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Sul volgere di un'epoca, il ritorno al passato
post pubblicato in diario, il 21 luglio 2011


L’editoriale del neo-direttore dell’Unità, Claudio Sardo, di domenica scorsa (http://editoriale.blog.unita.it/il-conto-del-ventennio-1.314441) tira le somme di un Ventennio, quello berlusconiano, che appare ormai volgere al termine.
In questa analisi, che personalmente condivido in larga parte, il direttore elabora alcune considerazioni sull’eredità che una tale epoca storico-politico lascerà al nostro Paese.

Premesso che, come noto, non faccio mia la teoria vichiana della ciclicità della Storia, vorrei trarre una riflessione tutta mia da quell’editoriale e dalle cronache cui stiamo assistendo in questi ultimi tempi.
Come sul finire di tante epoche storiche (o quasi tutte) si assiste ad una caduta del sistema reggente di natura traumatica, anche per questa nostra epoca possiamo ragionare su eventi certo non soft con cui, secondo Sardo e non solo, volge al termine. In questa riflessione, includo un parallelo – ed è qui che i vichiani potrebbero rivendicare le loro ragioni – con la cosiddetta Prima Repubblica, la cui fine, un ventennio fa appunto, è ben nota a tutti.

Gli elementi da analizzare sia come eventi di “fine epoca”che come cronache per uno strano dualismo storico, sono molteplici, ma alcuni dominano su tutti.
Vado con ordine.

Il primo e più eclatante di questi segnali, sul quale non mi dilungo avendolo già fatto in altri momenti, viene dalle tornate elettorali della recente primavera, in cui, lo ricordiamo tutti, l’attuale maggioranza, e con essa il despota indiscusso che ne detiene il potere e ne manovra l’ideologia, ha subito sonore sconfitte, anche nelle proprie racco forti elettorali. Un elettorato tanto determinato a invocare la discontinuità storico-politica è certamente un segnale fondamentale da interpretare.

Un altro elemento che credo vada posto in rilievo è quell’insieme di indagini che, ormai da anni, sta portando alla luce tutto un mondo di tresche sotterranee che minano costantemente gli equilibri dello Stato, a tutti i suoi livelli di organizzazione. Come nella “madre” di tutte le inchieste del genere, che dal 1981 portò alla luce la gelliana “P2”, negli ultimi anni una dopo l’altra sono arrivate alla ribalta giornalistica e dell’opinione pubblicale inchieste su “P3” e “P4” e altre consorterie del malaffare. Esattamente come negli anni ’80 e sul finire della Prima Repubblica, questi filoni di indagini, uno intrecciato all’altro, ci svelano una trama di poteri occulti, di tresche malavitose e di dannose relazioni di affari, perfettamente in grado di minare il Paese ai vertici istituzionali e nel cuore del sistema politico-istituzionale. Proprio come in passato, il ritratto di Italia che emerge è abissalmente distante dai cittadini, dalla loro partecipazione alla vita politica e sociale dello Stato e, come allora, gli elettori comuni imparano a conoscere malefici faccendieri e oscuri trafficanti di denaro e potere, dai quali con estrema facilità girerebbero alla larga per le sole facce inaffidabili.

Proseguendo in questa analisi, prendo ad esempio il caso Parma. Un autentico caso politico e, al contempo, di malaffare. Da tempo alla ribalta delle cronache, la cittadina emiliana sta vivendo certamente uno dei periodi più neri della propria Storia gloriosa. Gli scandali degli ultimi anni, culminati negli 11 “arresti di S. Giovanni” (così chiamati per essere stati effettuati proprio nel giorno del Patrono parmense), hanno portato alla luce unsistema politico tutt’altro che encomiabile e da invitare: intrecci nepotistici e interessi personali hanno dominato nelle scelte della politica cittadina. Ora, da ormai un mese, la piazza è piena di “indignados” che manifestano tutta laloro rabbia, e vergogna, rispetto ad una classe politica ipocritamente perbenista, ma realmente malavitosa, che ha rovinato la città sia in termini economici (si parla di un debito pubblico nell’ordine delle centinaia di milioni) sia intermini di “identità”. Specchio perfetto di un vizio non espressamente italiano, certo, ma cui noi siamo alquanto avvezzi.  (http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-parma/2011/07/16/news/la_rivolta_di_parma-19206930/)

