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Grilli per la testa: da Parma in giù
post pubblicato in diario, il 24 maggio 2012


Volendo commentare approfonditamente i risultati finali ed effettivi delle Amministrative 2012, occorrerebbe molto tempo per i tanti messaggi usciti da quelle urne.
Mi limito a rilevare, innanzitutto, la vittoria sostanziale del PD e del centrosinistra in genere (quello della "Foto di Vasto", per capirci) in un numero di città e paesi che non può dare adito al benché minimo dubbio da parte di chicchessia: dei 118 comuni al ballottaggio, 92 sono stati conquistati dal centrosinistra (che precedentemente ne governava solo 45). Questa lettura, semplice e inequivocabile, la facciano anche gli esponenti del PD: sto pensando ad alcuni commenti letti su Twitter di qualcuno (ad es. Debora Serracchiani) che ha pesato il dato di Parma come elemento per dichiarare una sconfitta, indipendentemente da quanto verificatosi altrove. Va bene essere "catastrofici", ma masochisti mi sembra troppo ...

Ma mi interessa esprimere qualche pensiero sul voto parmigiano, appunto. Per vicinanza territoriale e per valore politico.
Innanzitutto, partirei da un'analisi disincantata del PD e del centrosinistra, responsabili anch'essi della sconfitta di Bernazzoli. Dico questo perché, inevitabilmente, la sconfitta non può essere imputabile al solo candidato, ma anche altri se ne devono assumere l'onere.
Ciò che, a mio modesto parere, il PD ha sbagliato è il fatto di non aver imposto a Bernazzoli le dimissioni di Presidente della Provincia: cioè, nel momento in cui, da vincitore delle Primarie, Bernazzoli è diventato il candidato sindaco per la coalizione di centrosinistra, PD in testa, sarebbe stato opportuno che lui spontaneamente si assumesse il rischio delle dimissioni, prescindendo dal risultato finale. Allorché questo passo non era stato fatto dal candidato, avrebbe dovuto essergli imposto dal suo partito, coerentemente con l'anti-poltronismo che spesso predichiamo, giustamente.
Questa cosa a molti elettori a Parma ha dato parecchio fastidio: l'impressione che se ne è avuta è che quel candidato, territorialmente noto da tempo come politico locale (già Sindaco a Fontanellato e due volte Presidente di Provincia), non fosse che l'ennesima figura "di lungo corso", con particolare affezione alla politica e al potere politico. Non, dunque, una faccia nuova completamente.
Su quest'ultimo punto, poi, urge un chiarimento ai tanti che continuano a sostenere che la sua sia stata una candidatura imposta dal partito a livelli più alti: ciò è quantomeno un assurdo politico, avendo egli partecipato alle Primarie di coalizione, alle quali peraltro concorreva anche il Segretario cittadino del PD, a dimostrazione che non fosse l'unico esponente democratico in lizza.

Fatta questa disamina, voglio spendere parole anche sul neo-Sindaco e su tutto il suo background politico.
Innanzitutto, ritengo un errore madornale la sottovalutazione che, generalmente si è fatta della portata di quest'onda lunga dei grillini, già percepibile dal primo turno: lo stesso Bernazzoli che, l'indomani del primo turno, ha tacciato Pizzarotti come "squadra di serie B", alias facilmente vincibile, ha evidentemente dato segno di una stolta sottovalutazione dell'avversario e del suo portato politico.
Errore che, credo, abbia commesso non solo il candidato, ma tutta la coalizione del centrosinistra a suo sostegno: avendo bazzicato Parma in quei giorni, non ho percepito un tam-tam massivo degli altri partiti a favore di Bernazzoli, se si esclude ovviamente il PD. Questo anche in termini di partecipazione alle urne: una lettura pur sommaria delle percentuali di domenica e lunedì scorso evidenzia banalmente un triplicarsi dei voti per Pizzarotti (dal 19,4% al 60% e rotti), mentre Bernazzoli è rimasto al palo, se non addirittura ne ha persi. Ciò significa, evidentemente, che Pizzarotti ha raccolto anche i voti degli altri candidati, in particolare del centro e del centrodestra.

