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Italiani si nasce o si diventa? (ex post)

Di seguito un mio intervento che apparirà sul prossimo giornalino del locale Circolo PD sul tema della cittadinanza.
Un dovuto aggiornamento: nei giorni scorsi sono state depositate le firme raccolte e ... sono state conteggiate oltre 100.000 firme su entrambe le proposte di legge. Un ottimo risultato!!!

La campagna“L’Italia sono anch’io”, attraverso la raccolta firme per la presentazione di due leggi di iniziativa popolare, ha richiamato l’attenzione del Paese sui temi della cittadinanza e dell’immigrazione: si tratta, infatti, di due proposte di legge con le quali si andrebbero a cambiare i requisiti per l’ottenimento della cittadinanza italiana (sia per gli immigrati che per i loro figli) e si concederebbe loro anche il diritto di voto.

Un indirizzo molto forte su questi temi lo ha dato nientemeno che il Presidente della Repubblica Napolitano quando, lo scorso 22 novembre, durante un incontro al Quirinale ha, testualmente, affermato «un’autentica follia o assurdità quella dei bambinidi immigrati in Italia che non diventano cittadini italiani». Al seguito di queste parole, potremmo affiancare quelle pronunciate in vari contesti dal Ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione Andrea Riccardi, già fondatore della Comunità di Sant’Egidio, altro fautore della necessità di nuovi atteggiamenti e nuovi approcci su questi temi.

Il senso del dibattito tra la legislazione vigente, le proposte avanzate, … , si dipana nelle accezioni di jus sanguinis (in sostanza l’attuale approccio per la concessione di cittadinanza, basato sulla discendenza “di sangue”), jus soli (l’impianto delle proposte di legge, basato sulla territorialità della nascita), jus culturae (una possibile mediazione, sostenuta fortemente tra gli altri dal Min. Riccardi). Più che entrare nei dettagli di questi impianti giuridici preferirei sottolineare l’importanza, per noi italiani nel tempo della crisi, di cogliere questa sfida fino in fondo.

La posta in gioco è, indubbiamente, quella di un’autentica sfida di civiltà e di modernità. Da un lato ci sta la situazione attuale con tutti i suoi limiti: un approccio generalmente emergenziale, intrecciato ad un’impostazione burocratica estremamente rigida e pesante, peraltro in contrasto con le direttive europee recepite nella stragrande maggioranza dei Paesi membri. Dall’altro, invece, ci sta una visione di ampio respiro, lungimirante e strategica: una logica non“multiculturale”, con tutte le implicazioni di possibili “ghettizzazione” e ditensione (tipica di paesi come Francia e Inghilterra), ma di tipo“interculturale”, cioè di apertura e contaminazione tra culture. Si tratta, a ben vedere, di aprire le porte agli stranieri in un’ottica dialogica e costruttiva: i nostri contesti urbani diventano i luoghi di un “meticciato identitario”, volto alla crescita comune degli uni e degli altri.

Attenzione, però, a non confondere questa prospettiva con quella di una perdita identitaria per noi italiani: durante l’incontro “Italianisi nasce o si diventa” dello scorso 24 febbraio qui a Boretto, l’On. Andrea Sarubbi (PD) ha sottolineato che «chi ha paura dei cambiamenti [in materia di composizione della società moderna, ndr] ha paura di perdere la propria stessa identità: questi cambiamenti vanno governati, perché subendoli si lascia che venga minata la propria identità di partenza». Nello stesso incontro, il Cons. Regionale Beppe Pagani (PD) ha affermato che «questo è il tempo della costruzione di un nuovo senso di cittadinanza: l’evidenza di questo è proprio nella quotidianità, in cui i mediatori culturali sono sempre più spesso gli stranieri di seconda generazione, a beneficio dei loro genitori e parenti. Perquesto possiamo affermare che l’immigrazione è un problema serio: non saper leggere questo dato è un errore macroscopico che la Politica compie».  

La sfida è quella di creare un’alleanza tra italiani e “nuovi italiani” per un nuovo progetto di Italia da condividere e su cui costruire il futuro del Paese, per creare, citando il Min. Riccardi, «una convivenza positiva, una convivenza civile […] che ha bisogno di regole e di un ethos condiviso» certamente rafforzato dalle celebrazioni del 150°dell’Unità d’Italia. In fin dei conti, insomma, è una sfida generazionale, con una portata che forse non cogliamo nell’immediato, ma che sarà di giovamento a chi ci seguirà. Per chiuderla, ancora una volta col Min. Riccardi, «pensare agli immigrati è in qualche modo pensare anche agli italiani». 

Pubblicato il 9/3/2012 alle 7.33 nella rubrica diario.

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