l’aggettivo “contemporanea” non si intende riferito alla stretta attualità, relegata per lo più ad una sana e pungente ironia, quanto all’Epoca Contemporanea in cui i secoli XIX e XX vanno iscritti). Cito, a riconoscenza del merito dell’Intellettuale Benigni, quanto ha detto di lui il linguista, ed ex-Ministro, Tullio de Mauro in un’intervista di ieri sull’Unità: «Benigni poi ci ha dato solo conferme. La sua “contro lettura” dell’ Inno di Mameli offre un modello raro e prezioso di come si debba e possa leggere la poesia, senza vibratini ed enfasi, come invece troppo spesso si fa. Di Benigni ricordo anche il memorabile discorso per l’avvio di pioneristici corsi di istruzione per adulti nel comune di Scandicci e la chiusa alta e paradossale, degna di Gramsci e don Milani: “Tutti vi dicono: fatti, non parole. E io vi dico: prima di tutto parole, parole, parole”.»
Video-messagi di guerra
post pubblicato in diario, il 20 febbraio 2011


L'appuntamento domenicale del Premier è, da qualche settimana/mese a questa parte, quello dei video-messaggi ai suoi seguaci sul sito internet del loro clan. Si tratta, fateci caso, sempre più di veri e propri bollettini di guerra nei quali, volta per volta, il vecchio della politica italiana lancia anatemi contro un avversario politico-istituzionale.
Il premier impronta questi annunci come una sorta di relazione programmatica del suo governo, relazione che, però, è spesso una dichiarazione di guerra, se non addirittura una minaccia verso i propri nemici. Puntualmente, poi, questi messaggi si trasformano nella fonte del dibattito politico del giorno, garantendo, dunque, al Cav. il successo desiderato per queste sue relazioni.

Il punto, però, rimane il modo di governo del nostro Paese: non è tollerabile né giustificabile un atteggiamento di costante scontro, minaccia, vendetta! È ora di finirla con questo clima da Direttorio francese!
Il Paese ristagna economicamente e regredisce culturalmente: diamogli una scossa!
All’Italia che compie 150 anni dobbiamo regalare una nuova politica, un nuovo modo di governare, sgombrato dai residuami della Prima Repubblica e, a questo punto, anche di quelli della Seconda. È ora di fare un ingresso definitivo e sostanziale in una Terza Repubblica, in cui non ci siano più una maggioranza che gioca costantemente in difesa e un’opposizione che, di suo, non va mai all’attacco.
Sì, la maggioranza gioca in difesa, nonostante i toni da guerrafondai (peraltro cari a nostalgici del Ventennio come il civilissimo Min. LaRussa o al monocorde capogruppo Cicchitto): incapace di proporre scatti in avanti, questa maggioranza rimane arroccata nel proprio arcoriano villino delle feste (o dei festini, a seconda dei casi), da cui lancia anatemi contro il mondo, piangendo nel proprio logorante vittimismo e minacciando tutti con qualunque pretesto.
 
Come ho già scritto altre volte, stiamo assistendo al declino progressivo e costante di un sistema politico che, ahinoi, ha segnato l’Italia negli ultimi due decenni e, di conseguenza, lascerà traccia di sé nei libri di Storia. Un declino che, come tutti i declini di cui sono costellate le epoche storiche, porta con sé la decadenza dei costumi, la regressione del civismo e della cultura, debilita il Paese stesso: la lenta fine del padrone di una parte politica sta diventando un’involuzione per la nostra Italia, depauperata del suo glorioso passato (penso, ad esempio, all’ottusità mentale di quegli ignoranti di storia patria che vorrebbero non festeggiare il 17 marzo) e privata di speranze per il proprio futuro.
A quando un nuovo “velcro”???
Il mestiere dell'Onorevole
post pubblicato in diario, il 18 febbraio 2011


 