Potrebbero esserci anche altre letture analitiche del voto dato a Pizzarotti, ma vorrei richiamare brevemente anche alcuni aspetti politici puri sulla vittoria grillina.
Innanzitutto, a mio modesto parere, l'aver vinto in una città capoluogo, pur piccola, ma significativa come Parma dà ai grillini e al loro Movimento una responsabilità politica non indifferente: ora dovranno dimostrare di essere capaci anche di mettere in piedi programmi concreti di governo locale, scevri da connotazioni espressamente polemiche e distruttive - in questo senso, l'annunciata chiusura dell'inceneritore di imminente varo e avvio sarebbe, oltre che una scelta sciagurata sul piano economico e gestionale del tema rifiuti, anche un evidente spreco di quanto investito in infrastrutture.
L'esser chiamati, poi, a responsabilità governative, li fa diventare ad ogni effetto un'istituzione politica: la denominazione e definizione di "movimento" cui tanto sono affezionati viene a perdere, credo, il suo significato originario - e, peraltro, ha un rimando storico tanto negativo che, forse, sarebbe meglio anche per la loro sopravvivenza politica svincolarsi da quel termine. L'iter di partecipazione politica alla vita amministrativa li inserisce in un dinamica che, notevolmente più complessa della semplice protesta di piazza, li eleva alla dignità, che per loro forse è un'onta, di partito politico. Peraltro, anche alla luce dell'emendamento votato ieri alla Camera che negherebbe i rimborsi elettorali a quanti non abbiano uno Stato di democrazia interna al partito/movimento, esattamente come loro, mi aspetto che in tempi ragionevolmente brevi intraprendano cammini costitutivi di un organo di partito.
Questa cosa, che detta in una discussione animata ad altri potrebbe sembrare una "bestemmia" contro il grillismo, potrebbe avere dei risvolti positivi per lo stesso Movimento 5 Stelle. A ben vedere, il fatto di darsi regole di democrazia interna, di individuare un Segretario e non un capo-popolo (cosa che mi fa sovvenire le cronache storiche di cui narra il Manzoni nei Promessi Sposi), è un beneficio sia per l'organizzazione nel suo complesso che, soprattutto, per gli eletti e gli elettori. Nel fare un cammino espressamente partitico, ci si garantisce una condivisione di idee e programmi di cui necessariamente beneficiano gli eletti in seno al Movimento: questa è una banalissima considerazione sul senso ultimo della politica e della democrazia, ben lungi da ciò che fanno loro. Per carità, il programma sarà anche stato declinato città per città dai candidati stessi e dai loro supporters, ma a tutt'oggi non si rileva una democrazia interna compiuta, quanto piuttosto un capo-popolo che fa e dispone dei suoi come e quando vuole. Tant'è che il neo-eletto Pizzarotti ha tenuto subito a precisare di essere stato solo "accompagnato" dal voto grillino, ma di essere stato scelto per la sua credibilità personale e come espressione del gruppo di cui era a capo, intendendo che Grillo fosse solo - testuale - un "megafono" delle loro idee: le cronache politiche di ieri e oggi, rilevano già sommosse interne per questa sonora e clamorosa presa di distanze.
In ogni caso, staremo a vedere quali saranno le vere dinamiche della nuova amministrazione parmigiana. Personalmente, nutro molto scetticismo sulla loro durata e sulla loro efficacia: spero, però per il bene della città, che questa mia percezione sia errata e che venga smentita dai fatti.
23 maggio 1992 - Capaci
post pubblicato in diario, il 23 maggio 2012


Il 23 maggio è, certamente, una di quelle date che, nel bene o nel male, fanno la storia di un Paese: nella fattispecie italiana, ahinoi, lo è nel male.
La strage di Capaci ha un portato valoriale, affettivo ed emozionale enorme per chiunque ne abbia memoria e per chiunque ne abbia contezza responsabile. Come tanti porto anch'io il mio ricordo personale di quella giornata e di come appresi la notizia: certo, a soli 7 anni, allora, non potevo capire ciò che avevo davanti, ma oggi quei piccoli frammenti di una giornata come quelli sono qualcosa che custodisco gelosamente perché crescendo ne ho appreso il senso drammatico e, al tempo stesso, eroico.

