.
Annunci online

La lezione dei ballottaggi
post pubblicato in diario, il 31 maggio 2011


I numeri di ieri sono qualcosa di straordinario e, al contempo, terrificante (nel senso buono del termine - ora spiego).
Il Segretario Bersani, dopo il primo turno di queste Amministrative, parlò di "vento del nord": un'immagine azzeccatissima, secondo me. L'idea che ne è veicolata è esattamente quella di un cambiamento forte e storico, che spira proprio dal Nord. Quel Nord che per anni è stato un territorio saldamente nelle mani della destra berlusconiana e leghista - con le dovute e certe eccezioni (a partire dalla mia Emilia), che hanno spinto sempre nella stessa direzione di quel vento.

Il vento, si sa, scompiglia le carte in tavola, genera disordine e smonta i castelli di carta.
Questo "vento del nord" fa esattamente tutto questo: scompiglia le carte sul tavolo di questa maggioranza di governo che credeva di essere incontrastata nel suo governicchiare il Paese, mette disordine e rovescia dal tavolo i piani di chi progettava (e tentava di realizzare - quasi riuscendo) un dominio pluridecennale e monotono, smonta i castelli di promesse fumose delle quali costoro si erano riempiti per anni la bocca (trovando chi ci credesse realmente).
Le analisi politiche che in questi giorni si sono lette e si leggeranno portano tutte alla stessa meta: siamo sul versante discendente di un'epoca storica monocratica e connotata da un profondo senso dell'ego. Pittoresco, a tal proposito, l'editoriale di Massimo Giannini oggi (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=41).
Comunque la si legga, questa tornata di Elezioni Amministrative ha consegnato alla destra del premier una lezione chiara e univoca: così non si può andare avanti e, soprattutto, la gente non vuole andare avanti. La richiesta è chiara per tutti: cambiare rotta.
Non credo sia un problema di singoli candidati (anche se oggettivamente in alcuni casi, Milano e Napoli soprattutto, lo è stato), nè tantomeno di programmi (o non nello specifico di ogni programma). Il problema, semmai, è stato di scelta sull'offerta complessiva fatta dal centrodestra: un'offerta non più accettabile nell'Italia del 2011. Non più con questa compagine governativa (e coi suoi emissari sul territorio), non più con queste falsità messe in tavola (declinate, queste sì, nei programmi delle varie città, ma tutte consonanti in un modello di Nazione pessimo e non ulteriormente condivisibile), non più con i toni di un duello all'ultimo sangue (in un'Italia già in ginocchio da anni, e ancor più con questa crisi).

Ecco, dunque, l'avanzata del centrosinistra in Italia, col suo carico di onori e oneri.
Onori che vanno tributati all'intero scenario politico del centrosinistra, senza esclusione di alcun partito. Onori meritatissimi che, dopo anni, hanno trovato un largo consenso nella cittadinanza: questi risultati hanno chiamato alle urne 13 milioni di persone al primo turno e 6 ai ballottaggi, dunque, non sono espressione di pochi. Onori al lavoro di squadra espresso in più contesti, all'offerta di progetti per il cambiamento del Paese (e, nello specifico, anche in ogni singola città/provincia al voto), ai toni tenuti durante tutta la campagna elettorale e in ogni singolo contesto. Onori alla capacità di creare un tessuto nel Paese, aggregando non solo le altre forze politiche sullo stesso fronte ma, è questo l'asso vincente, le forze civiche ovunque costituite e comunque denominate (ambienti laici ed ecclesiastici, volontari, asscociazioni costituite e semplici cittadini). Questa è la vera forza del Paese, quella che ha portato avanti la Nazione dopo ogni caduta in questi 150anni e che, si spera, continui a farlo anche in futuro. Partendo da adesso.