Un altro fatto eclatante di questi giorni, che certamente non può lasciare indifferenti né non destare “sospetti” è il “suicidio eccellente” del vice di don Verzè alla guida del S. Raffaele. Come alcuni osservatori hanno evidenziato, non ultimo dei quali il direttore del TgLa7 Mentana, questo è certamente un episodio grave, non solo di per sé, quanto per tutti i significati che si porta appresso. In tutta analogia con la lunga catena di “sucidi eccellenti”, come vennero appunto chiamati, del biennio 1992-93, anche questo episodio ha in sé un carico di elementi su cui indagare, su cui far luce per far emergere qualcosa di sporco certamente: il senso opprimente di un debito di tale entità (quasi un miliardo di euro) ha indotto un uomo certamente potente e, azzardo immaginare, protetto, ad un gesto estremo. Le pessime acque in cui versa l’Istituto milanese hanno travolto un responsabile di spicco, in una vicenda che, ahinoi, già presenta lati oscuri (si dice l’arma sia stata spostata – i più attenti faranno poca fatica a richiamare alla mente il suicidio Gardini del ’93).

Tutta l’analisi che ho fin qui condotto può rimanere fumo negli occhi per molti, o vagheggiamento puro.
Personalmente, credo che la situazione sia critica.
Da un lato le molte analogie con l’inizio degli anni ’90 e la fine della Prima Repubblica danno adito al timore che si stia innescando una fase di transizione ardua e, per certi versi, pericolosa. Dall’altro lato, tornando all’editoriale di Sardo, ci si presentano molti (o tutti) i presupposti per ipotizzare la finedi un’epoca, di un ventennio, precisamente. 
Comunque la si voglia vedere, ciò che sta accadendo è auspicabile, per il Benedella Nazione e dei singoli individui coinvolti, che finisca quanto prima, lasciando spazio ad una nuova stagione di rinascita e di ripresa, come spesso abbiamo dimostrato di saper interpretare e sfruttare.

Chiudo con alcuni interventi, a mio parere, molto costruttivi e interessanti rispetto alla disamina condotta, tutti sull’Unità: D’Alema (http://www.unita.it/italia/il-pd-apra-ai-movimenti-br-un-alleanza-per-vincere-1.315097), Fassino (http://www.unita.it/italia/cosi-il-parlamento-puo-combattere-br-l-antipolitica-autoriformandosi-1.315491) e Di Pietro (http://www.unita.it/italia/siamo-alla-vigilia-di-nuove-monetine-1.315408). Buona lettura!

Sulla Manovra
post pubblicato in diario, il 18 luglio 2011


Le opinioni che in questi giorni si rincorrono tra tv e giornali sulla Manovra sono oggettivamente numerose e, per lo più, concordi sugli effetti devastanti che un provvedimento così strutturato produrrà nei prossimi anni.
Non è una questione meramente destra/sinistra quella sugli effetti, se si pensa, ad esempio, che anche Presidenti di Regione quali Zaia (Veneto) e Cappellacci (Sardegna) hanno optato per la non applicazione dell'aumento dei ticket sanitari nei loro territori - cosa che per primi avevano fatto Errani (Emilia Romagna) e Rossi (Toscana), due Presidenti non certo vicini a questo Governo. O se si pensa alla Presidente Polverini (Lazio) che si dice costretta ad applicare il medesimo aumento dei ticket, ma solo perchè è in atto un Piano di Rientro della Sanità regionale, non perchè lo condivida.

Insomma, emerge chiaramente che questo atto del Governo ha creato da subito - e ancor più lo farà col passare del tempo - malumori in vari strati del Paese, anche laddove si sia sulla medesima lunghezza d'onda, politicamente parlando.
D'altronde i numeri sono molto chiari: i tagli appaiono esagerati, indiscriminati e, quel che è peggio, tutti destinati a colpire nelle fasce sociali già deboli di per sè.

