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Il dovere di Cicerone
post pubblicato in diario, il 31 marzo 2011


Ancora una volta scomodo Cicerone per parlare di questi nostri tempi bui. Era, all'incirca, il 44 a.C. quando il Retore romano scrisse il De Officis, un trattato interamente dedicato alla formulazione di una morale che, presa a fondamento per il proprio agire in pubblico, fosse la chiave per l'aristocrazia romana per riprendere il controllo sulla soietà.
Vi si potevano leggere queste righe: Da ogni azione deve esulare la temerarietà e la negligenza, nè si deve compiere alcune azione di cui non si possa dare un motivo apprezzabile: questa è la definizione del DOVERE. Bisogna far sì che gli istinti obbediscano alla ragione e non la precedano. [...] Quergli istinti che vagano troppo lungi dalla ragione, senza dubbio sorpassano i limiti e la misura; tralasciano e rigettano ogni obbedienza e non seguono più quella ragione cui sono sottomessi da legge di natura: e ne sono sconvolti gli animi, ma anche i corpi. Basta guardare il volto degli adirati o di coloro che sono preda di qualche passione o paura o esaltati da troppa sensualità, per vedere come mutano il volto o l'aspetto, il modo di muoversi o di stare fermi.

Prescindendo dall'aspetto sociologico di queste frasi di Cicerone - che, comunque, esprimono perfettamente una condizione dell'animo umano cui nessuno di noi, volente o nolente, è esente (il sottoscritto non ultimo) - appare evidente come l'intento dell'Intellettuale latino fosse quello di tracciare un identikit morale per i propri contemporanei e, soprattutto, per quanti di loro fossero dediti alla Politica, alla vita pubblica.
Allora appare evidente che, di fronte alle scene cui assistiamo in questi nostri giorni (e in particolare a quelle di ieri e di oggi alla Camera), beh ... che dire? Siamo migliaia di anni luce lontani, abissalmente opposti a quegli ideali, prepotentemente incomparabili a quelle parole.

Di fronte alle immagini di quanto accaduto ieri e oggi, non so se prevalga il senso di divertimento (comunque amaro e sconsolato), il senso di ribrezzo (pensando che quelle persone sono là perchè chiamate a rappresentare noi cittadini) o il senso di profonda vergogna e immenso sdegno per qualcosa che non ha nulla a che fare con noi italiani.
Certo, noi italiani siamo talvolta dei "caciaroni", siamo un po' gretti, sappiamo essere beceri e anche incolti. Ma sappiamo benissimo essere persone di classe, profondamente degne di andare a testa alta ovunque, con un profondo senso di civiltà.
Le scene di ieri e oggi in Aula non sono la degna rappresentazione del popolo italiano!
Sono, però, la reale rappresentazione di un Paese che, pur unito spiritualmente attorno ai suoi simboli due settimane fa per il proprio 150° compleanno, è profondamente scisso da una politica che non è Politica, da una condizione sociale che reclama attenzioni e soluzioni, da un egoismo profondo quanto radicati sono gli insegnamenti di quei "cattivi maestri" che negli ultimi decenni ci hanno traviato.

Ministri che scalpitano, urlano, offendono, gesticolano, lanciano giornali e tesserini è qualcosa di biecamente e schifosamente vergognoso!

Duole ripetermi, ma non posso fare a meno di richiamare anche in questo intervento quei tratti di "disciplina e onore" che l'Art. 54 della Costituzione cita come modus operandi di quanti rivestano cariche pubbliche.
Quelle persone su questo articolo hanno giurato!
Ma, duole dirlo, credo che non sappiano nemmeno cosa sia quell'articolo nè, tantomeno, su quale testo abbiano fatto il proprio giuramento.

Mala tempora currunt!

... perseverare autem diabolicum
post pubblicato in diario, il 24 marzo 2011


Così finisce un celebre monito latino che iniziava con "errare humanum est, ...".
L'emerito e immacolato, oserei dire, nostro premier ha ieri ottenuto, nonostante le ben note perplessità del Capo dello Stato, la nomina di Saverio Romano a Ministro, come ricompensa per la sua sacra fedeltà.

Non credo sia difficile intuire quale sia la perseveranza nell'errore del nostro capo di governo, ma se a qualcuno ancora sfuggisse il nocciolo, beh, mi basta fare i nomi dell'esimio Aldo Brancher, o dell'illustrissimo Cosentino, o dell'immenso Caliendo.
La risata che stimola questo articolo de l'Unità è certamente una risata amara, o peggio:  http://nemici.blog.unita.it/indagato-per-mafia-ministro-subito-1.278512 .