Un discorso tutto a sè merita il PD.
Il tributo migliore al merito del Partito Democratico credo lo abbia espresso Massimo Giannini (http://www.repubblica.it/rubriche/polis/2011/05/30/news/e_crollato_il_muro_di_arcore-16977904/) dicendo che si è rivelato una forza indispensabile per lo schieramento attualmente all'opposizione parlamentare. Un ruolo cardine che solo una forza politica con alto, altissimo senso civico può esprimere, dando il meglio di sè, ma senza mai imporsi.
Dico questo pensando al fatto, ed è un dato obiettivo ed inconfutabile, che i due neo-Sindaci di Milano e Napoli, come di Cagliari, non siano persone provenienti dal PD, ma alle quali il PD ha saputo dare il giusto apporto. Nel caso milanese e in quello cagliaritano il PD ha espresso la propria onestà intellettuale accettando la sfida delle Primarie e, soprattutto, una volta persala, sostenendo senza rivalse nè riluttanze i candidati vincitori. La migliore espressione di quella stessa democrazia che, non solo è insita nel nome del partito, ma che regole le Primarie stesse: il confronto sia pure serrato e teso, ma una volta ottenuto il risultato (quale che sia) l'obiettivo comune deve necessariamente avere la meglio sui personalismi e sulle ripicche interne. Questa è un'altra lezione che ci viene dai ballottaggi, e non solo.
Sul caso napoletano, l'ho già detto anche 15 giorni fa, la lezione al PD l'han data gli elettori. Il messaggio è, secondo me, chiarissimo: nella scelta delle candidature occorre dialogare per tempo e saggiamente coi potenziali alleati per capire quale sia il percorso migliore. Senza troppe dietrologie, l'eventuale candidato unico del centrosinistra avrebbe avuto la meglio al primo turno senza alcuna difficoltà. Questa lezione va presa in considerazione, secondo me, anche su scala nazionale: l'elettorato ha dato segni inconfondibili su quali debbano essere gli interlocutori nel campo del centrosinistra.

Ora, quel che accadrà non è dato sapersi. Di certo, non ci si può aspettare che questa compagine governativa faccia un passo indietro e si rimetta agli elettori: non hanno la cultura politica nè il senso civico per farlo.
Nell'attesa di un cambiamento di passo da parte loro, quale che sia, credo sia necessario continuare a tessere questa tela di relazioni con la società civile, con le forze politiche vincenti alle urne, con il mondo imprenditoriale ed economico del Paese, con l'obiettivo di costruire una via parallela a questo governo-del-fare-finta-di-fare lungo la quale ricostruire l'Italia sulle macerie che questa destra sta facendo.
Insomma, buon lavoro a tutti i vincitori!

Pensando a Grillo
post pubblicato in diario, il 19 maggio 2011


Nell'analisi del voto che ho fatto l'altro giorno non ho menzionato il tema "grillini", ma apposta perchè era mia intenzione dedicare una riflessione ad hoc al tema.
Innanzitutto questo fenomeno non va ignorato affatto. Né tantomeno minimizzato. Ma va affrontato, per come la vedo io, con il piglio giusto e con le idee chiare.

Il fenomeno c'è tutto ed è in una fase crescente, straordinariamente positiva per loro.
Dopo il successo dello scorso anno alle Regionali, in cui ottennero il 7% in Emilia Romagna (col loro candidato che oggi è Consigliere Regionale) e in cui risultarono determinanti per la sconfitta della candidata Mercedes Bresso, ora portano a casa un 10% di consensi a Bologna e uno (o più?) Consiglieri Comunali.
Dal loro punto di vista il trend è straordinariamente positivo ed entusiastico. Come non compiacersene?