Ciò che stona terribilmente con la storia personale e civica di Giovanni Falcone, così come per Paolo Borsellino, è pensare che in tanti anni non siano ancora state acclarate le chiavi di volta negli iter giudiziari per individuarne colpevoli e mandanti.
L'impressione che ho, ma che immagino non sia solo mia, è che tante (troppe) volte ci si sia avvicinati alla verità oggettiva di quei fatti, ma che la si sia solamente lambita, senza agguantarla una volta per tutte. Depistaggi, falsi indizi e false indagini, errori macroscopici volutamente commessi. Tutto questo ancora oggi ci impedisce di capire quale fosse la ratio ultima di quei due attentati catastrofici.
Probabilmente tra i tanti che abbiano letto e si siano documentati, molti si sono fatti un'idea di ciò che, invece, non è stato appurato: tutte quelle persone, e io tra quelle, nutrono una sete infinita di conoscere a fondo una volta per tutte cosa avvenne e perché.
Questa mancanza di verità e di oggettività rende terribilmente sconsolante qualunque commemorazione, ancorché sincera e non retorica, di quelle date e di quegli eroi nazionali. Ancor più se pensiamo, e dobbiamo pensarlo, che quelle pagine di storia patria debbano essere raccontate alle nuove generazioni. Come possiamo raccontare loro cosa furono quei giorni e quegli anni? Come possiamo responsabilizzare le loro coscienze civiche, se nemmeno noi abbiamo punti fermi da cui partire?
E poi, soprattutto, quale memoria sincera e non retorica di Falcone e Borsellino può essere pienamente coerente con il loro alto e nobile esempio, se noi oggi siamo ancora all'oscuro delle verità fondamentali di quelle stragi (incluse quelle del '93)?
Troppi interrogativi restano irrisolti su quegli eventi e sulla storia a seguire: senza piena luce rispetto a questi aspetti, forse, non può esistere una onesta commemorazione di quelle vittime sacrificali.

A proposito del "fuor di retorica" di cui sopra, vorrei fare una menzione speciale al film di Claudio Bonivento prodotto da La7, "Vi perdono - ma inginocchiatevi": un'opera straordinaria per durezza e carica emotiva al tempo stesso. Una visuale, finalmente, diversa su quei fatti: raccontando la storia personale dei 3 uomini della scorta che morirono a Capaci a fianco del Giudice Falcone, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco di Cillo, il film apre un varco anche sulla storia personale di quei 3 uomini e sulla vita "border line" degli uomini della scorta. 
Menzione che ritengo doveroso fare anche per i documenti presentati a corredo del film da Mentana, il quale ha rinvenuto e riproposto straordinari video e interviste di quell'epoca, volte ad evidenziare il senso di profonda solitudine e amarezza in cui i due Giudici si trovarono ad operare in quegli anni.

A suggello della memoria di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, e dei 3 uomini della scorta Montinaro, Schifani e di Cillo, vorrei citare le righe conclusive del libro "COSE DI COSA NOSTRA" scritto dallo stesso Giovanni Falcone con Marcelle Padovani, parole profetiche ed autobiografiche al tempo stesso, direi:
Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. in Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.
Un cuore solo e un'anima sola
post pubblicato in diario, il 20 maggio 2012


La voglia di fare alcune considerazioni su questo weekend italiano ha trovato nel tweet di poco fa di Andrea Sarubbi un prezioso punto di partenza. La citazione di un versetto delle Letture della Liturgia odierna (Ef 4,4) mi ha dato il la a scrivere queste poche righe.
Le notizie che si affollano sulla prima pagina odierna sono, pur nella enorme diversità tra loro per tipologia, due immagini tristi e forti di un Paese che riscopre la sua debolezza. Ciò che unisce queste due tragedie (termine forte, ma esplicativo del disagio complessivo) non può essere solo la contiguità temporale. Deve essere, invece, quello spirito popolare che il versetto dell'Apostolo Paolo richiama alla Chiesa di Efeso.
Di fronte, insomma, a due eventi luttuosi e tragici, ciò che possiamo e dobbiamo sentirci dentro è proprio quel senso di unità e solidarietà che ci consenta di reagire, nell'un caso e nell'altro, non ripiegando nella sola paura, ma rialzandoci e rifacendoci popolo.