Prendo a prestito l'immagine mitologica cui ricorreva ieri su Unità il Presidente Errani per raccontare l'infausta scelta di questo Governo: paragonato a Crono che mangia i suoi figli, con questa Manovra il Governo decide di colpire sul vivo gli Enti Locali indistintamente, virtuosi o non, su scala regionale/provinciale/comunale. Così facendo, come il leggendario Titano, chi ci governa taglia le gambe, senza sconti, alle proprie diramazioni sul territorio.
Con quali risultati?
Che gli Amministratori locali si troveranno nelle condizioni di dover attuare scelte drammatiche a scapito dei loro concittadini, aumentando la pressione fiscale, tagliando o riducendo drasticamente i servizi offerti o, peggio, rinunciando a importanti investimenti (ancorchè li si fossero previsti).
Certo, tutto questo è assolutamente un problema lontano, abissalmente lontano, dai pensieri oggettivi di questo Governo: non sono loro a metterci la faccia in prima linea, né, con ogni probabilità, a sopportarne il peso nella prossima legislatura.
Una manovra del genere, è evidente, creerà problemi a tutti gli strati sociali, specialmente quelli più deboli e più a rischio, a partire dalle famiglie e dai lavoratori.

L’unica nota positiva che va scorta in questa manovra è la capacità, una volta tanto, della classe politica di dimostrarsi all’altezza del delicatissimo momento che il Paese sta attraversando. E, certamente, questo non è un merito ascrivibile alla maggioranza, ottusa e perseverante nel suo modo di interpretare il Paese e il vivere sociale, quanto alle opposizioni, comunque contraddistinte. Abbiamo assistito senza dubbio alcuno ad un grande momento di Politica, di servizio alla cittadinanza: la velocità di approvazione del provvedimento governativo, pur nella totale dissociazione, è un’altissima testimonianza di senso di responsabilità pubblica e di senso dello Stato. Questo merita, dal mio punto di vista, tutti gli onori del caso alle forze di opposizione.

Un’ultima nota riguarda gli effetti che questa manovra sta sortendo.
A parte il già menzionato rifiuto di parecchie Regioni all’applicazione del ticket sanitario (comprese, come detto, alcune governate dalla stessa maggioranza parlamentare), credo sia emblematico il risultato dei mercati finanziari conseguito oggi. La Borsa di Milano ha chiuso col peggior risultato europeo. Se lo stesso dato (non, ovviamente, in una lettura numerica, quanto di significati) una decina di giorni fa era l’emblema della speculazione finanziaria cui siamo sottoposti, oggi porta con sé il senso di un provvedimento profondamente sbagliato e tutto da rivedere. Anche i mercati internazionali, dunque, hanno lanciato un messaggio chiaro all’Italia: così non va!

Non resta che da sperare nel Paese, nelle sue forze più autentiche e realiste (sia di natura politica che non) e in un cambiamento profondo e autentico sia della politica nazionale (magari col cambio della guardia necessario) sia dell’andamento generale dello Stato.

Ancora sulle Province
post pubblicato in diario, il 13 luglio 2011


Passati alcuni giorni dalla bocciatura della proposta IdV circa l'abolizione delle Province, torno sull'argomento per riflettere ulteriormente su questo tema che, a mio avviso, ha un sensibile peso nell'ambito del Bilancio dello Stato, ancor più in una situazione economicamente fragile come quella presente.