Il problema è per gli altri. Per tutti, ma un po' di più per il centrosinistra.
Perchè, checché ne dicano loro stessi, i valori di base e le linee politiche ideologiche non sono così distanti dalle "carte dei valori" dei partiti della sinistra italiana odierna, partendo dal Partito Democratico.
Giusto per citarne alcuni, i temi della legalità, della "onorabilità" dei candidati, delle energie rinnovabili, del contenimento della spesa politica, sono aspetti non secondari nelle battaglie politiche del centrosinistra. Non c'è nulla di nuovo nel loro teorizzare queste problematiche, niente di nuovo.
Poi, ad esempio, sbandierano con orgoglio (penso, ad esempio, all'intervista rilasciata lunedì a RaiNews dal Cons. Regionale dell'Emilia-Romagna Favia) le teoria del "prestito alla politica" dei loro candidati, dicendo che loro al massimo operano in ambito politico per 10 anni. Bene, bravi!
Hanno mai letto che nello Statuto del PD, redatto ben prima che loro cominciassero a scendere in campo con liste politiche nel Paese, è di prassi la candidatura per al massimo 2 mandati (da 5 anni)? Non mi sembra sia un'idea nuova....
In questo mi si potrà obiettare che, ad esempio alle ultime Politiche, si siano fatte delle eccezioni per consentire ad alcuni parlamentari di continuare il loro Servizio al Paese. Non lo nego. Ma c'è una ragione di fondo, altra cosa che i grillini dovrebbero considerare: una cosa seria e alta come la Politica non la si improvvisa. Non ci si presta alla Politica per 10 anni, venendo dal nulla e amministrando il Paese. Occorre che vi siano dei "senatori" della politica che guidino e istruiscano le giovani generazioni, in modo che il loro Servizio sia realmente utile per la cittadinanza. Come possono pensare su temi delicatissimi e fondamentali come l'Assistenza, la Scuola, l'Urbanistica, di amministrare città e paesi senza esserne minimamente istruiti? In quei settori non ci si improvvisa Amministratori se al proprio fianco non vi sono persone "navigate" e sufficientemente pratiche del caso...

Inoltre, detto francamente, l'espressione "prestati alla politica" è davvero brutta! La Politica è un Servizio! Non ci si presta a un servizio del genere: lo si fa per convinzione, per passione, per spirito di sacrificio al Bene Comune.

Questi aspetti credo vadano messi in luce, soprattutto dai nostri leader, perchè c'è il rischio che molti elettori, ripeto soprattutto del centrosinistra, vivano in un "limbo" di interpretazione di questo movimento e, una volta tentati, finiscano per votarli. E questo ci rovina. Occorre che Bersani, Vendola e altri, dicano chiaramente che quei voti sono nostri, che quei voti mettono in crisi noi e che il loro messaggio politico non si discosta dal nostro. Occorre mettere in guardia gli elettori più deboli e indecisi: un voto a loro è un voto dato per istinto, non per passione politica.

Questo valga anche a livello "internazionale". Lo dico perchè ho appreso ieri sera che la stampa spagnola alle prese con la dilagante protesta dei giovani contro la politica locale avrebbe additato nei grillini un modello di riferimento ed esempio per quella protesta. Finchè si idealizza il "Movimento 5 Stelle" come movimento popolare, di protesta e di ribellione, è ammissibile la cosa. Ma nel momento in cui questo movimento diventa un partito politico, entra nella macchina politica nazionale, comincia a sedere nelle poltrone cui concorre, ... , si è entrati in una dimensione meno di protesta e più di "partito costituito", qualcuno in più che si sfama nella Pubblica Amministrazione.
In Italia esistono vari movimenti di protesta, non costituiti in partiti: il "Popolo Viola", il movimento femminile dello scorso marzo, "Articolo 21", ... Questi sì, sono esempi di moti di "ribellione" a un sistema da migliorare e, in molte cose, da ricostruire. A loro sì che si deve guardare con attenzione e ammirazione, per accoglierne le istanze e rilanciare alcuni aspetti del nostro Paese.
Grillo e i suoi, ormai, si sono messi nell'agone politico: hanno perso la verve polemica iniziale e stanno diventando sempre più politici di ruolo, spesso impregnati, ecco il loro peggio, di un populismo facile e non-utile.

Riflettete gente, riflettete!

Un messaggio nell'urna
post pubblicato in diario, il 17 maggio 2011


Credo che una giusta considerazione in merito al voto di questo weekend l’abbia fatta ieri sera Vittorio Zucconi ospite a “Otto e mezzo” su la7: si possono spendere ore a decidere chi abbia realmente vinto in questa tornata di amminstrative, ma non vi sono dubbi su chi le abbia perse.
Comunque la si voglia leggere, la scena politica che gli italiani hanno ritratto è nuova e profondamente cambiata rispetto a quella che emerse lo scorso anno alle Regionali. I risultati hanno una chiave di lettura, a mio parere, unica. Tutti i numeri di ieri e di oggi parlano la stessa lingua, dicono la stessa cosa, conclamano univocamente la débacle della destra berlusconiana.