Sembra che al nostro Cavalier (servito più che servente) proprio non entri in testa l'art. 54 della nostra Costituzione che, repetita juvant, «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore».
Certo, ancora non possiamo giudicare se Romano saprà applicarsi con disciplina e dovere. Quel che è certo è che, almeno in passato, non abbia dimostrato tali doti: se non altro perchè, se si è irreprensibili per disciplina e onore difficilmente si finisce per essere indagati.

Una riflessione che mi viene da fare, a questo punto, è questa: quando fra qualche anno si ripenserà ai giorni nostri e se ne vorranno celebrare i rappresentanti politici migliori, di chi vorremo o potremo ricordarci? Perchè se la politica di questi anni dovrà essere ricordata per questi personaggi che nemmeno il peggiore degli autori di fantasia avrebbe potuto creare, forse sarà meglio non averne memoria. Che tristezza.

150 anni di Italia e Italiani
post pubblicato in diario, il 17 marzo 2011


Il significato della festa odierna appare, dai dibattiti cui assistiamo da un po’ di tempo a questa parte, molto discusso, nonostante sembri inequivocabile ed univoco. Credo, dunque, valga la pena di esprimere quale significato abbia per me, quali pensieri mi sovvengano e a cosa credo vada tributato oggi il nostro omaggio come Nazione.