Non torno certo sui miei passi rispetto alla delusione e all'amarezza espresse nell'ultimo intervento circa l'astensione del PD sulla proposta.
Vorrei semplicemente vagliare la proposta che il PD ha espresso in merito, già nello scorso giugno.
Il link: http://beta.partitodemocratico.it/doc/212728/modifica-allarticolo-133-della-costituzione-in-materia-di-mutamento-delle-circoscrizioni-provinciali-e-di-soppressione-delle-pro.htm?utm_source=beta.partitodemocratico.it&utm_medium=banner&utm_campaign=province&utm_content=728x90

Dal punto di vista meramente politico, devo dare atto a Franceschini e a tutto il gruppo alla Camera che aver motivato l'astensione mettendo in controluce all'avvenuta bocciatura una proposta più "articolata" rispetto ad una cancellazione tout-court degli Enti Provinciali, sia una mossa seria ed accettabile. Cioè, nel dire che, a fronte di una proposta di cancellazione indiscriminata degli Enti, sarebbe stato più costruttivo e sensato elaborare una proposta che scendesse nel dettaglio di una riforma degli Enti Locali, partendo dalle Province, si diceva ocsa veritiera e oggettivamente meritoria.
Non è certo facile, però, spiegare all'elettorato la mossa della settimana scorsa, soprattutto per la difficoltà di fare passare un'argomentazione come quella. E, soprattutto, non è passata certo l'immagine di un PD strutturato politicamente, quanto piuttosto quella di un PD attaccato ai propri poteri territoriali.

Ciò detto, nel merito istituzionale la proposta depositata alla Camera a giugno è indiscutibilmente un ottimo primo passo verso la cosiddetta razionalizzazione istituzionale dello Stato e dei suoi apparati.
La proposta di legge, in sè molto semplice e di facilissima lettura e comprensione, dà subito l'impressione di essere estremamente efficace nella trasformazione delle Province e nella creazione delle Città Metropolitane.
L'ipotetica effettiva attuazione di una siffatta legge porterebbe a cambiamenti sostanziosi e certamente benefici per le casse del Paese. Oltre che l'ammodernamento dell'apparato strutturale della Nazione.
Credo, sinceramente, che se passasse una proposta come questa si potrebbe arrivare ad un beneficio per il Paese intero, partendo da quello percepito dai singoli cittadini.

Un punto di forza, secondo il mio parere, di questa proposta è l'idea di un ripensamento dei ruoli delle Province eventualmente non coinvolte nelle aree metropolitane. O meglio, prescindendo dalle Province che verrebbero abolite per dar vita alle Città Metropolitane, per tutte le altre ipotizzare una ristrutturazione per far sì che ne vengano potenziate alcune funzioni, ed abolite o drasticamente ridotte altre, mi pare sia qualcosa di autenticamente utile.
Questo perchè, per chi è avvezzo alle Amministrazioni Locali, la compresenza di apparati provinciali, regionali e comunali su alcuni medesimi campi d'azione è palesemente una duplicazione di ruoli e, conseguentemente, una riduzione di efficienza. Dunque, se su certe tematiche, quella Sanitaria ad esempio, si procedesse all'eliminazione di competenze provinciali, ad oggi non sensibilmente utili, lasciando la materia alla completa ed esclusiva responsabilità di Comuni e Regioni, se ne trarrebbero drastici benefici, sia economici che di efficienza. Così, come, secondo me, si potrebbe ipotizzare di lasciare interamente alle Province, affiancate dai Comuni e non più dalle Regioni, la gestione della pianificazione territoriale o della materia scolastica e formativa.

Insomma, credo che il tema, indipendentemente da tutto, vada sviscerato con calma e senza lasciarsi prendere da euforie "populiste", foriere di facili successi e altrettanto facili errori. È pur vero, che in certi momenti, certe mosse, però, vanno studiate con molta attenzione e trovare punti di mediazione, soprattutto coi propri alleati politici, è un'indubbia chiave di successo, anche per il rilancio di proposte future.

Un'occasione persa: che delusione!
post pubblicato in diario, il 6 luglio 2011


Ammetto con assoluta franchezza la profonda delusione dopo aver appreso dell'astensione del PD in merito all'abolizione delle Province, astensione che ha comportato una sonora bocciatura da parte della Camera della Proposta di Legge.

