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Il dovere di Cicerone

Ancora una volta scomodo Cicerone per parlare di questi nostri tempi bui. Era, all'incirca, il 44 a.C. quando il Retore romano scrisse il De Officis, un trattato interamente dedicato alla formulazione di una morale che, presa a fondamento per il proprio agire in pubblico, fosse la chiave per l'aristocrazia romana per riprendere il controllo sulla soietà.
Vi si potevano leggere queste righe: Da ogni azione deve esulare la temerarietà e la negligenza, nè si deve compiere alcune azione di cui non si possa dare un motivo apprezzabile: questa è la definizione del DOVERE. Bisogna far sì che gli istinti obbediscano alla ragione e non la precedano. [...] Quergli istinti che vagano troppo lungi dalla ragione, senza dubbio sorpassano i limiti e la misura; tralasciano e rigettano ogni obbedienza e non seguono più quella ragione cui sono sottomessi da legge di natura: e ne sono sconvolti gli animi, ma anche i corpi. Basta guardare il volto degli adirati o di coloro che sono preda di qualche passione o paura o esaltati da troppa sensualità, per vedere come mutano il volto o l'aspetto, il modo di muoversi o di stare fermi.

Prescindendo dall'aspetto sociologico di queste frasi di Cicerone - che, comunque, esprimono perfettamente una condizione dell'animo umano cui nessuno di noi, volente o nolente, è esente (il sottoscritto non ultimo) - appare evidente come l'intento dell'Intellettuale latino fosse quello di tracciare un identikit morale per i propri contemporanei e, soprattutto, per quanti di loro fossero dediti alla Politica, alla vita pubblica.
Allora appare evidente che, di fronte alle scene cui assistiamo in questi nostri giorni (e in particolare a quelle di ieri e di oggi alla Camera), beh ... che dire? Siamo migliaia di anni luce lontani, abissalmente opposti a quegli ideali, prepotentemente incomparabili a quelle parole.

Di fronte alle immagini di quanto accaduto ieri e oggi, non so se prevalga il senso di divertimento (comunque amaro e sconsolato), il senso di ribrezzo (pensando che quelle persone sono là perchè chiamate a rappresentare noi cittadini) o il senso di profonda vergogna e immenso sdegno per qualcosa che non ha nulla a che fare con noi italiani.
Certo, noi italiani siamo talvolta dei "caciaroni", siamo un po' gretti, sappiamo essere beceri e anche incolti. Ma sappiamo benissimo essere persone di classe, profondamente degne di andare a testa alta ovunque, con un profondo senso di civiltà.
Le scene di ieri e oggi in Aula non sono la degna rappresentazione del popolo italiano!
Sono, però, la reale rappresentazione di un Paese che, pur unito spiritualmente attorno ai suoi simboli due settimane fa per il proprio 150° compleanno, è profondamente scisso da una politica che non è Politica, da una condizione sociale che reclama attenzioni e soluzioni, da un egoismo profondo quanto radicati sono gli insegnamenti di quei "cattivi maestri" che negli ultimi decenni ci hanno traviato.

Ministri che scalpitano, urlano, offendono, gesticolano, lanciano giornali e tesserini è qualcosa di biecamente e schifosamente vergognoso!

Duole ripetermi, ma non posso fare a meno di richiamare anche in questo intervento quei tratti di "disciplina e onore" che l'Art. 54 della Costituzione cita come modus operandi di quanti rivestano cariche pubbliche.
Quelle persone su questo articolo hanno giurato!
Ma, duole dirlo, credo che non sappiano nemmeno cosa sia quell'articolo nè, tantomeno, su quale testo abbiano fatto il proprio giuramento.

Mala tempora currunt!

Pubblicato il 31/3/2011 alle 21.28 nella rubrica diario.

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