Da subito ieri politici e politologi destrorsi hanno cercato in tutti i modi di trovare punti critici nel PD e nel centrosinistra. Ora, si può capire il tentativo di non ammettere una sconfitta, ma non si può capire il tentativo di nasconderla o, peggio, di negarla (come han fatto oggi i “colonnelli” berlusconiani).
Come si può pensare, oggettivamente, di negare il risultato straordinario del centrosinistra e, soprattutto, del PD?

La vittoria di Fassino a Torino è un primo elemento di chiara affermazione politica. Perché, per cominciare, una vittoria a oltre il 57% vuol dire che la fiducia in quel candidato è altissima, ancor più se si fa caso che il suo diretto rivale si è fermato ad un 30% scarso. Poi perché questa vittoria al primo turno era riuscita a Chiamparino 10 anni fa, come gli era riuscito un trionfo del genere (circa 64%, se non ricordo male) 5 anni fa in riconferma contro Buttiglione. Ancora, perché Fassino non poteva essere additato come uomo nuovo della politica: essere stato votato con tanta convinzione nella cittadinanza è sintomo di una grande credibilità che Fassino ha creato intorno a sé e al suo progetto “Gran Torino”. Infine, è evidente anche il senso puramente politico e amministrativo: la continuità tra l’Amministrazione uscente e questa incipiente è palese, dunque, si tratta di un apprezzamento di quanto fatto da Chiamparino in questi 10 anni.
Sul voto torinese, poi, varrebbe la pena di spendere una riflessione anche rispetto al fatto che lo scorso anno qui la Lega aveva strappato al centrosinistra la regione e ora è uscita dalle urne con un magro 7%. Evidentemente questo tradisce una delusione politica dell’elettorato leghista su cui pochi, credo, avrebbero scommesso.

Volgendo lo sguardo in Lombardia ci si rende conto di un forte segnale di cambiamento espresso. Prima ancora di Milano, vorrei richiamare i casi di Arcore e di Varese. Nel primo si andrà al ballottaggio col candidato del centrosinistra in vantaggio: forse i festini del premier e dei suoi paggi e ballerine stanno infastidendo i vicini di casa … Il secondo, invece, a conferma dell’arresto di consensi leghisti, andrà al ballottaggio: la Lega non sfonda più nemmeno nelle terre d’origine dei suoi massimi esponenti e della sua stessa ideologia fondativa.
Poi, per antonomasia ormai, il caso Milano. Qui si potrebbe aprire un’intera enciclopedia di approfondimenti. Credo che basti sottolineare alla destra negazionista (mi si perdoni il termine che, solitamente ha accezioni più serie e drammatiche di questo) come il PD sia diventato il primo partito in città con oltre il 28%, davanti al milanesissimo PdL. In questo disastro destrorso dominano i mancati consensi personali di Lassini (e meno male!!!), della Vanoni (no comment) e, soprattutto dello stesso Berlusconi. Evidentemente, tutti gli show dei lunedì in tribunale hanno sortito effetti tutt’altro che benevoli al premier: anzi, oserei quasi pensare che abbiano sortito l’effetto contrario, di allontanamento radicale e seccato dell’elettorato medio.
A tutto questo credo si debba sommare senza esitazioni il successo personale e della coalizione di Pisapia. Un successo numericamente pesante e politicamente storico. Creato in ogni singola occasione. Ma mi piace pensare che, tra le altre, sia stato determinante l’impegno profuso dal mondo giovane della musica e dello spettacolo: sto pensando al mega-concerto che si è tenuto a Milano una decina di giorni fa in piazza Duomo, come alla chiusura della campagna elettorale affidata a Vecchioni, vincitore – non dimentichiamolo – dell’ultimo Sanremo e alle esortazioni venute da artisti vari sotto il patrocinio di MTV. I tentativi di dialogo coi giovani sono pochissimi e, per questo, molto apprezzati dai giovani stessi: l’attenzione che quei pochissimi rivolgono loro è una perla preziossima, da non farsi scappare.

