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Ritorno alla Politica

Quale che sia l'idea di ciascuno sul tema della politica, dei partiti, dell'antipolitica, è sufficiente la lettura del discorso tenuto dal Presidente Napolitano a Pesaro il 25 aprile (http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=2422) per capire a cosa il nostro Paese stia andando incontro.

Ora, se mi metto dalla parte di un cittadino che, magari anche distrattamente, segue quotidianamente i telegiornali e gli aggiornamenti di cronaca  politica, non posso non provare un generale senso di smarrimento e di ripudio di certe forme di politica. Bastano, ormai, i soli nomi di Lusi, Belsito, Lavitola, Rosi Mauro, Renzo Bossi, Formigoni, Orsi, Guarguaglini, per richiamare pratiche amministrative lungi dall'essere pratiche politiche pure.

Ma se mi metto dal lato opposto, quello del mondo politico che, sì variegato e inclusivo anche di (tante) mele marce, ha ancora dei buoni esempi di politica seria, competente, meritoria di sostegno, beh, da questa parte non potrei non sentirmi umiliato da quegli omuncoli di cui sopra né potrei esimermi dal voler dimostrare a qualunque costo di quanto la funzione politica sia indispensabile per il Paese e per la sua rinascita.
Oggettivamente, è molto difficile oggi stare tra la gente e tentare di "difendere" la funzione politica in uno stato democratico: è troppo grande la sfiducia, perché troppo grandi sono le delusioni giunte da tutti i fronti politici - alias, è la politica stessa ad aver fornito le "armi" per essere ripudiata dalla gente. E come negare ciò? Non è possibile, semplicemente perché non corrisponderebbe al vero; anzi, è urgente riconoscere l'errore politico che ha indotto la degenerazione prima e la disaffezione poi della/dalla politica.

Di fronte ad uno scoramento generale come quello che si percepisce oggi, quello che ad un buon politico (o a chi, come me, ancora vuole credere nella funzione politica) resta da fare è indurre una riflessione seria e profonda, sulla falsa riga di quanto ha detto proprio il Capo dello Stato a Pesaro. Ovvero, non esiste e non può esistere uno stato democratico in cui manchino i partiti: una cosa è la riforma dei partiti (magari, come va dicendo il PD da tempo immemore, nella piena attuazione dell'Art. 49 della Costituzione), un'altra cosa - ben diversa - è la rimozione o sostituzione o rinuncia ai partiti. Quest'ultima sarebbe un "suicidio politico" di portata drammatica, a dir poco.
Si rifletta, in questo senso, su quanto accadde negli anni 1919-1921: in un arco temporale brevissimo, si susseguirono poco meno di 10 Governi, alla guida di un Paese, il nostro, attanagliato da un'innumerevole sfilza di problemi. Ciò che ne seguì, dal 1922 in poi, è ben noto a tutti. In quel clima di tensioni sociali (gli storici definiscono "biennio rosso" quel periodo di costanti e ripetute manifestazioni di protesta sindacale nelle fabbriche), di sfiducia e disinteresse generale verso la guida del Paese, aggravata dal tributo di sangue pagato nella Prima Guerra Mondiale, trovò terreno fertile un antipolitico quale era, in principio, proprio Mussolini. Analoga potrebbe essere l'analisi sulla Repubblica di Weimar in Germania e sull'ascesa di Hitler. 
Ma il senso è facile da cogliere: ad una crisi di fiducia nella politica, ad un disinteresse generale e diffuso verso i partiti e la gestione democratica di uno Stato, non possono che venir meno proprio i pilastri fondamentali della democrazia e, dunque, della libertà di manifestazione e aggregazione politica.
Certo, siamo ben lungi da questi estremi. Non è questo l'orizzonte più prossimo. Ma il nostro Paese non può permettersi il sonno del disinteressato: non fosse altro che per l'urgenza di una rinascita economica e produttiva. Ma occorre vigilare contro queste derive e questi pericoli: la loro sottovalutazione facilita enormemente il dilagare di una diffusa ignoranza, quella stessa che si trasforma in un convinto supporto politico alla demagogia e al populismo di certuni (senza giri di parole, l'ex comico che ora fa soldi per sé facendo politica, Beppe Grillo) e che, alla lunga, diventa offesa anche per la memoria storica del Paese. 

A questo proposito, la rabbia che ha manifestato ieri il Segretario Bersani nei confronti delle offese di Grillo ai Presidenti Napolitano, Monti, Schifani e Fini, e verso i Partigiani, è stata anche troppo tenue rispetto a quanto gli andrebbe detto. Si sciacquasse la bocca prima di parlare, a qualunque titolo e in qualunque contesto, di Partigiani e di lotta di Resistenza! Se non altro perché loro, in quei giorni, scelsero da quale parte stare e decisero quale fosse il Bene per il Paese. Cosa anni luce distante dall'attività politico-propagandistica di Grillo e dei suoi compari.

In chiusura, una citazione che ritengo di fare per una risposta che il Consigliere Regionale Beppe Pagani si è trovato a dare ad una lettera di protesta di un elettore, evidentemente deluso e irritato dalla gestione dei "costi della politica". (http://www.giuseppepagani.it/2012/04/sui-costi-della-politica/) Forse nel merito letterale di quanto ho scritto finora, questa lettera non entra, ma è evidente - forse semplicemente anche per la conoscenza personale del Consigliere - lo spirito con cui Pagani scrive la risposta, in riflesso a quello con cui esercita un ruolo politico. Ecco, per parte mia, sono esempi come questo, spiriti di Servizio come questo a dover essere portati come argomentazioni a quanti vestono i panni dei dissidenti e dei demagoghi. C'è bisogno di gente così per ripartire dalla politica e salvare il nostro Paese.

Pubblicato il 27/4/2012 alle 7.37 nella rubrica diario.

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