La tragedia di ieri, immane e deprecabile, ha innescato subito in tutti noi quella voglia di non piegare la testa, di riaffermare valori umani e civili fondamentali. Quelli che la barbarie di chi ha pensato e perpetrato quella strage hanno, forse solo per qualche minuto, prevaricato e cancellato. Un atto tanto vile quanto atroce ha scatenato una reazione di protesta civile, civica e pacifica attraverso tutto il Paese che si è mobilitato per dire "No. Noi non siamo così".
Quale che sia la matrice del gesto (mafiosa, stragista, terroristica, solitaria, seriale), è disumano quel che è accaduto. Ma al tempo stesso è tremendamente umano e confortante quello che si è generato di lì a poco: piazze piene in ogni parte d'Italia, scuole aperte oggi a Brindisi, risveglio di una coscienza critica nazionale. La prova, insomma, che il nostro Paese di fronte alle pagine più nere della sua storia reagisce non piegandosi alle logiche perverse di chi firma quelle pagine.

Ovviamente ben diversa è la natura dell'evento di questa notte - l'opera della natura non ha paragoni nemmeno lontani con la barbarie umana. Ma simile è, però, la reazione umana all'accaduto. La mobilitazione di solidarietà civile e operante delle popolazioni vicine è una straordinaria prova che il nostro popolo può dare. Certamente non può essere demandata alla spontaneità dei singoli, ma va ricondotta a chi (Protezione Civile e Vigili del Fuoco in primis) ne ha la competenza. Ma è la solidarietà territoriale, la cooperazione tra conterranei quello che ci fa essere orgogliosi del nostro essere italiani: capaci di esserci reciprocamente vicini, sinceramente sodali e fortemente com-passionevoli (nel senso latino del termine, quello del patire cum, provare l'emozione con).

Allora, davvero grande è la prova di popolo che stiamo dando e che dobbiamo continuare a dare. Una prova di unità e di solidarietà che ci aiuta ad attraversare le tragedie contingenti e che, alla lunga, ci rafforza come popolo, facendoci crescere e dandoci la spinta per attraversare il tunnel di questo periodo storico di crisi. 
Un solo corpo e un solo spirito.
6/7 maggio - il voto italiano
post pubblicato in diario, il 8 maggio 2012


E poi c'è il voto italiano. E qui si apre un mondo.
Gli spunti di riflessione sono, in pratica, numerosissimi - proverò giusto a darne qualcuno.

Ad una valutazione politica complessiva, appaiono evidenti alcuni trend: la sostanziale e indubitabile tenuta del centrosinistra nel suo complesso (a partire dal PD), l'altrettanto sostanziale sparizione del PDL, della Lega e del Terzo Polo, l'inatteso e preoccupante exploit dei grillini. Di fronte a questi dati, non per compiacenza partitica, ma l'unico a leggerli per quel che sono è stato Bersani: sul fronte PDL un imbarazzante tentennamento, dove non un proclama di importanti tenute in alcuni comuni (a Quagliariello, ad esempio, andrebbe data la sveglia nell'Italia post-voto e post-padrone-Berlusconi). Non pervenute le reazioni dell'UDC (che pure si aggiudica qualche importante ballottaggio), di altri del Terzo Polo. Solo Maroni, per la Lega, ha dato il senso di una reale batosta subita (eccezion fatta per Verona che, per altro, potrebbe essere motivo di un'ulteriore resa dei conti interna).
Prescindendo dalle letture partitiche dei voti, la sostanza è di una sonora bocciatura per la quasi totalità dei partiti e, in particolare, per quelli del centro-destra. 
Quali le ragioni? Per me che non sono politologo, alcune sono palesi. 
Innanzitutto, il PDL senza il più il capo-padrone è un partito smarrito, con una guida debole (quella di Alfano) e che, laddove pienamente responsabile del proprio sostegno al Governo Monti, non è percepita dalla base elettorale come attendibile. Insomma, un partito imploso intorno al suo segretario. Idem dicasi per la Lega: gli scandali delle scorse settimane, ripetuti e insistentemente agli onori (o disonori) delle cronache hanno causato una rovinosa e ingloriosa caduta del partito che, ad oggi, detiene ancora l'anzianità di presenza in Parlamento.