Una delusione fortissima, per vari motivi.
Innanzitutto perchè questo tema, da lungo tempo dibattuto in via ufficiale e ufficiosa in ambito politico, era stato dichiarato come punto del programma elettorale con cui il PD si era presentato nel 2008. Dunque, in questo senso, l'astensione e la conseguente bocciatura della proposta rimarcano una innegabile discrepanza tra l'allora programma elettorale e l'attuale profilo politico in Parlamento. Mi si dirà che solitamente fa fede il programma elettorale di chi vince: non è vero. Semplicemente perchè se quel tema è il medesimo di quanto proposto in campagna elettorale, non esiste nessuna logica razionale tale da motivare un atteggiamento così fortemente distonico.
Poi, proseguendo, la bocciatura di una proposta nata dalle forze di minoranza in Parlamento, e in particolare dall'IdV, rappresenta uno smacco politico, l'ennesimo direi, nei rapporti con i propri futuri potenziali alleati. Convinto come sono, che l'unico alleato naturale del PD possa e debba essere di Pietro, continuo a non capire e a non condividere questa sostanziale incapacità di costruire insieme al suo partito un'alleanza strategica in Parlamento e, di riflesso, nella vita politica e civile del Paese. Continuare a battibeccare come due vecchie comari, a ogni minima non-condivisione, senza cercare di arrivare ad un accordo, quale che esso sia, trovo sia fondamentalmente autolesionismo per entrambe le compagini politiche.
C'è, ancora, un altro elemento di contrarietà in questo voto di astensione: l'apparente difesa della casta politica, a partire dalla propria. O meglio: negli occhi di chi voglia fermarsi ad una lettura puramente superficiale, il non-voto di ieri suona indiscutibilmente come un'ennesima della casta politica. La dimostrazione di questo semplice, e certamente superficiale, ma non troppo sbagliato, ragionamento è che nella maggior parte dei casi gli scanni di Presidente di Provincia sono occupati dai candidati eletti col PD. Come lo si spiega alla gente comune, all'elettore fedelissimo e attento e all'elettore più superficiale e distratto che su questo tema si è scelta l'astensione? Dicendo semplicemente: noi abbiamo un'altra proposta? Non attecchirà mai una risposta del genere!
Infine, da giorni si parla di riduzione dei costi della politica, anche per effetto di qualche provvedimento contenuto (forse) nella Manovra. Contestualmente la copertina del sito del PD conteneva un approfondimento sulla Proposta di Legge a firma Bersani per il taglio dei costi della politica. Tutte parole al vento? Tutta campagna informativa senza traduzione in pratica?  Dov'è finita la battaglia per l'abbattimento dei costi della politica? L'abolizione delle Province, con una contestuale riformulazione degli assetti istituzionali del Paese, avrebbe potuto essere un primo passo sicuramente significativo nell'ottica di un ridimensionamento del peso della politica nelle tasche dei cittadini che, in larghissima parte, peraltro, non percepiscono l'effettiva utilità delle Province nel sistema istituzionale italiano. Aver consentito, con l'astensione, che ne venisse bocciata l'abolizione è una palese contraddizione con la perdicazione sui costi della politica.

L'astensione di ieri è stata, indubbiamente, un'occasione persa.

Per la cronaca, un mio parere sulle Province: premesso che, come si legge sopra, sono profondamente convinto della necessità della loro abolizione, mi dichiaro comunque altrettanto profondamente convinto della identità provinciale del territorio italiano.
Mi spiego meglio.
Da un punto di vista puramente istituzionale e politico, sono convinto che l'abolizione delle Province dal sistema Paese sia un passo ormai inevitabile, in tema di ammodernamento dello Stato e, soprattutto, in termini di abbattimento dei costi della politica. Vedendo anche da vicino le Amm.ni Provinciali, mi sono persuaso che, salvo pochi e significativi contesti, esse non creino la differenza autentica nella gestione della "cosa pubblica" per i cittadini.
Da un punto di vista, per così dire, emozionale sono convinto che l'identità provinciale sia innegabile nel territorio italiano. I cosiddetti campanilismi che, spesso, sono tra quartieri o paesi confinanti, esistono anche tra province. Su svariati ambiti. L'abolizione politica delle Province, non sarà mai in grado di cancellare quel profondo senso di appartenenza territoriale che risiede in ogni cittadino. Anche perchè sono anche i sentimenti di radicamento territoriale ad aver arricchito la Storia d'Italia, soprattutto quella pre-unitaria, dando a noi oggi la possibilità di esserne orgogliosamente parte.