Festeggiare il 17 marzo significa, innanzitutto, fare memoria di un’intera epoca storica, racchiusa tra il 1830 e il 1870: è la memoria dei fatti storici dai moti modenesi di Ciro Menotti alla Breccia di Porta Pia, passando per le tre Guerre d’Indipendenza, per l’impresa dei Mille, per l’incontro di Teano e i plebisciti di annessione al Regno di Sardegna. Fino al culmine ed apice di tutto il 40ennio, il giorno in cui il Parlamento eletto nel febbraio di quell’anno, proclama che «Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di re d'Italia». Era il 17 marzo 1861.
E ancora, è memoria del dibattito sulla formazione del nuovo Stato tra Mazzini, Cattaneo e Gioberti, delle trattative diplomatiche di Cavour e d’Azeglio, della prigionia di Pellico, degli scritti e delle opere degli intellettuali e degli artisti dell’epoca.
A proposito di opere, vorrei soffermarmi sul dipinto di Odoardo Borrani “Cucitrici di camicie rosse” (1863). Osservandolo si ha la sensazione di entrare nella stanza e assistere al lavoro delle protagoniste: sembra di cogliere un dialogo quasi sommesso, in cui le speranze di queste dame, si mescolano al timore del fallimento dell’iniziativa stessa (la critica ufficiale, peraltro, individua nella delusione dell’autore rispetto alla fine dell’iniziativa garibaldina il motivo dominante del quadro). Quel che mi piace di quest’opera è il senso di collettività che essa trasmette: le quattro signore ritrattevi appartengono, almeno, a 3 diverse generazioni, ma sono accomunate dalla medesima adesione al progetto garibaldino, al quale dedicano il frutto del loro operato. È un po’ come se l’autore volesse evidenziare il vasto coinvolgimento che l’impresa dei Mille ebbe nella popolazione italiana dell’epoca: sul fronte uomini e ragazzi a combattere per un ideale di Patria comune, nelle retrovie le donne impegnate a fornire il sostegno concreto e reale all’iniziativa: segno, già questo, di una adesione diffusa all’ideale unitario.
Vorrei anche citare, sempre sul fronte dell’impegno di artisti ed intellettuali, il Coro dell’Atto III della tragedia Adelchi di Alessandro Manzoni. Il letterato, come spesso accade nelle tragedie, fa pronunciare alle voci di coro una riflessione che, pur rivolta alla contingenza rappresentativa della scena, ha un forte valore politico per la lotta Risorgimentale di quegli anni: «E il premio sperato, promesso a quei forti, / sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, /d’un volgo straniero por fine al dolor? / Tornate alle vostre superbe ruine, / all’opere imbelli dell’arse officine, / ai solchi bagnati di servo sudor. / Il forte si mesce col vinto nemico, /col novo signore rimane l’antico; /l’un popolo e l’altro sul collo vi sta.» Il Manzoni, con occhio disincantato e malizioso, fa pronunciare ai suoi personaggi una condanna all’inutile e mal riposta speranza di unire la propria voglia di riscatto alla voglia di un popolo straniero di una nuova dominazione che, dunque, non risolverebbe il male attuale: come a dire, l’indipendenza che gli italiani cercano, solo da loro può venire, non da altri fintamente alleati.
Ecco, dunque, il senso della memoria di quegli anni e di quel movimento: un riscatto del popolo che fu voglia di autodeterminazione (per dirla col principio del Presidente USA Wilson, cui si ispirò nel 1919 la Società delle Nazioni). Ed è a quel sentimento che nel 1847 Goffredo Mameli si ispirò per il suo Canto degli Italiani che, nella terza strofa, recita: «Uniamoci, amiamoci, / l'Unione, e l'amore / Rivelano ai Popoli/ Le vie del Signore; / Giuriamo far libero / Il suolo natìo: /Uniti per Dio /Chi vincer ci può? ».
A questo ideale credo si debba tributare il nostro riverente e grato omaggio oggi, 150 anni dopo, facendo memoria di quel turbine di emozioni, di passioni, di aspirazioni e ideali che mosse tante persone, giovani soprattutto, a sacrificarsi per la Patria (penso anche, ad esempio, al giuramento degli associati alla Giovine Italia di Mazzini che promettevano solennemente «giuro di consacrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l'Italia in nazione una, indipendente, libera e repubblicana»).
Festeggiare il 17 marzo è fare memoria, poi, anche di tutto quanto venne dopo, nel bene e nel male. È il giusto tributo che dobbiamo a tutti coloro che nella loro vita, passata alla Storia o ordinaria che fosse, hanno reso grande la nostra Italia.
Quindi, è il merito e la deferenza per i tanti politici che l’hanno traghettata per mari spesso perigliosi, per i tanti giovani che hanno vestito la divisa militare italiana (penso soprattutto ai “ragazzi del ‘99” morti a Caporetto, ai soldati delle due Guerre Mondiali, fino ai nostri soldati morti in Afghanistan e in Iraq). È un tributo a tutti gli industriali che hanno esportato il marchio italiano nel mondo, ieri come oggi. È un omaggio ai tantissimi letterati, artisti, musicisti e scienziati che hanno affermato il primato del genio italiano nelle varie discipline del Sapere. È un pensiero grato e pieno di stima per tutti gli uomini delle forze dell’ordine che hanno servito il nostro popolo e il nostro Stato, come a tutti i volontari che hanno esaltato l’altissimo valore della generosità, che è insito nel nostro DNA italiano. È l’ammirazione per tutti i grandi dello Sport che ci hanno inorgoglito delle loro gesta. È una “preghiera” ai giganti della Fede, che ci hanno dato prova dell’attualità dei valori Evangelici e della loro praticabilità anche nella vita civile.
All’Italia, poi, protagonista delle tragiche vicende del secolo scorso, la memoria che dobbiamo rendere è, soprattutto, destinata a coloro che, proprio nei periodi più bui, hanno saputo creare spiragli di luce e di orgoglio per la Nazione. Penso ai grandi eroi civili quali Perlasca, Palatucci e d’Acquisto. Come pure ad eroi più recenti, tre nomi per tutti Falcone, Borsellino e don Puglisi.
Insomma, oggi, davanti al Tricolore, con l’Inno che risuona nelle nostre orecchie, davanti (o dentro) ai luoghi Istituzionali dello Stato, festeggiare questa data è un obbligo morale e civile di onore e rispetto al nostro passato, con gli occhi aperti e i cuori attenti sul presente, per gettare uno sguardo disincantato al futuro.
A chiudere, una riflessione estrapolata dall’ultimo libro del Presidente emerito Ciampi, Non è il paese che sognavo. «Indipendenza, libertà, unità sono le parole chiave del Risorgimento che Cavour ha saputo tradurre in istituzioni dello Stato, che ancora oggi esprimono la propria vitalità al servizio della nazione». Insomma, Cavour è il «padre dello Stato», di quello Stato così caro a Ciampi perché «unitario, liberale, moderno», che ha fatto crescere gli italiani «in conoscenza, educazione, benessere, sicurezza e orgoglio».
BUON COMPLEANNO ITALIA!
BUON COMPLEANNO ITALIANI!