Volgendo lo sguardo su Bologna c’è motivo di confortarsi, così come di riflettere in senso critico – ovviamente leggendola con gli occhi del PD. È motivo di conforto il fatto di aver vinto al primo turno: questo era accaduto per Cofferati 7 anni fa, ma non con Delbono nel 2009. In più, vale sempre la pena di rimarcare il distacco a svantaggio del centrodestra, fermo ad un magro 30% che, certamente, non può far cantare vittoria. Varrebbe, invece, la pena di riflettere sul motivo di una vittoria che, al di là di quanto sopra, non appaga convintamente: il 50,5% è comunque troppo poco per il centrosinistra in una roccaforte come Bologna. Occorre un rilancio del modello politico su cui si fondano le amministrazioni locali di tutta l’Emilia Romagna, dalle città (ultima delle quali la riconfermata Ravenna) alle Provincie (anche qui la riconferma su Ravenna), fino alla Regione stessa (sapientemente e magistralmente governata da Errani).

Poi c’è il caso Napoli. Un caso che apre un mondo di problematiche, queste sì tutte del PD, prima ancora che del centrosinistra. Problematiche sorte già al momento delle Primarie di partito, sfociate ora alle urne.
Qui la critica che mi permetto di fare è tutta rivolta al PD e, sia ben chairo, per nulla destinata al candidato Morcone. È una critica all’ennesima scelta sbagliata della posizione da assumere in termini di alleanze: quanti casi Boccia vogliamo per capire che non è al centro che noi del PD dobbiamo guardare? Quando i vertici del nostro partito capiranno che il nostro corpo elettorale vuole veder decollare il binomio PD-IdV e non vuole alleanze al centro? Il nostro interlocutore dovrà essere sempre più Di Pietro e sempre meno il mondo terzopolista: non sono loro un nostro valido e ragionevole alter-ego: questo gli elettori lo sanno e ce lo dicono da tempo. O lo capiamo, o i casi Morcone saranno ancora tanti, ahimè.

In ultima analisi, richiamo, per piena condivisione, l’immagine di un “vento del nord” richiamata da Bersani già ieri in conferenza stampa. È, forse, uno dei dati più importanti emersi dalle urne: perché per la prima volta, dopo anni, il centrosinistra trova al Nord forti punti di ancoraggio e di forza. È da qui che dovremo ripartire nel nostro fare politica. Questi risultati sono un segnale forte e una richiesta di tornare tra la gente, tornare ad ascoltarli, tornare a fare politica nel Nord e per il Nord. Anzi, a Milano e per Milano. Quella Milano che, come “profeticamente” ho scritto venerdì, si è rivelata la Masada del premier.