Impeccabilmente recidivo
post pubblicato in diario, il 5 luglio 2011


La notizia dell'avvenuto ritiro della norma pro-Fininvest è quantomeno uno squarcio di cielo sereno dopo un temporale, l'ennesimo, creato dalla maggioranza a favore del suo sire assoluto e incontraddicibile.

Riflettendo sulla norma in sè, mi viene tanto da ridere quanto da rabbrividire e temere.
Bocciato sonoramente il tentativo di contravvenire per via giurisdizionale all'Art. 3 della Costituzione, il premier e i suoi fedeli servitori hanno escogitato questo cavillo normativa ad esclusiva tutela del premier stesso e delle aziende della sua famiglia.
Come ha giustamente osservato di Pietro, si tratta di uno schiaffo morale a quanti nelle recenti tornate elettorale hanno invocato l'interruzione di questa epoca storica, dominata dall'imprenditore brianzolo (come qualcuno ancora oggi lo definisce) e uno sfrenato menefreghismo, spesso dilagante in puro egoismo societario.
È, appunto, l'ennesima dimostrazione che quest'uomo è recidivo nel fare il proprio interesse. Nessun'altra motivazione può essere scorta nella maggior parte dei provvedimenti varati in tutti questi anni, se non la tutela esclusiva del proprio tornaconto personale, insieme a quello di pochi amici e di tutti i parenti.
Suggerisco di leggere l'intervento di Massimo Giannini su Repubblica a proposito degli interessi personali del premier:  (http://www.repubblica.it/rubriche/polis/2011/07/04/news/il_governo_holding-18665164/).

Quanto alla maggioranza e ai suoi esponenti, risulta non-pervenuto l'aulico pensatore di questa imbarazzante norma.
Cosa vorrà mai dire che questo codicillo della Manovra non abbia un padre, nemmeno putativo?
Non è pervenuto nemmeno il nome di chi ha preso la drammatica decisione di ritirare la norma. A costui sì che dovremmo tributare onori politici e civici...

Commenti sul caso TAV
post pubblicato in diario, il 5 luglio 2011


Rispetto al dibattito ripreso sulla necessità/opportunità di fare o meno la TAV, credo si debbano fare diverse considerazioni, ognuna in un proprio contesto.

Tanto per cominciare, partirei dal piano della cronaca, in particolare di quella di domenica scorsa.
Ovviamente, gli eventi da valutare sono 2 distinti: da un lato la manifestazione pacifica di quanti contestano il progetto, Sindaci in testa, e dall'altra quella violenta e devastante dei "black-block". Sui primi tornerò in seguito, ma, a prescindere dal mio pensiero, va sottolineata in assoluta onestà la dignità e la legittimità della loro protesta: potrà essere dura, intransigente, chiassosa, ma rimane la legittima opinione di quella gente.
Tutt'altro è il discorso da fare in merito ai "black-block". Tanto per cominciare mi verrebbe da chiedere per quale motivo costoro si trovassero domenica in Val di Susa: non erano certamente a casa loro, o almeno non tutti. Questi cosiddetti "professionisti della violenza" ancora una volta si sono trovati al momento "giusto" nel posto "sbagliato": erano nel posto della protesta sì, ma non erano in casa loro (il loro movimento nasce essenzialmente nell'Europa del centro-nord). Dunque, erano stati invitati lì (come ipotizza Chiamparino)? Non è dato sapersi, ma di certo si sa che non erano propriamente inattesi. E per certo si può dira anche che costoro, ancora una volta, hanno portato barbarie e devastazione in un contesto di scontro, sì duro, ma comunque pacifico. La condanna che si deve pronunciare in tal senso è assoluta e ferma. Direi quasi, che i primi a doverlo fare siano proprio i manifestanti "no-TAV" della Val Susa: in fondo, la loro manifestazione è stata oscurata e, peggio, rovinata drammaticamente, da questi barbari del XXI secolo.