C'è, poi, il risultato del Movimento 5 Stelle. Un risultato che, indubbiamente, sancisce il loro balzo in avanti e un effettivo successo - forse, insperato anche per loro. Sarebbe, forse, troppo facile bollarlo come voto di protesta, ma tant'è. Non si vedono ragioni sostanzialmente diverse di un risultato tanto forte. Nei consensi dati a Grillo ci sono le delusioni politiche di molti transfughi dei partiti più forti e tradizionali: sarei pronto a scommettere che molti di quei voti siano stati espressi da leghisti delusi e da pidiellini in fuga. Ma ci sono anche tanti voti convinti, se ne può essere certi, ai candidati in sé e alla voglia di cambiamento che essi rappresentano e proclamano. 
Ora che il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un tale successo (un Sindaco eletto e un candidato al ballottaggio, più svariati arrivati al 3° posto o dintorni), è, però, il momento di vederli all'opera dell'amministrare le città. Nelle poche esperienze attuali, non risultano aver fatto la differenza né in positivo né in negativo: diciamo pure che dove fino a ieri compartecipavano all'amministrazione delle città, lo facevano in sostanziale ombra e silenzio. Da oggi, invece, sono chiamati alla proposta politica, al contraltare amministrativo ai partiti tradizionali: alla crescita dei consensi, deve corrispondere una crescita di idee e proposte, per dimostrarsi, quantomeno, capaci di reggere la sfida lanciata agli altri e ricevuta dagli elettori. 
Ma su questo, in tutta franchezza, sono molto scettico. Ma non voglio essere un eccessivo e intransigente detrattore. Staremo a vedere.

Qualche analisi città per città.
Partirei da Parma, per vicinanza territoriale. Il ballottaggio tra PD e Mov5St appare come un risultato inedito e inatteso. Significativo, però, il bottino portato a casa dal candidato del centro-sinistra Bernazzoli: sulla città martoriata dal PDL e da Vignali, sacrificata sull'altare degli scandali giudiziari, non era scontata un'affermazione tanto netta già al primo turno. Ma il dato, a mio dire, più importante riguarda il già Sindaco e "padre politico" dello stesso rovinoso Vignali, Elvio Ubaldi: la sua ricandidatura, beffardamente arrivata sul finale delle presentazioni ufficiali, ha subito un inatteso tracollo, attestandosi su numeri troppo bassi per la rinascita promessa alla città. D'altronde, la lezione reggiana di Antonella Spaggiari avrebbe dovuto insegnare che i grandi Sindaci rimasti nella memoria politica cittadina come, appunto, memorabili, non hanno speranza di riaffermazione a distanza di tempo. Meglio sarebbe stata, per loro, una dignitosa ritirata che li tenesse gloriosamente nella memoria cittadina, come fulgidi esempi di buona amministrazione locale.
Passando a Genova, il commento è per me unico: è il caso fotocopia di quanto avvenne lo scorso anno a Milano. Il vincitore delle Primarie di coalizione, non candidato dal PD, ha assunto la responsabilità della coalizione stessa e ha incassato un sostegno convinto e forte dei vari partiti. E alle urne ha ottenuto il consenso degli elettori. Non esistono altre dietrologie politiche: il turbinio di opinioni sulle Primarie, sul PD che le lancia e le perde, sul fatto che SEL proponga propri candidati,  ... , non ha natura di esistere. L'esito, ancorché non definitivo, delle urne di ieri insegna, e insegna soprattutto che il PD sa giocare il proprio ruolo nelle coalizioni e sa portare frutti a questo gioco.
Il caso di Palermo è, per certi versi, una contraddizione a quanto appena detto. Ma il caso palermitano è, anche, un caso a sé, sul quale non sto a pronunciarmi per effettiva ignoranza mia di certe dinamiche politiche specifiche del luogo e dei personaggi.
Ci sarebbe, poi, il caso aquilano. Caso emblematico. Sia per il ballottaggio che si farà: PD-UDC, sostanzialmente. Sia per la totale sparizione del PDL, storicamente forte in questa città, che si attesterebbe al di sotto del 10%. Qua come in tante altre città. C'è, poi, tutta la valenza simbolica de L'Aquila che, come tale, meriterebbe una pungolatura al PD, in merito al sostegno forse non troppo forte o non troppo convincente (?) a Cialente, Sindaco della città terremotata e motore di una rinascita ancora tutta da compiere.
Si potrebbero poi attraversare le urne di altre città per insistere su un trend che, come detto, è comunque generale e, praticamente, sempre uguale a se stesso - con debite eccezioni, ovviamente. Ma non vorrei dilungarmi ulteriormente e rimando ad altre riflessioni il tutto.
6 maggio - il voto europeo
post pubblicato in diario, il 7 maggio 2012