Sono certo che tra di voi vi siano molti di quelli che nel 2008, all'alba delle elezioni per questa XVI Legislatura,  esultarono per la notevole riduzione del numero di partiti che avrebbero dato vita alle "nuove Camere". Si passava, infatti, da una XV Legislatura chiusa sotto l'egida di ben 39 formazioni politiche partecipi della vita parlamentare, ad una nuova Lefislatura all'insegna di 6-8 partiti seduti sui medesimi scanni (PD, IDV, UDC, MPA, LNP, PDL). Un successone, che dire!!?
Oggi, alla soglia dei 3 anni da quell'inizio, le formazioni politiche sono notevolmente aumentate e trasformate, ma, quel che è peggio, c'è un valzer di onorevoli (la "o" minuscola denota il massimo del mio personale disprezzo verso costoro) sotto i vari simboli, che potrebbero bollare come "dilettanti" i Rossi e Turigliatto attivi sotto il Governo Prodi II.
L’Art. 67 della Costituzione, dichiarando che «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» esprime chiaramente quale sia la missione dei Parlamentari e come, indipendentemente dall’attuale legge elettorale tutt’altro che democratica, essi siano chiamati a portare il peso della loro elezione davanti a noi cittadini che li abbiamo investiti di tale ruolo.
A supporto di questo, si potrebbe leggere anche l’Art. 54, quello che si appella all’onore e alla dignità di quanti rivestano cariche pubbliche. Mescolando il senso profondo di questi due enunciati costituzionali, pur non essendo né illustri giureconsulti né eterni moralisti, si arriva presto a capire che l’attuale compagine parlamentare (non tutta, è ovvio) sia ben lontana da quei principi e da quelle idee di Parlamentari.
 
La pletora di quanti hanno cambiato casacca in questi 3 anni scarsi è nutritissima: Binetti, Lusetti, Rutelli, Calearo (ben 3 casacche!), Cuffaro (ma forse è meglio per l’UdC), Poli Bortone, Scilipoti, Razzi, Guzzanti e Barbareschi (3 anche per loro) e tutti i futuristi di ieri e del giorno prima… La domanda è praticamente spontanea: ma costoro a chi pensano di rendere conto: ai loro elettori del 2008 o ai loro elettori di oggi (che non li hanno eletti…)? Chi rappresentano, insomma, i vecchi o i nuovi elettori?
Non amo l’idea di cambiare i dettami costituzionali, a meno, evidentemente, dei necessari adeguamenti temporali, ma sarebbe interessante e moralmente utile provare ad integrare gli Art. citati imponendo che nel caso in cui venga meno l’identificazione col partito in forza del quale si è eletti, ci si debba dimettere istantaneamente lasciando posto a coloro che, nelle file dello stesso partito, non sono stati eletti. È vero indubbiamente che questo renderebbe statica la situazione in Parlamento dove, dunque, non ci sarebbero perdite di maggioranza come quella berlusconiana di questi 3 anni, ma almeno non dovremmo assistere settimanalmente ad una conta di chi è andato dove, come stessimo giocando realmente col pallottoliere. Mala tempora currunt!
Piazze e Palazzi d'Italia
post pubblicato in diario, il 16 febbraio 2011


È quasi un luogo comune quello che associa, giustamente, al nome del nostro Paese l'idea di centinaia/migliaia di piazze, ognuna con le sue particolarità e i suoi scorci. Piazze che, da giorni ormai, sono diventate un termometro di quanto sta accadendo in questi primi mesi degli anni Dieci.

Sono, infatti, le piazze e, con esse, i Palazzi che vi si affacciano i veri protagonisti di questa drammatica e dolorosa fase di transizione che il nostro Paese sta attraversando, condottovi a forza da un leader che è lui stesso autore delle pagine del suo declino personale e politico.

Non è per manzoniana agorafobia (quella che implicitamente il romanziere ha trascritto nel cap. XIII de I Promessi Sposi), ma ammetto che un poco mi spaventino queste piazze e, soprattutto, i toni e le voci che da esse si alzano: mi spaventa quel quid di scontro civile che, almeno finora, ha attanagliato l'Italia solo nella formalità politica, ma mai di piazza. Sembra di assistere, in ben altre forme e sostanze (non voglio minimamente confondere le situazioni), alle stesse piazze che in Tunisia prima e, soprattutto, in Egitto poi hanno visto il fronteggiarsi delle fazioni pro e anti governative, fino alla deposizione del leader. Ecco: questo un po' mi spaventa. Il mio timore è che davvero presto si inneschi la miccia dello scontro civile e infuocato delle piazze. Diciamo pure che, per non esserci un limite al peggio, noi, volenti e soprattutto nolenti, stiamo ogni giorno trovando il peggio dell'ieri che abbiamo attraversato. Ecco, mancherebbe il peggio del peggio: la piazza in rivolta.