Una dedica in rosa
post pubblicato in Letture, il 8 marzo 2011


Dedicato a Elisabetta.
Dedicato a mia madre e alle mie nonne e zie.
Dedicato a tutte le donne, in particolare a quelle italiane, ultimamente troppo poco considerate.
Alle mamme di famiglia, a quelle che lavorano e a quelle disoccupate, alle insegnanti e alle studentesse, alle sportive e alle intellettuali, alle scrittrici e alle artiste, alle cantanti e alle poetesse, alle donne della politica e a quelle del volontariato sociale, alle infermiere e alla dottoresse. A quelle del nostro tribolato e affascinante presente e a quelle del nostro glorioso e discusso passato.

Dal Sommo Poeta, il linguista ed Intellettuale per eccellenza, prendo a prestito queste parole:

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.

(Dante, Vita Nova - XXVI)


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permalink | inviato da MarcoBorciani il 8/3/2011 alle 0:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Esproprio culturale
post pubblicato in diario, il 1 marzo 2011


http://caporale.blogautore.repubblica.it/2011/03/01/la-nuova-festa-della-lega/?ref=HREC1-7

Leggendo questo intervento di Antonello Caporale, la mia mente è corsa subito a due riflessioni proposte dal Presidente Ciampi, ancora una volta nel suo ultimo libro, e dall'o strepitoso Benigni, a Sanremo.
La festa ottenuta dalla Lega, di cui parla Caporale nel suo articolo, è stata scelta per l'anniversario della Battaglia di Legnano che, come spiegato appunto da Benigni a Sanremo, fu una battaglia vinta dai Comuni italiani contro l'Imperatore Barbarossa. Ora, la Lega ne fa un simbolo della propria ideologia "nordista", quando, invece, quella dovrebbe essere una pietra miliare della Storia italiana in generale: fu un evento sì dell'Italia Settentrionale, ma non può essere relegato alla sola memoria del Nord. Dunque, a ben vedere, la Lega limita territorialmente un episodio storico che appartiene alla cultura italiana in genere.

Questo, a ben vedere, è un ennesimo esproprio culturale della destra italiana che fa propri episodi e simboli che, al contrario, appartengono alla comune radice del nostro popolo e della nostra Nazione.
Ma, appunto, questo è solo uno di tanti. La destra italiana negli ultimi decenni, dal Fascismo in poi, ha speculato su diverse memorie.
Nel suo ultimo libro Ciampi rimarca questo stesso ragionamento, applicandolo all'immagine del Balilla (anche questo ben evidenziato nell'esegesi dell'Inno fatta dal regista toscano al Festival). Che Mameli ne parli nella poesia che, poi, divenne l'Inno Nazionale è sintomatico di quanto l'avventura di quel ragazzino genovese del Settecento sia assurta a immagine della sola era fascista. Ma Mameli nel suo testo volle richiamare quell'eroe perchè fosse ispirazione per l'intero popolo italiano!
Potrei continuare l'elenco parlando dei Fasci. Oggi questo termine è, ahinoi, riconducibile solo al Ventennio, dunque all'area politica della destra. In realtà, prima di quegli anni, esso era un simbolo, o meglio un sostantivo rimandante alle esperienze socialiste dell'Italia centro-settentrionale prima, e meridionale poi: i Fasci siciliani costituiti negli anni 90 dell'Ottocento, erano un movimento "proletario", in rivolta contro la borghesia terriera che dominava l'isola sia economicamente che politicamente. Andando anche più indietro nel tempo, il simbolo del fascio appare nel logo della Repubblica Cispadana e, di conseguenza, nel Primo Tricolore, quello nato a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797. Ma prima ancora, esso appariva nella simbologia dell'Impero Napoleonico e, alle origini, in quella romana.

Insomma, ora che festeggiamo il 150° anniversario della nostra Unità nazionale e che voci illustri della nostra Nazione hanno sollevato la questione, è il momento per restituire all'intero Paese, alla destra e alla sinistra, al Nord e al Sud quei simboli, quelle immagini, quegli eventi che appartengono a tutti e i cui valori intrinseci sono parte fondante del nostro essere Italiani!
Non possiamo e non dobbiamo permettere che qualcuno faccia proprio qualcosa che dovrebbe essere condiviso. Il patrimonio nazionale non può più diventare bandiera solo di qualcuno! Questo è un furto vero e proprio.

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