In attesa di avere dati definitivi e chiari sul voto italiano (che già, però, presenta non pochi spunti di riflessione), vorrei fare qualche considerazione su quanto avvenuto ieri nelle urne aperte in Europa.

Parto da un dettaglio che viene dalla Grecia e che, ancorché contestualizzabile, ha evidenti segni di gravità e di preoccupazione. Mi riferisco non tanto all'eccessiva frammentazione partitica e alla sonora bocciatura di quanti già sedevano al Parlamento e, pertanto, sono stati identificati come responsabili della situazione drammatica in cui versa il Paese. Il dato preoccupante, allarmante e grave è l'accesso di "Alba dorata" al Parlamento greco, un partito di palese e acclarata ispirazione neonazista. Ora, ribadisco, il dato necessita di una contestualizzazione che tenga conto della delusione, della protesta e del disamore politico della gente: non farlo sarebbe un errore di valutazione madornale. Ma non si può non avere timore di un dato tanto pesante: un consenso del 7% (o simile) deve farci paura e deve far riflettere l'intero sistema politico europeo. Il clima di sfiducia e delusione che tiene in pugno la Grecia è un pericolo da non sottovalutare, soprattutto perché può avere ripercussioni altrove.
Un dato che, con opportune correzioni e proporzioni, va a braccetto col 18% ottenuto dal "Fronte National" di Marine Le Pen due settimane fa in Francia: gli estremismi di destra nuovamente serpeggiano in Europa e occorre aprire ben bene gli occhi per non rischiare di sottovalutarli.

Sul dato elettorale tedesco, pur non eclatante né troppo significativo, credo che la stentata tenuta della coalizione governativa della Merkel sia emblematica della crisi del modello ultra-rigorista che ha messo le briglie al Continente e alla sua economia. Un segnale buono che apre uno spiraglio di non poco conto nella politica europea in senso ampio.

Ovviamente, poi, fondamentale e storico è il dato elettorale francese: il trionfo di Hollande è quel "vento di cambiamento" che si aspettava da tempo in Europa e che tutti noi, a sinistra, salutiamo con una gioia immensa. La sconfitta di Sarkozy suona come una bocciatura sonora allo stesso rigorismo di cui sopra. L'apertura di credito al candidato Socialista è l'apertura di una nuova era politica, innanzitutto per la Francia, ma soprattutto per l'Europa: con il cambio al vertice della Francia possiamo, e dobbiamo, auspicare un'importante inversione di rotta nella guida dell'Europa. Da qui, dunque, dalle urne francesi soffia un vento nuovo che, è l'auspicio di quanti hanno salutato con entusiasmo i risultati di ieri, dirotterà l'Europa verso un nuovo clima di politica economica.
Da questo vento, poi, i vari partiti centro-sinistra sparsi nel Continente potranno e dovranno trarre i debiti insegnamenti e le giuste ispirazioni politiche per l'amministrazione dei loro territori - il PD per primo.
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