Ma forse nemmeno arrivando a tanto si raggiungerebbe quel punto di rottura cui necessariamente fa seguito una svolta: nemmeno uno scontro civile di piazza (ben inteso che sia nettato da ferimenti/uccisioni/devastazioni, che pure ci sono stati non più tardi del 14 dicembre e che tutti, partendo dal sottoscritto, biasimiamo e condanniamo fermamente) temo sia in grado di bloccare questa “caduta libera” dell’attuale sistema governativo e del suo cardine. Non l’hanno nemmeno scalfito le piazze finora affollate (da ultimo le 230 piazze femminili di domenica, precedute dal Popolo Viola spesso davanti al Palazzo di Giustizia di Milano, dalla piazza romana del PD l’11 dicembre, il Pala Sharp di una decina di giorni fa…). Non lo feriranno le firme, pur tante che possano essere, che il PD saprà raccogliere (http://www.unita.it/italia/dimettiti-il-pd-scrive-a-4-milioni-di-italiani-1.272484 ).

Ancora una volta, forse l’unica ancora di salvezza, l’unico punto di rottura, l’unico caposaldo di questa XVI Legislatura pare essere il Presidente della Repubblica cui spetta, secondo l’art. 88 della Costituzione, il diritto di scioglimento delle Camere e, dunque, di porre la parole fine su questo miserabile teatrino, tanto triste quanto dannoso.

L'orgoglio nazionale dov'è?
post pubblicato in diario, il 9 febbraio 2011


Tra ieri e oggi la Lega ha dimostrato ancora una volta di essere un partito indegno di stare al Governo del nostro Paese.

Mi riferisco alla loro posizione circa il rendere il 17 marzo una festa Nazionale o meno.

(http://www.repubblica.it/politica/2011/02/09/news/polemica_17_marzo-12247460/?ref=HREC1-4 http://www.unita.it/italia/bossi-rilancia-il-17-marzo-br-si-deve-lavorare-1.270726)

Trovo questa boutade di una barbarie culturale indicibile. Questo 2011 è un anno atteso, credo, da tanti. Certo, non da loro - mi si obietterà. Però è un anno particolare: non capita ogni anno di festeggiare un anniversario tanto importante e significativo. Si tratta di un'occasione storica, a mio parere, imperdibile: è un modo per ripercorrere, anche con pochi flash, l'intero periodo Risorgimentale e, con esso, tutta la nostra storia. Una storia sicuramente piena di criticità, di punti oscuri, di contrasti e degenerazioni. Ma anche una storia pregna di scatti di orgoglio, di positività sociali e politiche, di successivi imprenditoriali e sportivi. A tutto questo l'Italia del 2011 deve il proprio riconoscimento, il proprio rispettoso ossequio, la propria sincera e mai retorica riverenza.

L'Italia di oggi non sarebbe tale se alle spalle non avesse tante bellezze e tante brutture. Il nostro essere cittadini italiani oggi passa, inevitabilmente e imprescindibilmente, per l'esserlo stati in questi 15 decenni tanti altri uomini e donne, illustri e non: persone che nel quotidiano e nello straordinario hanno scritto la nostra Storia.

Festeggiare questo n17 marzo, rendendola giornata di Festa Nazionale, alla stregua del 25 aprile e del 2 giugno, non è retorica patriottica nè revanscismo nazionalista. È semplicemente dare atto di tutto questo.

Forse non dovrebbe stupire che la Lega si sia scagliata contro questa giornata: il loro odio per questa Nazione (che per inciso è quella che li finanzia nelle loro cariche parlamentari e ministeriali) è notorio, tanto quanto paranoica è la loro cantilena sul federalismo fiscale, come conditio sine qua non per la reggenza a questo governicchio. Però, almeno rabbia dovrebbe farla a tanti, se non a tutti.