Finalmente si vota!
post pubblicato in diario, il 13 maggio 2011


Davvero, finalmente si vota!
Perché non se ne può più di questa campagna elettorale tutta dopata di veleno, giocata come se si fosse sempre in punto di sconfitta, e senza le armi necessarie a battere lealmente l’avversario.
Forse, in tutta la campagna elettorale, l’unico protagonista è stato il Presidente Napolitano: costretto, ahilui, ad intervenire quotidianamente nel dibattito chiedendo più calma, più rispetto, più dialogo e meno insulti, meno fango, meno calunnie.
La partita che i due schieramenti si giocano tra domenica e lunedì è decisiva, è pesante, è fondamentale.
Lo dimostrano i toni che si stanno usando e, più di tutto, la presenza pedante e asfissiante, e talvolta pietosa, del premier in tutti i luoghi e capoluoghi al voto. Mi correggo, non in tutti: ma in tutti quelli in cui o è certo di vincere (Arcore, ad esempio) o teme di perdere pur non potendoselo permettere (Milano e Napoli su tutti). Non mi risulta, infatti, si sia presentato a Torino o, ancor meno, a Bologna.
Al di là di dove si sia presentato, incute spavento e orrore ciò che ha detto, come lo ha detto.
Badiamoci bene: mai, nemmeno nella Milano in cui è capolista (segno di un partito debole che, senza il suo plenipotenziario e padrone teme di perdere nella sua Masasda), ha parlato di programmi per quella città. Mai. Ha sempre lanciato esche di dibattito nazionale: dalle modifiche immonde e, oserei dire, blasfeme alla Costituzione, al condono edilizio sugli abusi, alla repressione dell’eversione dei Magistrati.
Il tutto magistralmente e sapientemente condito dalle sue presenze quasi puntuali ai processi del lunedì milanese, dandogli occasione di tirare bordate e sparare a zero sui suoi soliti nemici di sempre. In questo almeno, dovrebbe essere grato ai giudici milanesi: ha avuto modo di presenziare, come capolista pdl, nella sua città con una frequenza record (ovviamente nei suoi canoni), davanti a una claque sempre nutrita di poveri illusi che ancora non hanno capito di che panni vada vestito.
Si chiude oggi una delle campagne elettorali più disgustose degli ultimi anni, nella quale il centrodestra ha realmente dato il peggio di sé (che, ovviamente, nella loro ottica è il meglio di sé). Tutto questo, inevitabilmente, finisce o finirà per esacerbare gli animi di un Paese attanagliato da problemi enormi sui quali latitano risposte reali, concrete e serie. Gli appelli che da più parti vengono lanciati ai nostri politici cadono sostanzialmente inascoltati e noi, ancora una volta, continuiamo ad affogare nel mare nostrum senza alcuno che ascolti il nostro S.O.S..
Che dire?
Buon voto a tutti quelli che saranno coinvolti.
L’auspicio è che le città d’Italia al voto si sveglino martedì mattina con Sindaci capaci di dare loro ascolto, di accogliere le loro istanze, di dare vita e corpo a progetti di crescita e ripresa, di rilanciare la coesione sociale e il benessere diffuso tra i più (se non tra tutti, ovviamente).
Al Partito Democratico, poi, l’auspicio è di una vittoria senza precedenti, che ridia fiato al nostro partito, spesso in affanno, ma sempre e comunque saggio, sapiente, realista e concreto. Speriamo realmente che le urne premino e valorizzino la nostra essenza di “gente responsabile al governo locale”, di persone animate da una passione innata per il nostro Paese per la sua gente. (non vado oltre negli auspici, perché non vorrei sbilanciarmi troppo, ma ….)
Appuntamento a martedì!
Il dovere del rispetto
post pubblicato in diario, il 9 maggio 2011


L'odierno intervento del Capo dello Stato Napolitano durante la commemorazione delle vittime del terrorismo stragista del Novecento italiano (http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=2180) mi sembra, ancora una volta, un esemplare e nobilissimo discorso in cui al dovere della memoria si mescola il dovere del rispetto. Nel ricordo, cioè, di quanti di quegli anni terribili furono le vittime, è presente anche il rispetto riverente e grato per il loro sacrificio.

Certo, la cosa in sè è apparentemente scontata.
Ma coi tempi che corrono, con le affermazioni cui assistiamo quotidianamente, con i toni che caratterizzano lo scenario politico odierno, nulla può essere dato per scontato. Nulla.
Non a caso il discorso del Presidente risuona oggi come un monito, come un appello a migliorare questa situazione e a migliorarsi negli interventi.

In particolare, la scelta, credo tutt'altro che casuale, di dedicare l'odierna ricorrenza ai Magistrati vittime degli "Anni di Piombo" è un segnale forte che il Presidente ha dato, dal mio punto di vista, alla politica italiana di oggi.
Laddove ogni occasione pubblica diventa teatro di interventi bassi, beceri e demenziali contro quell'organo dello Stato che, per definizione democratica, è chiamato a fungere da "potere giudiziario", non si è in presenza di figure rispettose, nè dell'ordinamento dello Stato nè delle figure pubbliche che altri, diversi da sè, rivestono.
Dunque, non si può dare per scontato che nell'Italia di oggi esista quella riverenza non ipocrita, ma ossequiosa e sincera che si deve a quelle persone, alle loro famiglie e ai loro colleghi ed eredi professionali.
Le parole di Napolitano di oggi sono un duro, durissimo, ma necessario e condivisibile appello a porre fine al delirio di qualcuno, per dare spazio a una reale "convivenza civile", dalla quale il nostro Paese ha tratto forza in varie occasioni e, soprattutto, in quegli anni, per uscire dal tunnel buio della morte per mano armata.
Certo, oggi non siamo in quelle condizioni nè il terreno sociale è analogo a quello di allora, ma è pur vero che tanti episodi, come ho già avuto modo di scrivere, dovrebbero risuonare come campanelli di allarme, di fronte ai quali non risultare saccentemente indifferenti, ma destare in noi la paura di un'epoca che vogliamo rimanga lontana nel tempo. Ma è vero anche che un clima teso, affilato e pesante come quello in cui vegeta la politica italiana oggi è una miccia pericolosissima per l'insorgere di nuove e preoccupanti tensioni nel Paese civile. Sta a chi riveste ruoli pubblici importanti placare le acque e creare le condizioni di un vivere quieto per tutti, anche nel nome di quanti hanno pagato il fio di un'epoca tutt'altro che quieta.