Sul piano, invece, politico credo si debbano rivendicare alcuni chiarimenti da parte, soprattutto, del governo.
Prescindendo dalla posizione non chiarissima, almeno a me, dell'attuale maggioranza in merito a questo progetto infrastrutturale, vorrei capire, tra le altre cose, quale iter sia stato seguito negli ultimi tempi su questo fronte.
O meglio: il tema TAV è rimasto silente per 3 anni o più, dopo la caduta del Governo Prodi e fino a una decina di giorni fa. Poi, minacciati dall'UE che il ritardo spaventoso sui lavori ci avrebbe penalizzato rispetto allo stanziamento fondi comunitari, il governo si è risvegliato dal proprio perenne torpore sui temi che contano e i cantieri sono partiti. Con una perentorietà che se fosse applicata anche in altri contesti della vita di questo Paese, sui fronti/temi che contano nella vita degli italiani, forse qualche risultato concreto e serio lo potrebbero anche vantare...
Un altro pensiero, sempre politicamente parlando, riguarda lo "stato avanzamento lavori", gergalmente detto: perchè sulla stessa tratta Torino-Lione, i francesi si trovano oggi ad aver realizzato già alcuni km di tunnel e noi italiani stiamo partendo oggi con i cantieri esplorativi? Tutta colpa solamente dei comitati del "no-TAV"? O forse chi avrebbe dovuto ridestinare i fondi stanziati dall'UE ha fatto altro? O forse si è voluto tenere sopito uno scontro duro già da anni per non alimentare l'avversità alla compagine di governo? ... Tutte domande che resteranno inevase, ahinoi.

Infine, sul piano del merito progettuale, vorrei dire la mia.
Premetto di non conoscere a fondo la materia o, comunque, di non averla seguita approfonditamente in questi anni. Però con le informazioni che ho credo di poter esprimere un giudizio a riguardo.
Innanzitutto, stiamo parlando di un progetto di "impianto europeo" che, dunque, ha una prospettiva certamente più ampia del nostro solito orizzonte, che è tanto più patriotticamente italiano quando servirebbe non lo fosse. Il famoso "corridoio 5" che dovrebbe passare dalla Val Susa collega Lisbona a Kiev: già l'indicazione delle due località dà un senso alla funzionalità di questo progetto. Per questo, dicevo, noi italiani sbagliamo troppo spesso il momento o il tema del patriottismo: non ha nessun senso chiuderci in noi stessi su un tema come questo, su un programma infrastrutturale di questa portata. Non possiamo guardare al futuro senza aprirci all'Europa e ai suoi mercati: la non realizzazione del passante Torino-Lione penalizzerebbe il nostro Paese rispetto ad un piano di sviluppo come questo. È inevitabile.
Inoltre, ancor più ora che col referendum vinto alle spalle il Paese ha svoltato verso le rinnovabili (almeno questo dovrebbe essere un senso di quel voto), per quale motivo osteggiare un progetto di linea ferroviaria, con tutto ciò che essa comporta? O meglio: è innegabile che uno sviluppo dei traffici merci su sistemi viarii diversi da quello tradizionale sarebbe un notevole  beneficio a qualunque livello per l'economia intera. Dunque, una volta che esistono e prendono piede progetti di sistemi di merci e persone su rotaia (come potrebbe essere su via fluvio-marittima o su via aerea) perchè porre i bastoni tra le ruote, peraltro adducendo motivazioni di "impatto ambientale"? Non mi è chiaro, sinceramente.
Insomma, per questi e altri minori motivi, personalmente sono favorevole al progetto TAV: è un passo in più verso la piena e compiuta realizzazione dell'Unione Europea, anche e soprattutto sul piano dei mercati.

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