Stupisce, invece, molto che una tale ignominia storica trovi eco nella Presidente di Confindustria, persona sempre molto attenta alle dinamiche sociali del nostro Paese. Trovo che sia una posizione poco chiara la sua. Per altro, accompagnata da una motivazione francamente ridicola quale è quella della volontà di non perdere un'ulteriore giornata lavorativa in un anno di difficile ripresa economica quale quello in corso. Non capisco nè mi adeguo.

Infine, un'altra riprovevole opinione è quella del Presidente della Provincia di Bolzano che, non sentendosi affatto italiano, non ritiene necessario presenziare in veste istituzionale (nè, ovviamente, in quella privata) alle cerimonie per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Ora, che loro si sentano poco italiani non è una novità per nessuno! Ma la loro natura di Regione/Provincia Speciale, riconosciuta come tale dalla Costituzione Italiana, li rende italiani tanto quanto tutti gli altri! Inoltre, anche sulle loro montagne e tra le loro valli si è scritta la Storia italiana di cui parlavo qualche riga fa!

A tutti questi balzani pensatori e, permettetemi, misconoscitori della Storia italiana consiglio vivamente di leggersi il libro del Presidente emerito Ciampi "Non è il Paese che sognavo". Come ho già scritto in precedenza ( http://Borcio.ilcannocchiale.it/post/2584843.html ) è una bellissima e avvincente lezione di storia ed educazione civica, dalla quale tutti abbiamo qualcosa da imparare.

 

 

 

Dualismi italiani
post pubblicato in diario, il 8 febbraio 2011


Chi avesse visto la puntata di sabato scorso di "Che tempo che fa", prestando attenzione alla rubrica del vicedirettore de La Stampa, Massimo Gramellini, avrà di certo gustato, è proprio il caso di usare questo termine, il commento ai principali fatti politici di queste settimane - che di politico, a onor del vero hanno ben poco - con l'immagine della scissione in Dottor Silvio e Mister B..

Ecco, credo che quel paragone sia un po' vero per tutto quello cui stiamo assistendo da settimane, e non solo per il premier. Siamo entrati, anz fatichiamo ad uscire da un vicolo cieco in cui sembra che esista un'Italia con determinate caratteristiche, ignorando che l'Italia che ogni giorno vive davvero è ben altra, con ben alri problemi.

E' come se vi fossero due mondi paralleli. L'Italia che il premier ha creato per sè e per i suoi e l'Italia di tutti i giorni in cui vivono tutti, berlusconiani inclusi. L'Italia degli studenti di una Scuola che cade a pezzi (sia fisicamente che in senso generale), l'Italia dei lavoratori dipendenti o autonomi che siano, l'Italia dei pensionati che non  riescono a  farsela bastare, l'Italia dei giovani che non trovano lavoro e le persone costantemente: tutto questo è come se non esistesse. Di tutto questo la tv, i giornali, ma anche la politica praticata nelle Aule parlamentari non parlano. Si discute e si vota sui guai giudiziari di questo omuncolo dalla dubbia moralità.

Mi aspetterei, in un'Italia che funzioni a rigor di logica, che qualcuno urlasse che ne ha piene le scatole di tutto questo bailame di culi al vento e minorenni pagate per il loro fisico! Mi piacerebbe che l'Italia di tutti i giorni e di tutti i cittadini normali, si risvegliasse un giorno con una voglia di tornare ad essere la protagonista assoluta dei notiziari e, ancor più, dell'esercizio politico quotidiano. Perchè i problemi con cui tutti noi abbiamo a che fare non riguardano feste e festini, culi e culetti, 18enni e 20enni, ma riguardano posti di lavoro, esami scolastici e clinici, stipendi e pensioni insufficienti a coprire le spese di una vita, mutui, case da comprare o da affittare, vacanze che non ci si possono più permettere, truffe da combattere o da cui difendersi ex-post.... Questa è l'unica vera Italia! Quella, per altro, che ha vissuto unita questi ultimi 150 anni.

Sfoglia gennaio        marzo
calendario
adv