Uno sguardo storico
post pubblicato in diario, il 6 maggio 2011


Tra i grandi pensatori del Settecento italiano spicca, certamente, Giambattista Vico, primo filosofo dell'Età Moderna a porre al centro delle discipline umane la Storia. In particolare, la sua convinzione era che la Storia, intesa nel senso di "successione di eventi", fosse scandita, nel proprio cammino, da un'alternanza di "corsi e ricorsi": in altre parole, egli riteneva che tutta la storia dell'umanità fosse stata dettata da periodi di balzi in avanti e altri di regressi.

Ora, io personalmente non condivido questa impostazione in quanto ritengo la Storia essere un cammino lineare, tendenzialmente evolutivo, come se fosse una scala a salire. In questo cammino, però, ritengo ci siano dei "ricorsi" storici che tornano, ma non nell'accezione vichiana del termine. Cioè non condivido l'idea che esistano epoche o periodi storici di natura involutiva per l'umanità. Piuttosto, sono convinto che ogni tanto si ripresentino annate particolarmente significative, di quelle che, per chi studia la Storia, meritano attenzione in maniera individuale rispetto al decennio o al secolo in cui sono pescate.
Per chiarezza, di riffa o di raffa, tutti sanno che il 1848 fu un anno di grandi sconvolgimenti nell'Europa post-mapoleonica e post-restaurazione, non fosse altro che per il modo di dire per cui "se succede un 48" significa che ci sono dei "casini", per dirla poco elegantemente.

Tutto questo per dire come, a mio avviso, il 2011 sia uno di quegli anni che, chi verrà dopo di noi, studierà come anno in sè significativo, come anno memorabile tra quelli di inizio secolo.
Non siamo nemmeno a metà di quest'annata degli Anni Dieci, ma già abbiamo sufficienti elementi per dire che questo è un anno che passerà alla storia, quella che si studia, e rimarrà a lungo.
Sicuramente per essere l'anno in cui diversi paesi del Mondo Arabo hanno riscoperto o stanno riscoprendo la loro voglia di indipendenza rispetto ai regimi da cui sono governati, come una sorta di primavera collettiva di quel mondo.Poi, passerà alla storia anche per essere l'anno in cui è stato catturato e ucciso il capo di Al-Qaeda, il mandante e ideologo della strage di inizio secolo, quella dell'11 settembre. Insomma, sarà ricordato come un anno di nuova "primavera dei popolie dell'umanità", così come lo è stato, oltre 20 anni fa, il 1989, anno della grande primavera di rinascita dell'Europa centrale e orientale.
Per noi che lo viviamo in prima persona è sicuramente difficile da percepire come un anno epocale, ma è indubbio che questa sia la giusta lettura per un'annata tanto pregna di eventi significativi già da subito.

Credo, personalmente, che la Storia sia fondamentalmente tutta costellata di annate particolarmente significative in sè e, dunque, degne della memoria dei posteri. Non mi appartiene una lettura, di stampo vichiano, della Storia analizzata per epoche o periodi: esistono anni singoli, determinanti già in sè per l'epoca in cui sono. Alcuni di questi anni emergono e sono uguali ad altri che li hanno preceduti, sia per importanza positiva che negativa: così per questo 2011 come per il 1989. Questa chiave di lettura, totalmente personale, è di stampo "globale" nel senso che credo abbia valore per la Storia umana in genere. Ma è certamente riportabile su una scala minore quale quella italiana, oppure quella europea; forse, vale anche sulla storia di una Fede religiosa.
Si può non essere d'accordo, ma a me piace pensarla così.

Sfoglia aprile        giugno
calendario
adv